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| Tratto da Il Giornale del 2 novembre 2000 di Gianluigi Nuzzi Dopo le urla, il corpo tormentato di Stefania è un affresco arcobaleno. Ma quelli che da lontano sembravano fantasiosi tatuaggi, si rivelano lunghi segni colorati di cera bollente caduta da candele sapientemente inclinate dal padrone incappucciato. Lei boccheggia. Se ne sta sdraiata su un gran letto a tre piazze, lenzuolo nero, caviglie e polsi bloccati in bracciali d'acciaio avvitati a catene. A fianco a lei, altre due disgraziate ancora più giovani alle quali è capitata la stessa sorte. Intorno, un pubblico silenzioso, gli occhi fissi sulle cavie che dal dolore traggono e offrono piacere. Siamo nel privé che ospita il primo raduno sadomaso a Milano. Un film. Cento, centocinquanta persone, ragazze, qualche donna sui 50 e poi uomini di ogni età, dai 18 ai 70, coppie e single. Qui possono entrare tutti, purchè conosciuti, presentati. Arrivano da Bologna, Firenze, Verona, Brescia e Torino. Arrivano infilati in tute attillatissime di pelle nera, stivali alti, e dai borsoni estraggono fruste, frustini, borchie, catene e pinze d'acciaio. Per sapere dell'appuntamento serve il passaparola. L'edificio è appena dietro viale Padova, un palazzo industriale a due piani. Anonimo quanto il portone. Parrebbero uffici, se non ci fossero un paio di telecamere che vigilano sulla vetrata dell'ingresso. La porta si apre. Una rampa che sale e poi un'altra porta nera. Finalmente si entra. L'ingresso è gratuito, tesserino per la consumazione obbligatoria. Il locale dev'essere uno di quei club privé di scambisti. Che però sia una serata particolare lo capisci subito dai segni che questo folle popolo sadomaso indossa per farsi riconoscere. Due i grandi gruppi. Il primo è quello dei padroni e delle padrone. Hanno tutti frustini in mano, su qualche divanetto le signore che amano comandare si fanno leccare piedi o scarpe col tacco di 12 centimetri da uomini ubbidienti. Altre portano letteralmente al guinzaglio per la sala la loro preda, l'uomo che silente cammina carponi a quattro zampe. Come un cane, esattamente come un cane. Quest'ultimo fa parte del secondo gruppo, appunto gli schiavi e le schiave. Sono completamente sottomessi. Li riconosci dal collare che i più portano al collo. Pronti a ogni umiliazione, a ogni supplizio e dolore (o quasi, ci auguriamo) pur di obbedire ai desideri più irrazionali e sadici del loro padrone. Schiavi e padroni vagano in penombra per ore in questo locale, mezza nave e mezza balera. Ha le luci basse, grandi oblò azzurri alle pareti, musica cimiteriale in sottofondo, dal soffitto cadono grandi tele bianche da fantasmi, al centro una pista ma nessuno balla. Non c'è tempo. Poche ore per godersi, una volta al mese, la trasgressione desiderata in gran segreto. Tant'è che la pista da ballo è trasformata in palco per le punizioni. Ecco un uomo nudo inclinato su una apposita base in legno che viene frustato, ecco una ragazza in intimo con le mani ammanettate a strutture che rimane immobile per quasi un'ora. Si parla sottovoce, ci si cerca, ci si piace. "Scusi signora, posso leccarle le scarpe?" "Giovanotto, permette una frustata?". Passano le ore e il confine dell'ardire si spinge sempre più in là. Di fronte al bar sosta una specie di carrozzella con due lunghi tubi per trascinarla. A una volontaria fanno indossare una complicata maschera che le divarica la bocca, dalla quale partono due cinghie. Sulla carrozzella siede sovrano un uomo, prende le cinghie che utilizza come briglie per indirizzare la ragazza mentre questa trascina come un mulo macchina e padrone. Nessuno ride. Nessuno si stupisce. E soprattutto, nessuno interviene. Nei molti sguardi allucinati dei clienti trovi ammirazione, curiosità, rispetto. E la ragazza traina in silenzio. È pagata? L'hanno drogata? No, no, è una schiava. Gode a modo suo, soffrendo. Torniamo nel privé. Le piccole stanze sono separate dal corridoio da pareti forate da piccoli e grandi buchi per i guardoni che vogliono assistere al supplizio in una è il turno di un uomo sui cinquant'anni. Se ne sta sdraiato immobile su un materasso. La sua padrona lo sta torturando pinzandolo ovunque con mollette d'acciaio. Questa donna, sui quarant'anni, vestita esclusivamente di pelle, parrucca bionda a baschetto, ha pure un aiutante. È uno dei tanti uomini incappucciati con stivali neri, tarchiato, anche lui completo in pelle aderentissimo. Le sta a fianco, in ginocchio, pronto a porgerle le mollette, le pinzette, i guanti in lattice, le candele per far colare la cera sul corpo del malcapitato. Un esperto ci illumina sostenendo che non ogni cera provoca lo stesso dolore, dipende dal suo colore. La più temuta è la ceralacca che provoca ustioni permanenti. Almeno per stasera, fortunatamente, non ce n'è traccia in giro. Nell'altra stanza c'è un'orgia, che qui in questo carosello della follia diventa quasi una banalità, nell'altra tre schiavi stanno sdraiati per terra e sopra cammina la loro padrona con i tacchi che, dagli spasmi del dolore, devono essere talmente affilati da sembrare lame. Verso le quattro di notte il locale inizia a svuotarsi. Alcuni lasciano i propri recapiti a uno dei boss. Cerca comparse per film sadomaso: "Mi garantiscono l'anonimato, tutti gli attori saranno mascherati". Altri vanno a cambiarsi in bagno. I mutanti rispuntano: vestiti normali, jeans, maglioni di lana dai colori pastello. Nessun sorriso in attesa dell'alba. SONO TUTTI NIPOTINI DEL DIVIN MARCHESE Se le pratiche di erotismo violento su se stessi e gli altri sono probabilmente antiche come il mondo il termine sadomasochismo appare nel Novecento per merito degli psicanalisti. La Grande Enciclopedia De Agostani lo definisce una "perversione sessuale il cui soddisfacimento consiste nell'infliggere dolore fisico o morale (componente sadica) e nel subire dolore fisico o morale (componente masochistica)". Secondo la psicanalisi la componente sadica e quella masochistica nello stesso individuo sono sempre legate. Ma l'origine della parola deriva dai cognomi di due discussi letterati del passato: il marchese Donatien Alphonse Francois de Sade (1740-1814) e Leopold Sacher-Masoch (1836-1895). Al nome del marchese De Sade è legata la definizione di "sadismo". Tenace assertore dell'ateismo, negatore della morale corrente, la figura del marchese De Sade è stata soggetta a molte interpretazioni. Inoltre la sua biografia ha suscitato diversi scandali: è stato accusato di empietà, oscenità e perversione. Leopold von Sacher-Masoch, invece, è lo scrittore a cui si deve il termine "masochismo". I suoi romanzi e racconti sono caratterizzati da una forte vena erotica: è stato proprio richiamandosi alle vicende, spesso morbose, in esse rappresentate, oltre che a episodi del suo tumultuoso matrimonio, che gli studiosi di sessuologia hanno coniato il termine. © Il Giornale - Tutti i diritti di proprietà letteraria e artistica riservati - Il testo è stato tratto da smack.org |
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