Scusi, lei è masochista?

Il masochismo dalla nascita del termine coniato da Krafft-Ebing in  Psychopathia Sexualis fino ad oggi. Perchè attualmente non ha più senso ed è controproducente cercare nuovi termini per desideri che  nel 1886 venivano indicati da Krafft-Ebing come sadici o masochistici? Perchè dopo il lavoro di Deleuze le teorie di Freud sul sadomasochismo possono semplicemente finire in soffitta? In quale modo la visione moderna della sessualità, tratteggiata nei lavori di Charles Moser, permette di riposizionare il masochismo e il sadismo in modo tale da potersi definire praticanti sadomaso senza nessuna paura d’essere confusi con malati mentali? Come mai ad oggi e più di ieri serve, idealmente e praticamente, recuperare il significato iniziale dei termini sadismo e masochismo, rispolverarne la valenza sociale e culturale ? Se queste domande vi hanno creato una certa curiosità o se, più semplicemente, siete avventurosi viaggiatori del tempo come il sottoscritto questa è l’occasione buona per tornare indietro al 1886 e seguire una storia che, iniziata nel XIX secolo, non finirà quasi sicuramente nel XXI, salvo estinzioni a sorpresa del genere umano.

Ormai è una certezza che il mondo, una volta ristretto e quasi elitario, del sadomaso è destinato ad emergere e diventare, nel bene e nel male, materiale di consumo. Questa ascesa è determinata da internet, dai siti a tema, dai social network e dai forum ma anche dal mercato della pornografia spicciola, dalle immagini patinate, delle moderne icone del sadomaso, flessuose modelle in ruoli di Mistress o schiava, il più delle volte professioniste disponibili -  il lavoro è lavoro – a cambiare anche ruolo purché il servizio fotografico sia ben remunerato e le garanzie minime di sicurezza siano rispettate.

Personalmente tendo ad evitare i giudizi morali sulla pornografia (e sull’erotografia in genere) perché il limite tra ciò che è “volgare, dozzinale, inaccettabile” e ciò che è “raffinato, di buon gusto, godibile” è un limite fin troppo intimo e variabile per poter essere assoggettato a cose serie come la morale e l’etica. Più prosaicamente ritengo inguardabile ciò che a me non piace e godibile ciò che mi piace senza troppo disturbare il prossimo mio che della stessa cosa, sono certo, ha una diversa percezione.

Tutto questo montare internettiano d’immagini, racconti, storie e discussioni ha però un rovescio della medaglia che ci sta costando molto (in quanto praticanti del sadomaso) sia in termini politici sia in termini d’identità.

In termini politici perché stiamo, in qualche maniera, rinunciando a definirci, circoscriverci, identificarci per quello che siamo in base a quello che ci piace e, soprattutto, ai valori che in noi portiamo. In termini d’identità perché, alla fine, la lettura che si ha del sadomaso è una lettura distorta e fumettistica con torme di schiave, schiavi, Dominanti e Mistress, Master e Padroni dove il nome che ci si dà sostituisce quello che si è, fino al punto di non capire più chi siamo e perché ci piace qualcosa di così fondamentalmente diverso (ma poi è veramente così?) rispetto la maggioranza delle persone.

L’ultimo e mortale colpo alla nostra presenza “politica” nel mondo è arrivato dal BDSM, da questa sigla che nasce da un errore di fondo e ripete due volte la stessa cosa, D/s e SM, come se fossero due cose diverse. Siccome il BDSM ha vent’anni e chi è nato anche trent’anni fa ha la percezione che sia sempre esistito è meglio chiarire che, come l’SSC, anche il BDSM è banalmente un falso ideologico, ma tanto falso da essere addirittura un vero e proprio fake, un termine inesistente, il risultato di un’operazione di totale de-culturizzazione del sadomaso, di svuotamento dei suoi contenuti, di creazione artificiosa d’un termine che non significa assolutamente nulla neanche come elencazione di pratiche o comportamenti.

