Mentoring 2.0

L’articolo è lungo, con molti riferimenti sia storici sia pratici del tempo presente e tratta un argomento sostanzialmente nuovo per l’Italia ma già molto esplorato all’estero: il Mentoring nel SM/BDSM. La complessità del tema ha richiesto una completezza di argomentazioni che si è tradotta anche in una quantità esorbitante di righe scritte.

Sadico, ma anche buono (sì, sì, credeteci!!) ho realizzato dei box riassuntivi per facilitare la lettura e rendere più agevole il percorso di comprensione anche ai più frettolosi e a chi “non ha tempo da perdere” nei dettagli.

Andiamo, dunque a incominciare …

[…] e Mentore levossi

Del padre il buon compagno, a cui su tutto

Vegghiar, guardare il tutto, ed i comandi

Seguitar di Laerte, Ulisse ingiunse,

Quando per l’alto sal mise la nave. […]

[…] Così pregava; e se gli pose allato

Con la faccia di Mentore e la voce, 

Pallade, e a nome chiamollo, e feo tai detti:

“Telemaco, né ardir giammai, né senno

Ti verrà men, se la virtù col sangue

Trasfuse in te veracemente Ulisse, […]

I versi che avete letto vi suonano tristemente famosi? Vi siete passati ore e ore della vostra adolescenza sull’Odissea odiando cordialmente Ulisse, Mentore, la Pallade Atena e tutti i proci in allegra brigata?

Oppure li leggete per la prima volta e state chiedendovi che cosa vi ho preparato? Quale ennesimo minestrone storico-filosofico ho intenzione di farvi inghiottire?

In ogni caso e qualsiasi sia la vostra risposta è su queste poche parole che andremo ad iniziare un lungo, lunghissimo, discorso sul mentoring nel S/M (acronimo che io uso come sinonimo del più lungo e indigitabile-impronunciabile BDSM) e su come leggerlo in questa chiave kinky-pervert.

Siccome – non ditemi poi che non vi avevo avvertito – il discorso è veramente lungo ogni sezione di questo articolo – come anticipato in apertura – è preceduta da un riquadro che ne riassume il contenuto. Se vi basta quello che è scritto nel riquadro passate alla sezione successiva, se invece volete saperne di più leggetevi il paragrafo per esteso.

Un modo come un altro per focalizzare la vostra attenzione sugli argomenti che davvero v’interessano e saltare a piè pari, senza perdere il filo del discorso, argomenti che magari al momento non vi “appassionano”.

Mentore era il tutore di Telemaco e Athena, Dea della guerra e della saggezza, prende le sembianze di Mentore per accompagnare lo stesso Telemaco in giro per il mar Egeo alla ricerca di suo padre, Ulisse. Questa storia ci fa capire che un Mentore è qualcuno che ha saggezza e conoscenza e accompagna una persona che vuole realizzare qualcosa, vuole diventare qualcosa. L’ideale di Telemaco era ritrovare Ulisse non diventare come Athena. Quindi un Mentore non “plasma” una persona a sua immagine e somiglianza ma l’aiuta a realizzare la sua (sua della persona in Mentoring) propria individualità e i suoi propri desideri.

Prima di tutto iniziamo con il capire cos’è, in generale, un Mentore; la storiella dell’Odissea ci aiuta a dare un profilo più che completo di questa figura. Ripassiamo il fatto, quindi, per trarne i punti fondamentali che ci servono.

Ulisse deve partire per Troia e deve lasciare Telemaco in buone mani, un amico che possa fargli un po’ da papà (senza invadere la camera di Penny), un po’ da istitutore e un po’ da guida. Tra i vari disponibili sceglie Mentore e gli dice qualcosa come: “ecco Mentore, vedi di stare dietro alla creatura, farlo crescere e dargli qualche informazione sulla vita, la morte e altri fatterelli così, perché io vado a fare un cavallo di legno e Laerte, il mio papà, sarà anche re di Itaca ma ultimamente lo vedo un po’ confuso e poi, i nonni, sai come sono …”

Fino a qui tutto tranquillo perchè Mentore è investito si e no della funzione di tutore, come dire a tempo determinato. Quando Ulisse torna o quando il fanciullo fa la maggiore età le cose finiscono e chi s’è visto s’è visto.

