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di Astrozorro |
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E' mia abitudine considerare i caratteri di SSC del bdsm non come appendice morale, ma come elemento statutario delle nostre pratiche relazionali erotiche e dell'immaginario ad esse connesso. Come gia' ho avuto modo di affermare, ritengo inoltre l'elemento contrattuale un principio ontologico del bdsm e non una sua mera 'cornice'. Rimane comunque un esercizio interessante, a mio avviso, quello di cercare riscontri a una sessualita' - o ad una 'percezione della sessualita'' - alternativa a quella strettamente genitale nell'arco dell'intera storia umana (ovvero al di la' dell'eta' moderna, che costituisce il setting della sessualita' bdsm comunemente intesa). Ovvero una sana e buona dose di 'relativismo' storico riguardo al sesso e ai miti ad esso legati. E' per questo che voglio proporvi, a seguito di una discussione che mi e' capitato di fare di recente, alcune considerazioni inerenti miti e festivita' religiose dei nostri lontani progenitori, i cosiddetti 'antichi romani' (in merito a questa buffa definizione, che ritiene 'antichi' uomini e donne di qualche millennio piu' giovani di noi, non posso che concordare col buon vecchio Giacomo Leopardi, che se ne prendeva gioco, affermando che i veri 'antichi', canuti e stanchi, siamo noi, che ci portiamo sulle spalle millenni di 'civilta'').Il culto di Cibele (la 'Grande Madre') venne introdotto a Roma nel 204 ac., su spinta del Senato, che, dopo aver fatto confezionare appositamente un oracolo sibillino, ne autorizzo' il 'trasferimento' dall'oriente, ovvero da Pergamo. L'iniziativa aveva peraltro evidenti motivi politici, dal momento che, con le ripetute vittorie di Annibale in Italia, proprio in quel periodo si era appena stipulata una sorta di alleanza politico-militare con il re di Pergamo (cfr.'RomaImperiale' ). I sacerdoti di Cibele a Roma venivano chiamati "Galli" - l'etimologia della parola rimane incerta, secondo alcune interpretazioni sarebbe dovuto al loro essere in gran parte stranieri. Il rito dell'evirazione, praticato dai sacerdoti della Dea, era infatti proibito ai cittadini romani e lo stesso Senato vigilava oculatamente sui culti legati a Cibele. Soltanto in occasione della Lavatio, che si svolgeva una volta all'anno, entro il 4 aprile, aveva luogo una processione pubblica - durante la quale i sacerdoti trasportavano la statua della Dea dal tempio fino all'Almo, un affluente del Tevere. Strettamente legato a Cibele era il culto di Attis. Nella mitologia greca, Attis era un pastore di notevole avvenenza che si innamoro' della Dea, alla quale fece voto di castita' eterna. Il giovane, in seguito, ebbe pero' rapporti sessuali con Sengaride, la figlia del re di Pergamo. Reso pazzo per aver mancato alla parola data, come noto il giovane pastore, in preda alla disperazione, si nascose sotto un pino e si eviro'. Era ovviamente in ricordo di questo estremo sacrificio che i sacerdoti di Cibele praticavano l'evirazione volontaria, come voto di fedelta' assoluta alla Dea. Le Attideia celebravano la passione del giovane pastore e avevano inizio il 15 marzo con una processione durante la quale i membri della confraternita cosiddetta dei Cannofori si recavano sulle rive di un fiume alla ricerca di canne da portare nel tempio. Fu infatti tra le canne, in riva al fiume, che Attis, secondo la leggenda, consumo' le sue colpevoli schermaglie amorose. I nove giorni successivi alla cerimonia erano di rigorosa penitenza (era obbligatoria l'astinenza da qualsivoglia attivita' sessuale cosi' come era proibito cibarsi di melograni, mele cotogne, pesce, carne di maiale, vino, grano e pane). |
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Il 22 marzo le cerimonie cmq proseguivano con "l'Arbor intrat", ovvero il trasporto nel tempio di un pino tagliato in un bosco consacrato a Cibele. La pianta, che ricorda il luogo dell'evirazione di Attis, era avvolta da bende e inghirlandata con violette, i fiori nati dal sangue sgorgato a seguito dell'atto estremo compiuto dal pastore. In questa occasione i sacerdoti di Cibele si abbandonavano a urla di dolore. I fedeli, dal canto loro, si battevano il petto con le mani o con pigne fino a far sgorgare il sangue. Il 24 marzo, ormai sovreccitati, sacerdoti e fedeli davano luogo a danze per celebrare la deposizione di Attis nella tomba. E' il cosiddetto "Giorno del sangue". I partecipanti si flagellavano martoriandosi con coltelli fino a imbrattare il pino e l'altare del proprio sangue. Qualcuno, nell'esaltazione collettiva, arrivava a evirarsi con schegge di selce o di coccio. La notte tra il 24 e il 25 marzo si trascorreva in preghiera, attendendo l'alba per celebrare la resurrezione di Attis con una esplosione collettiva di gioia. Beh, mi pare che ci siano alcuni elementi sui quali riflettere. Non vorrei soffermarmi troppo sulle scene di flagellazione ed autoflagellazione (riscontrabili peraltro anche tra le sette eretiche russe e nelle manifestazioni religiose del nostro mezzogiorno); mi sembrano piu' interessanti altri aspetti. La 'Grande Madre' accoglie il proprio 'figlio' solo a seguito della sua 'rinuncia' al proprio potere virile. Si riscontra quindi quella tensione di 'rinascita sotto il segno della Madre' (il teatro masochista e' un teatro del femminile: la scena masochista offre una rappresentazione dell'utopia della buona madre, la madre orale a cui si affianca il figlio) che Gilles Deleuze ritiene essere il fulcro centrale dell'ideale masochista. Inoltre l'utilizzo di cinture di castita', finalizzate a controllare e 'negare' l'erezione e l'eiaculazione, ormai cosi' presenti e largamente diffuse in quella che sembra essere l'ultima frontiera del bdsm, il cosiddetto t&d (tease and denial) non sembra in qualche modo stretta parente dei miti di castrazione legati alla figura del giovane Attis? Attis e Cibele in letteratura: il Carmen 63 di Catullo Astrozorro |
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