Il problema nasce a monte, nasce dalla necessità/volontà di distinguersi dal sadomasochismo descritto da Freud (e colleghi dei bei tempi che furono) come insana perversione dell’istinto sessuale. Questa necessità/volontà di distinguersi ha portato i praticanti a fare la cosa più semplice che si potesse fare, quasi istintiva ma sommamente deleteria: si sono inventati altri nomi per autodefinirsi. Come se cambiare il nome ad una cosa la rendesse diversa o più accettabile o fosse sufficiente per togliersi di dosso l’aura di malattia o di cattiveria o di follia che decine d’anni di “scienze della psiche” ci avevano caricato sul groppone.

In poche parole non potendo combattere il nemico a casa sua abbiamo deciso di abdicare alla battaglia, cambiarci il vestito e nasconderci. Al posto di chiedere ai luminari della psicologia di mostrarci e dimostrarci perché quello che affermavano era pura verità e non una fantascientifica illusione letteraria abbiamo deciso di dire “non siamo così, noi, quindi non ci chiamiamo così”. Il problema è che quando si tratta di descrivere (senza dare fantasiose interpretazioni sulle motivazioni) il “fenomeno” sadismo, ma ancor più il “fenomeno” masochismo, noi siamo inequivocabilmente così, innegabilmente così. Il sole, che sia una stella che brucia idrogeno in una reazione nucleare o che sia un carro splendente guidato da uno con un nome strano e tirato da un numero imprecisato di cavalli alati, è sempre una palla luminosa nel cielo, accecante e calda che sorge ad oriente per tramontare ad occidente. Chiamarlo Sole o Helios o Pippo non ne cambia la natura, il modo di comportarsi, le motivazioni interiori a bruciare, emanare luce e calore. Quindi comunque lo si voglia chiamare sempre quello è ma dire che il sole splende perché è un’enorme fornace nucleare o dire che splende perché è un dio fa una certa differenza, eccome se la fa, come il giorno della conoscenza con la notte della superstizione.

Ad oggi, dopo l’ennesima operazione suicida di camuffaggio, neanche noi sappiamo più cosa siamo e ci perdiamo in definizioni senza senso, in labirinti d’una cultura (o subcultura) che è fatta di forma senza contenuti, di nomi senza corrispondenti significati, di sigle senza sostanza.

La parte SM del BDSM è quindi diventata SadoMasochismo con questo intendendo una sorta d’attività ginnica, una specie d’incontro di boxe  dove quello che prevale è la fisicità d’un rapporto in cui uno picchia e l’altro gode nell’essere picchiato. Tutto qui. Tutto sbagliato, ovviamente, ma ormai così fortemente incuneato nei meati delle menti da essere parte fondante di un abeccedario virtuale di sciocchezze, una sorta di dizionario della Terra di Mezzo pazientemente spiegato dai Soloni del BDSM a tutti i neofiti come se, davvero, von Mascoch fosse stato soltanto un povero idiota che non poteva trattenere copiosi orgasmi ogni volta che si trovava in presenza d’un dentista o d’una impellicciata picchiatrice.

Il fatto è che, a dimostrazione di quanto poco ne sappiamo noi stessi praticanti sadomaso, la cose stanno in maniera diametralmente opposta e i masochisti DOC teoricamente non si dovrebbero toccare neanche con un fiore perché loro stessi amano, adorano, supplicano di essere solo sottomessi, solo usati, solo abusati, in poche parole sono i perfetti “s” del termine D/s del BDSM. E allora? Come diavolo ci sono finiti nel SM violento e picchiatore questi fiori d’abnegazione che pur di strisciare inermi ai piedi d’una Padrona venderebbero l’anima al diavolo?

Per capirci qualcosa bisogna munirsi d’una macchina del tempo e tornare al 1886, in un’Europa che ancora non aveva conosciuto le due guerre mondiali e nella quale Freud era ancora ai suoi primi studi, ben lontano dall’elaborare la balzana teoria pulsionale e dall’usare il masochismo, il suo personale e addomesticato concetto di masochismo, per provarla al mondo.

Il termine “masochismo” fu introdotto per la prima volta dal Dottor Richard von Krafft-Ebing nel suo trattato “Psychopathia Sexualis” nel 1886.