Ma, se tutto fosse così, tutto sarebbe facile, un Mentore è un tutore e buona pace per tutti.

Ci mette lo zampino Atena-Minerva-Pallade che per aiutare Telemaco complica la vita a noi. Fatto è che si presenta a lui prima in forma di Mente, un certo principe vecchio amico di Ulisse per dirgli che il padre è vivo e lei/lui sa dov’è.

Poi – dopo aver assistito ad una bella lite tra i proci (la cosa della tela di Penny ha irritato più di un pretendente a questo punto) e il figliol di Ulisse – si presenta a Telemaco in riva al mare (non dopo essersi fatta pregare un poco) e gli dice: “ok ragazzone, andiamo in giro io e tu a cercare tuo papà; mettiamo il sedere su una nave e andiamo a chiedere ai re con i quali ha combattuto e vediamo che ne sanno di quello che ha fatto e come si potrebbe raggiungerlo”.

Ovviamente, dato che Minerva-Atena-Pallade ha sto’ vizio del travestimento, in quale forma si presenta a Telemaco? Indovinato! Mentore. E con questa forma lo accompagna in giro per l’Egeo, incontrando re e principi, facendosi raccontare le gesta di Ulisse durante il prequel (Iliade) e facendo in modo che pian piano il giovanotto si renda conto di che papà con i controcoglioni gli Dei lo hanno dotato.

Qui tutta la figura del Mentore è esposta nella sua metafora e da questo possiamo dedurre che cosa è un mentore.

Ulisse è l’ideale che Telemaco ricerca, l’uomo che vuole essere.

Atena, Dea della sapienza, prende la forma di un uomo (Mentore) di esperienza e fidato.

I re che Telemaco incontra sono potenti ma Minerva è una Dea e lo può portare dai potenti senza temere il taglio della testa dell’incauto e spaccamaroni Telemaco.

E, ancora, i potenti che Telemaco incontra sono eruditi delle vicende di Ulisse, lo conoscono e possono dargli informazioni su di lui, sull’ideale che il fanciullo vuole raggiungere.

Quindi riassumiamo: un/una Mentore è una persona che ha sapienza ed esperienza e guida qualcuno, a tempo indeterminato, verso la sua propria realizzazione. Non vuole che Telemaco somigli a Mentore ma vuole che arrivi a somigliare ad Ulisse: un mentore non plasma a sua immagine e somiglianza ma permette alle persone di realizzare il proprio ideale.

La storiella dell’Odissea ci dice anche che Atena si presenta di nuovo (!!) in forma di Mentore quando Ulisse inizia la carneficina dei proci: ovvero, la sapienza del mentore è arma per debellare chi pretende un premio (il lato comodo del letto di Penny, nel caso) senza aver fatto fatica per ottenerlo.

Ecco fatto.

Ora sappiamo cos’è un mentore: una guida disinteressata e a tempo indeterminato per raggiungere l’ideale di persona che ci siamo messi in testa di voler essere o, ancora meglio, per capire bene bene che razza di persona vogliamo essere.

Nel S/M i primi Mentor erano le persone dei club – associazione anglosassoni gay leather degli anni ’70 – ’80 del XX secolo che prendevano in cura i novizi. Nello stesso periodo nel S/M etero non c’era una gran diffusione delle associazioni quindi questa figura era meno importante e poco più di una specie di gioco di ruolo. Con gli anni ’80 e per colpa dell’AIDS si è venuta a creare una frattura tra la vecchia generazione e la nuova generazione di praticanti, frattura dovuta alla paura di rimanere contagiati da chi aveva avuto già molte esperienze. In questo modo anche nel mondo gay – leather piano piano sparisce la figura del Mentore e con l’avvento di internet il Mentore come “colui che può guidarti verso la tua realizzazione” scompare quasi completamente. Le persone iniziano a “farsi da sé” usando le informazioni che trovano in rete.

Saputo cosa può essere un Mentore in generale non ci rimane altro da chiederci se non:

Che cos’è il mentoring nel S/M?

Come funziona?