Il testo ebbe notevole fortuna e venne ristampato più volte sia durante la vita dell’autore sia dopo la sua morte quando uno dei suoi collaboratori, il Dottor Moll, vi mise mani nel 1920  (circa 18 anni dopo la morte di Krafft-Ebing) per costruirne un’edizione totalmente rivisitata nella quale però viene mantenuta e rafforzata la definizione originaria di masochismo.

Non che sia tanto facile tornare alle origini, i testi del 1886 non sono a disposizione così come dirlo e, infatti, la mia macchina del tempo s’è fermata al 1895, anno in cui veniva pubblicata una versione francese del tomo di Krafft-Ebing. Per noi è sufficiente perché quell’edizione è ancora “pulita”, non ancora integrata dagli interventi “post mortem” operati dal Moll, in poche parole la più vicina (e disponibile) all’edizione in lingua tedesca del 1886. La versione è presente in internet ma se me la chiedete educatamente potrei decidere di farvela avere a mezzo e-mail senza farvi faticare le mie sette camicie per trovarla.

Il paragrafo sul masochismo dell’edizione francese di Psycopathia Sexualis esordisce nel seguente modo:

<<Par masochisme, j’entends cette perversion particulière de la vita sexualis psychique qui consiste dans le fait que l’individu est, dans ses sentiments et dans ses pensées sexuels, obsédé par l’idée d’être soumis absolument et sans condition à une personne de l’autre sexe, d’être traité par elle d’une manière hautaine, au point de subir même des humiliations et des tortures.

R. Krafft-Ebign – PSYCHOPATHIA SEXUALIS TRADUIT SUR LA HUITIÈME ÉDITION ALLEMANDE PAR ÉMILE LAURENT ET SIGISMOND CSAPO – 1895>>

Per masochismo pertanto s’intende (e così ha inteso chi ha coniato questo termine) quella particolare “perversione” della vita sessuale consistente nel fatto che l’individuo, nei suoi sentimenti e nei suoi pensieri sessuali, è ossessionato dall’idea di essere sottomesso in modo assoluto e senza condizioni ad una persona di un altro sesso, di essere trattato da questa in modo altezzoso, fino al punto di subire anche (perfino) umiliazioni e torture.

E’ chiaro quindi che fin dal momento della sua invenzione il termine masochismo è fortemente incentrato sui concetti di sottomissione e di possesso, di appartenenza e di distanza emotiva del soggetto dominante dal soggetto dominato; questi aspetti sono ben espressi nei romanzi di von Masoch dove il carattere “punitivo” della relazione masochistica tra Wanda e Severin (si faccia riferimento al testo “La venere in pelliccia”) è davvero secondario rispetto il carattere ampiamente dominante d’incondizionata appartenenza di questo alla sua Padrona e anzi, quando la punizione più paventata diventa reale l’atto stesso porta alla chiusura del rapporto.

Moll, come anticipato, a partire dal 1920 riscrive (a più riprese) il testo di Krafft-Ebing e la XVI-XVII edizione di questa riscrittura (1931) trova traduzione anche in italiano, nel 1952.

In tale edizione (1931)si legge:

<<Contro i termini “sadismo” e “masochismo” si sono elevate disperse critiche. Schrenck-Notzing ha proposto in loro vece il termine “algolagnia”, dal greco algos, dolore e lagneia, voluttà. Krafft-Ebing ha ritenuto meglio però mantenere i primi due termini, in quanto l’elemento essenziale di questi stati patologici non è il dolore, ma risiede piuttosto nell’assoggettamento, per il quale talvolta il dolore rappresenta certo un mezzo di espressione. Ed effettivamente l’obiezione di Krafft- Ebing è giustificata.>> 

Quindi viene ancora una volta ribadita da un discepolo di Krafft-Ebing che la natura descrittiva del masochismo non sta nel dolore o nell’umiliazione o nell’atto in sé stesso ma nell’asservimento ad una persona dell’altro sesso che genera sentimenti di voluttà o, come più semplicemente si potrebbe definirla, eccitazione mentale e sessuale, profondo e coinvolgente desiderio.

C’è una bella differenza rispetto la visione scellerata di un masochista da operetta che spesso si legge anche nei nostri forum, un personaggio irreale che fissa gli appuntamenti dal dentista come se andasse da una prodomme.

Sia Krafft-Ebing sia Moll si dilungano (il secondo più del primo a dire il vero) sul masochismo femminile. In particolare mentre Krafft-Ebing muore nel 1902 in una situazione sociale ben diversa da quella vissuta da Moll questi ha modo e tempo di verificare come la rivoluzione economica, soprattutto statunitense e inglese, abbia “costretto” le donne ad uscire dal ruolo familiare che le voleva culturalmente (e quasi) senza scelta assoggettate agli uomini. In queste condizioni, una volta elevato il livello di autodeterminazione femminile Moll ha modo di osservare casi molto più chiari e definiti di masochismo femminile, casi in cui la sottomissione al di là dell’essere un obbligo sociale e morale diventava palesemente una voluttà, un desiderio, uno scopo sessuale.

Secondo Krafft-Ebing quindi i caratteri che legano il masochismo (desiderio di sottomissione) al dolore e all’umiliazione (flagellantismo e masochismo ideale) sono secondari e lo stesso flagellantismo (piacere nel dolore) può essere del tutto assente nel masochista. Moll si spinge oltre e arriva a descrivere casi in cui il masochista idealizza la scena di dolore e di punizione ma all’atto pratico non regge che pochi colpi (cfr. Moll – 1931); non vi sembra un po’ umiliante vedere qui, scritta da uno psichiatra, la soluzione anticipata di tante diatribe da forum sulla “vera schiava” e sulla “vera sottomissione”? Non solo, Moll si spinge oltre e arriva a descrivere la banale algolagnia (piacere del dolore) come poco più d’un “vizo” una sorta di modo distorto per aumentare il piacere in un rapporto attraverso stimoli nervosi meccanici senza che insorga una variazione effettiva dello scopo sessuale finale: una sorta di famolostranismo ante-litteram.

Sia Moll sia Krafft-Ebing, inoltre, mettono a fuoco la differenza (se leggete ancora qualche forum sapete quanto sia attuale questo tema) esistente tra masochismo ed asservimento sessuale proprio in relazione allo scopo dei due comportamenti apparentemente simili. E’ propria del masochismo la voluttà nella realizzazione della sottomissione che è lo scopo principale della relazione mentre nel caso di asservimento sessuale la sottomissione è solo la garanzia di poter ottenere soddisfazione sessuale e diventa, pertanto non il fine ma lo strumento per preservarsi un rapporto sessuale o, ancora più ampiamente, un rapporto amoroso.

Masochismo è pertanto per definizione di chi ha coniato il termine il desiderio sessuale di essere sottomessi ad altra/altre persone senza vincoli e senza difese, essere usati come schiavi, paggi, oggetti o animali, essere asserviti in maniera assoluta.

Se tali pensieri portano ad eccitazione (anche solo mentale) si parla di masochismo sia che vengano accompagnati da desideri di subire dolore e umiliazioni sia che rimangano a livello di semplice sottomissione psicofisica ritualizzata senza punizioni e senza umiliazioni. La punizione, l’umiliazione, la sofferenza sono solo sottolineature di una frase che ha ben altre parole, ben altri significati.

Tutto chiaro? Sì direi. Un solo appunto che serve a riportare la bilancia dalla parte giusta e capire in quale quadro Krafft-Ebing e Moll si muovono e scrivono; i due autori, in assenza delle moderne conoscenze neurologiche, ritenevano il masochismo (come il sadismo) malattie degenerative praticamente incurabili. Ammettevano che coppie formate da una sadica e da un masochista non dovessero per forza finire male come Severin e Wanda (o Leopold e Aurora nella vita reale) ed ammettevano in un certo modo che gli effetti dei desideri masochistici si potessero controllare e limitare ma attribuivano la causa del masochismo ad una degenerazione fisica del sistema nervoso, irreversibile, che mutando in forma tutto l’apparato dei nervi causava la perdita (materiale) di contatto di questi con gli elementi del cervello deputati alla sessualità e quindi portavano alla variazione dell’oggetto sessuale naturale e alla sua sostituzione con un oggetto sessuale secondario, la sottomissione o il desiderio di sottomettere. Come sarebbe facilmente opinabile oggi questa fantasiosa teoria senza alcuna base scientifica! Come potremmo seraficamente tenerci il caro vecchio Masoch senza doverci nascondere dietro il BDSM se solo avessimo il coraggio di conoscere e imparare con i nostri occhi gli errori grossolani dei nostri detrattori, degli “scienziati” che hanno usato per descriverci gli occhi della ragione e per spiegarci gli occhi della loro personale e opinabile morale.