Come si adopera?

Ma … ci serve veramente?

Per rispondere a queste quattro domandine bisogna fare prima un salto nel passato (anni ‘70) e andare ad invadere la gay leather community, le associazioni e i club anglosassoni e la gerarchia associativa di quel tempo.

Sì, stiamo proprio parlando del periodo immediatamente precedente e in parte contemporaneo alla famosa introduzione del SSC, quando ancora i PC erano roba da straricchi e internet neanche s’immaginava.

In questo ambito le associazioni S/M etero erano ancora agli albori (Stacy Newmarh ci dice che in base ai suoi studi la prima associazione etero data 1977) e quello che va per la maggiore è il S/M gay leather, roba dura, in genere, cose da hanky code e da sottoporre a regole ferree di sicurezza.

In questo ambito bisognava che gli associati fossero instradati a riconoscere “a naso” le persone e le situazioni potenzialmente dannose e che, in qualche modo, i Dominanti fossero regolati, seguissero – in assenza di un chiaro e determinante codice di sicurezza – un serie di regole “deontologiche” che fossero applicabili e definissero che una persona era “a posto”.

In poche parole quando si entrava in questi club/associazioni si veniva (sia che si fosse sub o dom) affidati ad un Mentore che nella tradizione anglosassone era il tuo Top (sia che tu fossi sub o Dom) per il quale eri un bottom (idem per i ruoli nel S/M).

Il sistema funzionava benino perché:

1) i sub venivano istruiti da sub senza interferenza da parte dei Dominanti;

2) i Dominanti venivano istruiti da Dominanti che, una volta preso in carico un bottom ne rispondevano anche per le azioni scellerate, insomma, diventavano anche garanti della loro buona condotta e del loro modo di agire.

3) avere alle spalle un periodo in Mentoring con tizio o caio per un sub o per un Dom significava poter vantare un certo curriculum e se la fama del Mentor era buona la loro fama era buona, altrimenti erano già bruciati all’inizio. Il che imponeva anche al Mentor di comportarsi in modo da non offuscare la propria fama.

Non sfugge, nel discorso generale, che essere “affidabili” come Mentor era decisamente un ottimo modo per non essere mandati a calci in culo fuori dall’associazione.

Con i primi anni ’80 le cose cambiano drasticamente e anche in modo drammatico perché arriva l’AIDS. Il sistema di “passaggio delle consegne” tra Mentor e mentee si frantuma perché si diffonde il “panico da vecchi”. Infatti il morbo dei gay, come veniva chiamato allora, spaventa le nuove leve e frequentare i “vecchi” diventava un rischio non indifferente.

La community gay leather si spacca letteralmente tra chi ha iniziato a praticare prima dell’avvento dell’AIDS e chi ha iniziato dopo. Tra gli appestati e i puri.

Non che questo abbia aiutato un filo a rallentare la diffusione dell’AIDS, anzi, in assenza di una partecipazione attiva e controllata alle attività di informazione delle associazioni e dei club per non condividere gli stessi spazi con i sieropositivi, paradossalmente, l’AIDS si diffonde più rapidamente e tragicamente tra le nuove leve che, per altro, hanno maggiore occasione e possibilità di giocare alle feste, trovarsi, incontrarsi e contaggiarsi.

Ricordiamo che siamo negli anni ’80 e internet non è ancora arrivato, difficilmente nelle TV si poteva seguire un documentario del tipo “fistiamo in sicurezza” e l’informazione al tempo si limitava a qualche generico consiglio (sbagliato) su come operare per tenersi alla larga dalla malattia. Andare dal medico per farsi erudire neanche a parlarne.

Fatta la frittata.

Si moltiplicano le iniziative delle associazioni per informare ma il sistema precedente è già stato minato alla base.

Nel frattempo arriva internet.

Con internet le cose cambiano, le informazioni viaggiano più velocemente, non è necessario uscire da casa per sapere e i vari club/associazioni (sempre in casa gay leather) mettono on line i loro siti e iniziano a fare di nuovo il loro mestiere di punti di riferimento. Almeno sulla carta il sistema di passaggio delle informazioni tra vecchie e nuove generazioni (perché di questo si parla quando si parla di Mentoring …) viene ripristinato e ricomincia a funzionare.