Ma non è tutto qui. La successiva confusione e le successive diversificate definizioni sono probabilmente legate al lavoro di Freud che pur non essendo direttamente interessato alle psicopatologie sessuali ne ha spesso usato e abusato per supportare i suoi studi e le sue ricerche speculative.

Freud riprende e rielabora i concetti di “masochismo” nel 1905 mescolandone allo stesso livello e senza distinzione particolare gli aspetti di sottomissione, dolore e umiliazione e definendolo come “secondario” nei confronti di un sadismo primario, praticamente ipotizzando (o pontificando, è meglio) che il masochismo deriva dal sadismo, è una forma particolare (secondaria) di sadismo, una sorta di sadismo rivolto verso il soggetto stesso. Di questa fugace interpretazione si fa poi egli stesso (1924) critico (perché così gli conviene) ma non fino in fondo con la pubblicazione d’un articolo intitolato “Il problema economico del masochismo” dove introduce per l’ennesima volta il suo nuovo giocattolo: il concetto di pulsione di morte. Così la pulsione di morte diventa motore primario del masochismo e in questo modo usa il masochismo per dimostrare l’esistenza della pulsione di morte e le pulsioni per spiegare il masochismo in un’operazione autoreferenziale a circolo chiuso paragonabile solo al racconto del Barone di Münchhausen che asseriva di potersi alzare da terra e così volare semplicemente tirandosi per il codino. Solo ad un illusionista della parola come Freud poteva riuscire così bene un inganno del genere ma il trucco non sfugge né a Lacan né, soprattutto, a Deleuze il quale smonta tutto il costrutto freudiano, fin dalla base, in pochissime pagine, giusto un’introduzione al suo libro su von Masoch di cui leggerete più avanti.

Per meglio capire la distorsione introdotta da Freud alla definizione originaria e originale  di masochismo si può fare riferimento a due testi fondamentali: “Tre saggi sulla sessualità” (1905) e “Il problema economico del masochismo” (1924).

E’ inoltre necessario sapere (per lo stesso scopo) che la vita e l’opera del fondatore della psicanalisi si dividono, scientificamente e biograficamente, in due grandi periodi detti, sommariamente, “prima” e “seconda topica”. Nella prima topica Freud lavora sostanzialmente su Io, Es e Super-io mentre nella seconda topica introduce il concetto di “pulsione di morte” come energia involontaria alla disgregazione della materia. La pulsione di morte (secondo Freud) è una forza altrettanto intensa rispetto l’energia pulsionale di vita (libido) e la spinta al piacere riproduttivo. Il fatto che Freud abbia usato le attività batteriche per definire fantasiosamente questa pulsione, questa presunta spinta allo stato di quiete della materia inanimata, poco importa agli psicanalisti moderni, la gran parte delle volte formati più come filosofi che come scienziati e disposti a credere al credibile più che al dimostrabile, soprattutto se il credibile costituisce un comodo sistema fideistico nel quale alloggiare e dal quale emettere parcelle d’una certa consistenza.

Nella prima topica, alla quale resta ancorato Jung nello sviluppo della sua psicologia analitica e fregandosene altamente dei batteri che crepano nella loro stessa cacca, esiste per Freud una sola forza pulsionale, una sola energia, ed è quella che spinge al piacere o all’interruzione del dolore. In questo senso quindi il masochismo non dovrebbe esistere né come elemento di tipo fisico né come elemento di tipo psicologico né come desiderio di sottomissione. Il masochismo sarebbe allora un sadismo (istinto primario, legato all’aggressività nella ricerca del piacere) rivolto contro sé stessi.

Freud liquida (chiaramente infastidito) il masochismo nel 1905 come un prodotto del sadismo rivolto dal soggetto a sé stesso e lo descrive in modo del tutto banale come un generico desiderio di soffrire. Fa però un’operazione al limite del lecito, scientificamente e moralmente parlando. Al posto di descrivere direttamente il masochismo definisce il sadismo come algolagnia attiva, un generico piacere d’imporre sofferenze, ne dà una sua particolare spiegazione antropologica e trascura, dopo averla solo vagamente citata, la definizione di Krafft-Ebing dove l’aspetto legato alla sottomissione è preponderante.  Freud nel 1905 opera una totale distorsione del masochismo che dal modo d’intendere originario diventa l’opposto dell’algolagnia attiva; quindi, e in poche parole, il padre della psicanalisi “inventa” di sana pianta e per suo uso e consumo il masochista che “gode” dal dentista. E’ questo il masochismo irreale e inventato che le riviste non specializzate, i pessimi articoli e la divulgazione giornalistica pseudo-psicologica faranno pian piano diventare il modello effettivo di masochista DOC con la complicità di scritti per lo meno infondati.

La lettura del masochismo fatta da Freud nel 1905 però non è armonica con tutto il costrutto teorico della psicanalisi Io, Es e Super-Io inclusi. Il masochismo non dovrebbe esistere neanche come fenomeno secondario se è vero che l’unica pulsione esistente è quella libidica, tesa alla riproduzione. Quindi, e giocoforza, nel 1924 Freud compie una seconda rilettura del masochismo nel suo testo “Il problema economico del Masochismo” definendo tre tipi di masochismo: un masochismo erotico, fisico, che ritiene primario, (algolagnia)  un masochismo definito come femmineo (o femminile, avete presente le sissy-maid?) e un masochismo comportamentale o morale. Il primo masochismo viene presentato come poco più di una mera ricerca del piacere nel dolore o algolagnia passiva. Il secodo tipo di masochismo (femminile) è, in base alla definizione di Freud, il masochismo che si genera nelle persone che desiderano essere trattate passivamente, essere sottomesse, battute magari in relazione a colpe immaginarie o realmente commesse per incarnare l’ideale di sottomissione di tutti i tempi: la donna.

Nella descrizione del masochismo morale Freud ritorna, per contrasto, ad una definizione originaria e corretta di Krafft-Ebing. Nel definire il masochismo morale infatti scrive:

<<Tutte le altre sofferenze masochistiche [erotiche e femminili] sottostanno alla condizione di provenire dalla persona amata, di essere sopportate per suo ordine; questa clausola viene meno nel masochismo morale [...]

Sempre quando esiste la prospettiva di ricevere uno schiaffo il vero masochista porge la guancia>>.

La sottomissione e il dolore quindi, nel masochismo erotico e femminile, vengono interpretati da Freud come mezzo per ottenere una soddisfazione sessuale e non come fine; Freud confina il piacere nella sottomissione (e in questa a prescindere dall’amore che pare basilare nelle prime due forme) nel masochismo morale, quella forma di masochismo che indipendentemente da chi infligge sottomissione o dolore o punizione è già di per sé stesso soddisfacente. Lo fa però (credo scientemente e per suo scopo personale) usando un esempio molto fisico e con un certo disprezzo. Che Freud considerasse, in effetti, tra sadismo e masochismo il secondo più “lontano dal fine sessuale”, più “perverso” non è un mistero e che avesse nei confronti del masochismo una certa avversità lo si capisce da molti suoi scritti. In effetti il masochismo è stato ed è tuttora lo scoglio sul quale si arenano tutte le navi psicoanalitiche di vecchia e nuova concezione da Freud a Lacan e oltre. Si può capire che una tale riottosità a farsi spiegare dalle categorie freudiane, una tale resistenza ai modelli interpretativi di Freud dovesse essere vista di pessimo occhio da uno psicoterapeuta che aveva trovato il sistema per aver ragione anche quando sballava in pieno, dall’inventore delle “resistenze”, elementi di lettura comportamentale per i quali se rifiuti di ammettere che lo psicanalista ha ragione il suddetto può ben pensare di essere decisamente sulla strada giusta.