E in casa etero?

In casa etero le cose viaggiano in modo meno spedito e molto più rilassato. Non esiste una vera e propria gerarchia del Mentoring come nelle associazioni gay leather e, a dire la verità, non esiste neanche tutta questa gran voglia di aderire ad un’associazione. In fondo mentre i gay leather sono gay – e, quindi, comunque coinvolti in una battaglia decennale per i diritti civili nella quale le associazioni hanno giocato un ruolo determinante – i S/M etero non hanno nessuna battaglia sui diritti civili da intraprendere e, in fondo in fondo, a volte tra gli etero S/M si trovano nicchie di omofobia piuttosto consistenti, figurarsi se vengono create associazioni come quelle dei “diversi”.

L’elemento associativo viene visto quindi come un “di più”, una sovrastruttura a volte anche fastidiosa, soprattutto dove il rapporto Master/slave viene letto in chiave molto ortodossa e intimistica, da camera da letto insomma, o da dungeon sottoscala.

Inoltre il rapporto S/M etero è, almeno all’inizio, molto minoritario rispetto quello gay e giocato spesso (ricordiamo che ancora internet non esiste, ci stiamo arrivando) in pochi e sporadici incontri di sessione, fissati in modo clandestino tra coppie tutt’altro che ufficiali.

Eccocci allineati nei primi anni ’90 ed ecco che arriva internet e con internet le prime mailing list e chat e poi forum. Siamo ancora lontani ma ci stiamo avvicinando.

Le informazioni iniziano pian piano a viaggiare, abbandoniamo e salutiamo con affetto gli amici gay leather e iniziamo a farci i casi di casa nostra.

E i casi di casa nostra iniziano subito maluccio per la figura del Mentor perché già prima era una cosa più da gay leather che da etero S/M ma ora, con le informazioni disponibili in internet su sicurezza e pratiche, la possibilità di diffusione dei criteri minimi di sicurezza, la comunicazione istantanea (e sempre più capillare via via che dal pc si passa ai cellulari smartphonizzati) e le rapide prese di contatto privato il Mentor diventa una figura più che altro di scena, un modo più o meno prolungato di fare un role play.

Lo stesso processo di Mentoring viene riassemblato con evidenti sovrapposizioni e confusioni con il Tutoring, cosa che, abbiamo visto, può essere parte del Mentoring ma del tutto minimale e molto relativa rispetto il tutto.

In realtà non viene più dato risalto il ruolo sociale di “passaggio del testimone” tra generazioni in una omogenea distinzione di ruoli (il Mentor di un sub è un sub, il Mentor di un Dom è un Dom) e tracciare una linea retta, far notare che almeno questa caratteristica del Mentoring dovrebbe essere rispettata per coerenza con lo stesso significato di Mentore comporta, molto spesso, esporsi e doversi infilare in una diatriba senza fine sul significato etimologico e filosofico-strutturalista dell’arte di tagliare un capello in quattro. Troppa fatica.

Ma se da una parte tutto sembra facile e inossidabile dall’altra l’informazione capillare e continua diventa “rumore di fondo”.

L’eccesso di informazioni, spesso non verificabili o del tutto false ha provocato, negli ultimi anni, la necessità di ripescare una socialità diretta e un rapporto diretto con le persone più navigate, magari più sapienti e comunque in grado di dare ottimi consigli e di consentire di capire se una cosa è vera o falsa, o – quando anche fosse vera – se va bene per sé o ci sta stretta. In questo quadro la figura del Mentore torna ad essere importante perché avere sempre un riferimento di cui fidarsi, la cui attendibilità e affidabilità sono certe, permette di abbreviare i tempi e risparmiare la fatica di immagazzinare informazioni e poi andarsene in giro per il mondo a comprovarle, verificarle, discuterle, con tante persone che, magari, neanche si sono mai viste in faccia o che di per sé sono indicate come “diavoli scatenati” da una fazione della community S/M e come “angeli e santi” da un’altra fazione, a seconda delle simpatie e antipatie del momento.