Per ritrovare un barlume di consistenza nella  definizione di “masochismo” bisogna rifarsi a Deleuze che nel 1967, con il suo testo  Présentation de Sacher Masoch. Le froid et le cruel (Les Editions de Minuit, Paris, 1967, trad. it., Il freddo e il crudele, ES, Milano, 1991),  riprende le fila del masochismo masochiano, denuncia le profonde contraffazioni freudiane apportate a scopi tutt’altro che scientifici e analizza a fondo i meccanismi eccitativi del vero masochismo, del principio basilare della sottomissione incondizionata come elemento costitutivo proprio del masochismo. Finalmente, e dopo quasi 60 anni, Deleuze spezza il (mai dimostrato) legame intimo tra masochismo e sadismo, legame che Freud aveva voluto instaurare coniando il termine di sadomasochismo; questo termine, mantenuto nella seconda topica, vincola e obbliga le due passioni ad un eterno balletto di specchi negli specchi per cui uno è di volta in volta forma riflessa dell’altro a seconda che allo psicanalista di turno convenga l’un cosa o l’altra o, nel medesimo istante, entrambe.

Mandiamo avanti ancora un poco la nostra macchina del tempo e arriviamo quasi ai giorni nostri, quasi a ieri. Incontriamo nel nostro lungo viaggio un altro “strizzacervelli” d’eccezione, uno che rispetto gli altri qui citati e visti ha un paio di qualità in più: sta “dalla nostra parte” e, soprattutto, è ancora vivo, vivente e vegeto, … molto vegeto. Il soggetto è Charles A. Moser, un tipo piuttosto interessante, sessuologo e studioso (sul campo) di omosessualità e sadomasochismo. La sua visione ribalta totalmente il problema (non solo quello “economico”) ed è interessante osservare come affronta scientificamente e socialmente la definizione di masochismo. In un lavoro del 2001 (Paraphilia: A critique of a confused concept) al posto di concentrarsi sul perché e il percome del masochismo dimostra che non esiste ad oggi una sola spiegazione sensata sul masochismo (e sul sadismo) ma non solo, afferma che quando si tratta di attività consensuali non c’è neanche la necessità di trovare una spiegazione e la spiegazione è legata al fatto che la gente è fatta com’è fatta ed avere desideri di un certo tipo non è neanche sufficiente per essere designati come “masochisti”. Secondo Moser “essere” masochisti, sadici, omosessuali non è altro che una forma semplificata di descrizione utile a noi stessi per auto-catalogarci ma del tutto ininfluente dal punto di vista scientifico o clinico perchè non configura nessuna patologia, nessun effettivo malanno di per sé,  nessun reale inclinazione: il comportamento sessuale non manifesta un “essere” quanto un “gradire” o “non gradire” alcune relazioni o alcune sensazioni, esattamente come gradire un piatto di pasta non manifesta per forza l’”essere italiano”.

Sembrerà strano a tutti coloro che ancora leggono on-line (o sulle riviste di gossip) gli articoletti pseudo-psicanalitici (e ci credono pure) ma questo è l’orientamento perseguito, chi più chi meno, dalla maggior parte dei sessuologi/psicologi moderni. Come dire che ci siamo dati un altro nome, ci siamo svuotati di identità, ci siamo camuffati per prendere le distanze da qualcosa che nel 2001 già non esisteva più, per difenderci da un “nemico” che ormai neanche ci considerava.  Abbiamo fatto da soli (aiutati da una certa dose d’ignoranza e di superficialità) il lavoro di svuotare le parole del significato originario, dare al termine “masochismo” un significato che nulla aveva a che fare con quanto coniato da Krafft-Ebing (il quale pur considerandolo una malattia ne aveva tratteggiato con rispetto e acume le caratteristiche salienti e fondamentali) e trattarlo come se fosse una cosa che, in realtà, non è. Ci siamo piegati senza contrastarlo (o contrastandolo in modo inefficace) ad un pensiero pseudoscientifico che ad oggi ha più oppositori che sostenitori, anche nella stessa comunità scientifica. Molto si potrebbe dire dell’aiuto della de-cultura internettiana a questa operazione di suicidio ma sarebbe (sarà) materia di altri articoli, altre riflessioni.

Siamo alla fine del nostro viaggio nel tempo, come con la macchina di Wells pian piano i rotori si fermano e le luci della stanza si stabilizzano. Abbiamo percorso cento anni di storia, cento anni di errori, cento anni di pregiudizi che noi stessi abbiamo accettato e fatto nostri e siamo tornati al punto di partenza, al nostro mondo.

Serve sapere cosa significa veramente “essere masochista”? Non si potrebbe cambiare tutto il lessico? Reinventare tutto da capo? Certo si potrebbe ma, davvero, crediamo che ci porterebbe dei vantaggi? Quanto tempo servirebbe per rifondare la nostra cultura in base a altre definizioni meno inflazionate? Quanti sforzi ci vorrebbero e quanta cultura si dovrebbe sprecare per cambiare nome? Quanta inutile energia servirebbe per inventare nomi nuovi sul nulla assoluto?

Il masochismo (e il sadismo) in realtà non si chiamano così per puro caso: sono elementi culturali, innovativi e rivoluzionari del XVIII e XIX secolo, sono segni evidenti dei tempi moderni, sono elementi destabilizzanti e non solo, in più escono allo scoperto, si fanno vedere e pretendono attenzione. Già nel lavoro di Krafft-Ebing vengono citate inserzioni (nei giornali di tiratura nazionale) a tema chiaramente sadomaso, Severin che cercano Wande, Wande che incontrerebbero Severin. Già allora il sadomaso è talmente, sfacciatamente, diffusamente evidente da essere considerato importante. Non il flagellantismo, fenomeno quasi secondario, ma il sadismo e il masochismo la cui forza è nell’impostazione teorica e culturale dei loro modelli: de Sade e von Masoch. A ragione Krafft-Ebing sceglie i due autori/filosofi/politici per identificarne i caratteri più importanti. La concezione rivoluzionaria e destabilizzante del masochismo sta proprio nella sua apparente “innaturalità” nella sua abissale distanza dallo scopo riproduttivo, nella sua disturbante arroganza nei confronti di una società che vorrebbe come naturale l’opposto. Un masochismo masochiano così inteso è effettivamente destabilizzante oggi come nel 1886, quando il termine venne coniato.

Non è ugualmente forte e convincente però, come icona, come valore, come elemento culturale d’identità quando viene spezzato in due parti, svuotato di succo e trasformato in un gioco di ruolo (D/s) e in una serie di pratiche percepite come “al limite della violenza” (SM). Se riunito nelle sue componenti e sottolineature il masochismo somiglia molto (troppo per alcuni) ad una sorta di rivoluzione sessuale con la riaffermazione del piacere, qualsiasi forma assuma, sulla morale convenzionale, qualsiasi essa sia.  Un nome centrato quindi, perfettamente armonico con gli intenti del suo inventore e che una volta liberato dal peso di patologia incarna, rappresenta e valorizza quanto di più vicino ci sia (ieri e oggi) ad una rivoluzione sessuale.

Per altri aspetti diversi ma simili il sadismo è del masochismo non complementare sessuale ma complemento sociale, culturale, perfino filosofico, se vogliamo. Racconterò volentieri questa storia, appena la macchina del tempo sarà di nuovo a posto, sistemata e tagliandata per un altro viaggio nel passato remoto e recente del nostro mondo.

Per questo articolo si ringrazia vivamente la preziosa collaborazione critica e le pazienti riletture di Fulvio Brumatti che ha dimostrato una sadica propensione nel farmi riscrivere più volte alcuni paragrafi per chiarire i punti più complessi e una masochistica inclinazione nel rileggersi davvero le mie correzioni. Questo dimostra che non in tutto Freud aveva sbagliato e che, in alcune persone pervase da insana passione per la cultura e la conoscenza, queste perversioni posso benissimo coesistere ma sono casi rari, per nostra fortuna, rari e isolati.

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