L’esperienza non più comprovabile e la correttezza non più accertabile delle informazioni si fa velocemente caos di notizie contraddittorie. L’era di Facebook in cui la gran parte delle informazioni che incameriamo ci vengono dalle notifiche e dai tag degli amici, dagli eventi aperti qui e lì ha generato il surplus di dati oltre la cui soglia critica non siamo più in grado di distinguere quello che veramente serve da quello che è bullshit, l’evento che veramente ci può interessare per una nostra crescita personale come praticanti e quello che, invece, potrebbe essere deleterio.

L’informazione del web in quanto per sua natura generale e impersonale deve essere masticata e digerita, ma ancora prima essere selezionata per il proprio pasto: da una cosa semplice semplice che si chiama “esperienza”.

Ancora una volta, paradossalmente, quando siamo quasi all’apice della fruibilità delle informazioni abbiamo di nuovo, e questa volta in modo quasi vitale, bisogno di informazioni supplementari per poter gestire questa mole di dati.

Perché mi viene in mente il ruolo di una guida che, conoscendo per diretta esperienza la materia, la scena, gli annessi e connessi, porta una persona verso la formazione del suo ideale?

Sarà un caso?

No, non lo è e da qui si riparte perché bisogna, adesso, definire cosa è, nel XXI secolo, un Mentor, un Mentor – appunto – 2.0 .

Il Mentoring non è Tutoring. Il Tutoring dura un tempo determinato e deve portare un/una sub ad essere pronti per un Master o una Mistress. All’opposto del Mentoring (che se vogliamo viene prima di ogni cosa) il Tutoring è il momento in cui si “plasma” e si “addestra” un/una submissive al suo ruolo secondo le linee e le opinioni (quasi insindacabili) del/della Tutor.

Il Mentoring quindi viene prima del Tutoring, avviene tra persone dello stesso ruolo e si svolge senza il coinvolgimento personale in scene S/M e, se possibile, senza sesso. Inoltre il/la Mentor non devono assolvere al ruolo di padre confessore o di psicologo fai-da-te, i problemi personali di un/una mentee devono essere noti ma il Mentor non è la figura deputata a risolverli o a farsene carico. Se i problemi sono tali da configurare addirittura disturbi della personalità o aspetti patologici il/la Mentore deve agire in modo che tali problematiche vengano trattate nelle sedi adeguate e da persone abilitate e specializzate in questo campo.

Dal momento che il Mentoring è un percorso di relazione, soprattutto, durante il quale il/la mentee impara più guardando cosa fa e come si comporta il/la Mentore che non da “lezioni alla cattedra” o “corsi per corrispondenza” non dovrebbe essere fatto in “remoto” o “on line”. Certo, l’uso degli strumenti di comunicazione aiuta nelle situazioni in cui è inutile incontrarsi solo per dire “scaricati e leggiti questo testo” o “buongiorno, come va oggi?” ma il percorso di Mentoring in generale non può e non deve essere gestito in virtuale. E, sì, se ve lo state chiedendo quello che vedete nell’immagine sotto è proprio ciò che NON è Mentoring

Per definire cos’è un/una Mentor nel XXI secolo bisogna concentrarsi su alcuni punti

-          Il Mentoring come ruolo “sociale” e il Tutoring come “ruolo relazionale”: chi sta fuori e chi sta dentro il “gioco” S/M? Chiaro che se un Mentor è tale per una persona che insegue il suo destino ma che copre un ruolo simile ci sarà ben poco da giocare e da relazionarsi in questo senso, gli ordini tra Dominanti o tra submissive a volte sono ben poco graditi e più che ordini bisogna far conto su linee guida di comportamento da impartire, ben chiare e ben definite. Difficile poi “punire” gli errori. Gli errori vanno analizzati e guardati al microscopio, in modo tale da non farli ripetere. Il che vuol dire, in soldoni: se una persona è punita a seguito di un errore del mentee questa è proprio il/la Mentore perché gli tocca un lavoro extra non da poco per correggere la rotta.

-          Mentoring intra-ruolo e mentoring inter-ruolo: cosa SI DEVE fare e cosa NON SI DEVE fare. Ovviamente la linea generale è che un Mentoring si esercita tra persone che sostengono lo stesso ruolo ma una linea generale non è una regola fissa. A volte può capitare che una figura Dominante tenga in Mentoring un/una slave. Motivi di opportunità o, banalmente, l’assenza di un/una Mentor submissive raggiungibile ed affidabile rendono questo tipo di situazione qualcosa di più di una mera “ipotesi di lavoro”. Qui e con questo punto bisogna introdurre la qualità più importante di un/una Mentor: l’onestà intellettuale. Non solo con un/una mentee non si gioca ma, al momento che si esercita già uno strapotere da Mentor neanche si dovrebbe cercare di plasmarla ad immagine e somiglianza della/lo schiavo/a che si vorrebbe avere. Altrimenti si rinuncia al ruolo di Mentore e si passa, con buona pace di tutti ma in modo chiaro, ad assolvere un ruolo di Tutor o perfino di Master. Non nascondersi dietro il dito di “ti insegno tutto io, sono imparziale e giusto, vedrai che da me imparerai e farai tutte le esperienze del mondo” se poi quello che s’intende è “tu sei mia/mio”. Il mentee è di se stesso e del suo ideale, bisogna portarlo a visitare i potenti e fargli raggiungere il suo Ulisse. Altrimenti non è tale e non stiamo più facendo l’interesse di chi abbiamo in mentoring, semplicemente ci stiamo comportando da predatori.

-          Il concetto di Need to Say: il Mentoring psicoterapeutico e il Mentoring asettico, due estremi che dovrebbero essere astratti e che, invece … spesso non lo sono. Ancora una volta entra in gioco il concetto di onestà intellettuale. Non è possibile fare nulla con una persona se prima non se ne conoscono, almeno a grandi linee, il suo vissuto, il suo ambiente quotidiano, la sua situazione familiare e relazionale, le sue problematiche, le sue aspirazioni oltre il mero “essere in Mentoring per …” quindi segare via tutti questi aspetti come se non esistessero toglie informazioni vitali (Mentore e, soprattutto Atena, ben sapevano chi era Telemaco …) ma, dall’altra parte della canna, neanche bisognerebbe invadere campi che non sono parte del percorso di Mentoring. Un saggio consiglio su come affrontare un esame universitario si può anche dare ma, attenzione, quando si tratta di lavoro, famiglia, affetti, fidanzati e fidanzate, problemi psicologici e di salute in generale, il Mentore fornisce solo un orecchio per ascoltare gli sfoghi e una spalla su cui piangere. E questo a volte potrebbe essere già troppo perché per creare una dipendenza (e magari anche una co-dipendenza) relazionale basta un nulla, a volte giusto giusto il fatto di dedicare cinque minuti cinque all’ascolto.

-          Il problema del mentoring con switch: quando tutto s’incasina, tutto diventa anche più chiaro. Certo che sì, perchè qui, non essendo ruoli ben definiti, l’onestà intellettuale, l’onore, sono fondamentali e imprescindibili. Quando il Mentoring si esercita su uno/una switch, qualsiasi sia il ruolo del Mentor, provare cose “insieme”, diventa quasi una tentazione tantalica. Se questo dovesse succedere la cosa migliore da fare è interrompere il percorso di Mentoring e rinegoziare la propria relazione: vuol dire che, in fondo, il piacere di formare nuove generazioni è inferiore al piacere di relazionarsi intimamente con quella persona, i termini delle cose sono cambiate e le cose, per forza di cosa, devono cambiare.

-          Online, offline: vita virtuale e vita reale, il mentoring nel XXI secolo, nei social e attraverso wa. Confondere la comunicazione confonde la comprensione. E siamo arrivati al XXI secolo o generazione 2.0 nella quale gran parte delle comunicazioni avviene attraverso wa, sms illimitati e chat su fb. Errore clamoroso gestire un percorso di Mentoring così. La forza del Mentoring sta nell’accompagnare fisicamente la persona verso il proprio ideale. Atena era una Dea ma non si manifestava attraverso roveti ardenti o messaggini, si era fatta forma fisica consistente per accompagnare Telemaco. S’impara non dalle parole o dai pipponi (più da Tutor che da Mentor) ma seguendo l’esempio, guardando come il proprio Mentor si comporta in determiante circostanze, come interagisce con gli altri, come gioca ma anche come fa aftercare o come ordina qualcosa al ristorante. Non si deve imitare come una scimmietta ma, per contro, bisogna far tesoro e chiedere, chiedere sempre. Anche sapere perchè il proprio Mentore mette le forchette nel piatto in un certo modo serve, a volte. E se la domanda non arriva, se chi vi fa Mentoring non vede un cambiamento nel modo di gestire le vostre cosette, qualche dubbio sul fatto che veramente vogliate andare a trovare Ulisse se lo potrebbe pure fare. O no?

Cose, queste, che attraverso i mezzi informatici di comunicazione, sicuramente non passano.

Non sempre serve un/una Mentore e a volte può diventare fastidioso come un paio di scarpe strette non perché non serva ma perché si è scelta la persona sbagliata per quel compito o si credeva di volere una cosa e, invece, se ne voleva un’altra. Esistono cinque criteri di base per capire se stiamo andando nella direzione giusta. Bisogna chiedersi se serve davvero – per quello che vogliamo ottenere – un percorso di mentoring, se la persona che ci deve fare da Mentore ha veramente l’esperienza adeguata, se è raggiungibile facilmente sia fisicamente sia in termini di suoi impegni personali, se ha visibilità nella community e come se ne parla e se ha molti agganci sulla scena in modo da poterci garantire di formarci di ogni cosa una nostra opinione sentendo più campane.

Questo detto, resici edotti di cosa fare e non fare e in relazione alle scelte operative non rimane che dare alcuni suggerimenti su come (e se) scegliersi un/una Mentor e su come (e se) scegliersi un/una mentee.

I 5 criteri di scelta di un/una Mentor:

  • criterio della massima utilità: mi serve davvero? Voglio veramente raggiungere certi traguardi o mi fa solo piacere poter dire “io sono in Mentoring con tizia o con caio?”. Se questo è l’unico o il più forte dei motivi per cui chiedete di stare in Mentoring vi suggerisco di rinunciare il partenza, almeno con me. I Mentor in genere non amano portarsi a traino chi vuole solo mettersi un’etichetta con un nome sopra.
  • criterio della massima esperienza: la persona che sto avvicinando per farmi da Mentore ha veramente esperienza diretta e di lungo corso con il ruolo/ideale/pratica/situazione che sto cercando di raggiungere o sto semplicemente approcciando il primo/prima che mi sta simpatico/a o più accessibile o meno antipatico/a? Vi assicuro che esperienza e iniziale freddezza o antipatia vanno a braccetto. A volte si sono viste e tollerate tante teste di cazzo che il pericolo di doversi sobbarcare qualche settimana di lite con l’ennesima/o rompipalle rende sempre un pochino acidi. Fa parte delle regole del gioco, siate umili e non demordete.
  • criterio della massima raggiungibilità: questa persona è davvero raggiungibile? Come è messa con tempi/famiglia/lavoro? Abita nella mia stessa città, lo si vede spesso dedicare tempo alla community o lo si incontra una volta all’anno? Mi dedicherà del tempo, mi porterà ad eventi, mi farà conoscere altre persone?
  • criterio della massima visibilità: questa persona frequenta l’ambiente reale? E’ conosciuta? Cosa si dice in giro, mediamente, di questa persona? Ci sono stati casi di mentee che si sono lamentati/e per la sua mancanza di correttezza e lui/lei cosa ha risposto in merito? Ha risposto?
  •  criterio della massima interelazionabilità sociale: questa persona ha una rete di relazioni tali da permettermi di andare in giro per le isole dell’Egeo a cercare il mio ideale? Frequenta gruppi reali? Frequenta munch, feste, eventi in generale? Viaggia o sta sempre ferma sotto casa sua? Acquisisce frequentemente nuove amicizie e contatti o conosce giusto tre persone e un paio di queste neanche se lo/la filano?

Allo stesso modo anche scegliere di tenere in Mentoring una persona inesperta può diventare dannoso se prima non si sono valutate le cose più importanti. Prima di tutto se si ha davvero tempo ed energie oltre che la voglia di fare da Mentor e per quale scopo pensiamo sia per noi conveniente tenere in Mentoring qualcuno/a. Poi bisogna valutare con attenzione il tipo di persona che ci si propone, la sua affidabilità e costanza nell’intraprendere cose che successivamente dovrà portare a compimento, la sua disponibilità reale ad imparare. Inoltre bisogna che le cose per cui si tiene in Mentoring una persona possano arricchire il bagaglio di esperienze del Mentor stesso in una “retroazione” per cui il solo “dare” costituisce – indipendentemente dalla risposta del mentee – anche un ricevere. Non è da sottovalutare anche il fatto che, essendo responsabili socialmente del comportamento del/della propria mentee, è bene che sia controllabile sia durante il percorso di Mentoring sia per qualche tempo dopo, non ci porti a fare pessime figure a causa del suo comportamento e ci cauteli dal dover rispondere per suo nome e conto di azioni non belle sulla scena pubblica in generale.

I 5 criteri di scelta di un/una mentee:

  • criterio di opportunità: mi serve essere Mentor di una persona? Per quale scopo? Sono interessato veramente alla crescita individuale di un/una mentee o semplicemente mi piace l’idea di essere indicato socialmente come un/una Mentore di tale o di tizia? Quanto mi costerà in termini di tempo e, forse, denaro fare il/la Mentore?
  •  criterio della massima affidabilità: conosco veramente questa persona? Mi posso fidare del suo reale desiderio d’intraprendere un percorso di Mentoring? Posso pensare con tranquillità che una volta iniziato non dovrò pentirmi perché si rivelerà essere una persona diversa e con esigenze diverse rispetto quanto sto vedendo ora?
  • criterio della massima retroazione: cosa mi porterà in cambio questa persona? Potrò contare sul fatto che durante il percorso di Mentoring anche io avrò modo di crescere e acquisire qualcosa il più rispetto quello che sono e ho adesso?
  •  criterio della massima controllabilità presente e futura: questa persona è controllabile? E’ una persona che fa quello che gli viene detto? Tende a cacciarsi in guai seri perché agisce in modo impulsivo e scriteriato? Mi costringerà a dovermi giustificare con altri e altre per il suo operato? In un futuro non remoto ma comunque al di là di oggi mi troverò a dovermi pentire di averla tenuta in Mentoring perché farà o dirà cose disturbanti per la nostra community? Potrò usare leve di convincimento per farle cambiare atteggiamento una volta iniziato il Mentoring?

Ci sono sicuramente altri mille e più criteri di scelta e non ultimo l’empatia che può venirsi a creare con una data persona, o la specifica attitudine a questa o quella pratica o, semplicemente, la disponibilità a farsi Mentore o mentee in un momento in cui più forte si sente questo tipo di percorso (che ribadisco essere sociale prima che relazionale) ma sempre e in ogni caso la regola aurea per ogni passo nel Mentoring, come nel S/M in generale, è:

abbiate sufficiente onestà intellettuale per fare (e farle bene) cose che, comunque, nessun medico ci prescriverà mai.

Note di redazione e qualche “credit”

Questo articolo è l’estratto di un incontro tenutosi durante una “Special Edition” del Milan Munch (26/05/2016) organizzato da Maydesnuda e Angydevil.

I concetti esposti sono frutto di un’elaborazione personale dell’autore e, laddove non si tratti specificatamente di fatti storici circostanziati, devono essere letti in forma di opinione personale e di un personale punto di vista.

Alla redazione della versione definitiva dell’articolo ha partecipato in forma privata Fulvio Brumatti che l’autore ringrazia per la paziente rilettura del corposissimo testo e per le osservazioni preliminari e successive alla sua stesura, le informazioni relative al Mentoring e al Tutoring, le conversazioni telefoniche preliminari al Munch che hanno contribuito non poco a chiarire e formalizzare idee e concetti – a volte un po’ confusi – dello scrivente.

Ovvero, non si smette mai d’imparare o di riformulare e rivedere sotto nuovi punti di vista quello che già si sapeva … o si credeva di sapere.

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