Yapoo, il bestiame umano

 

Non è facile inquadrare e dare un senso ad un romanzo estremo come “Yapoo” che sconcerta per la crudezza ed esasperazione del tema masochistico. Analoga difficoltà – come è ben noto – si incontra alla lettura delle opere di De Sade con cui un raffronto è d’obbligo, ma solo, appunto, per gli aspetti di un “estremo”.
Un concetto di “estremo” che oggi è per un verso fortemente contestato da coloro che professano l’SSC e amano il non-virtuale e per altro verso idolatrato da chi ama assurgere a vate di nuove frontiere, poco importa se non praticabili.
“Yapoo” appare una allegoria. “Yapoo” delinea una utopia. “Yapoo” delinea una utopia alla rovescia. “Yapoo” riflette l’ angoscia di una società (quella nipponica). “Yapoo” un Empire of Hundred Suns.
Non è facile capire. Questo articolo ci prova.

 

Yapoo il bestiame umano” è un romanzo a forti tinte sado-maso divenuto celebre all’estero ed ormai difficilmente reperibile. Composto dal giapponese Shozo Numa, Yapoo è un romanzo di fantascienza ambientato in un mondo futuro non solo rigidamente matriarcale (cosa tanto più scandaloso in un Giappone tendenzialmente patriarcale) ma anche gerarchizzato: i bianchi detengono l’assoluta supremazia, i neri sono ridotti in totale schiavitù ed i gialli, in particolare i Giapponesi (Yapoo appunto), retrocessi al rango di bestiame umano, vengono allevati, selezionati e modificati con sofisticate tecniche genetico-chirurgiche per meglio adempiere all’unico scopo della loro esistenza, cioè quello di fungere da suppellettili animate al servizio dei dominatori specie di sesso femminile. [Fig. 1- 2]

fig.2

fig.1

Gli Yapoo sono dunque veri e propri oggetti viventi, degli esseri inferiori adibiti ad ogni più faticoso e degradante servigio per il privilegio, la comodità, il piacere o il puro capriccio delle donne Superiori, razza selezionata in base al candore delle pelle ed alla prestanza fisica.
Come si vede il romanzo – oltre a riflettere la più tipica e topica delle fantasie masochiste – tocca gli argomenti più scabrosi, clamorosamente “scorretti”, ragion per cui ha sempre sollevato un’ondata di sdegnosa riprovazione che ne ha frenato ovunque la circolazione. E così Yapoo è divenuto via via tanto semisconosciuto quanto famoso come tutte le cose clandestine di cui ognuno sa, ma nessuno ha conoscenza diretta.
Tuttora il romanzo è circondato da un alone di mistero: ignota anche la vera identità dell’autore. Probabile che Shozo Numa sia un semplice pseudonimo (il nome reale sarebbe Tetsuo Amano); ma per ulteriori informazioni sugli aspetti bio-bibliografici e critico-storici rimando all’aggiornatissimo studio di Tomoko Aoyama della Università de la Polynésie Française (Reading Food in Modern Japanese Literature, University of Hawai Press, 2008).

fig.3

La leggenda vuole che Shozo Numa, prigioniero di guerra, appena diciottenne, abbia subito pesanti vessazioni da soldati americani, in particolare da una donna, ma ciò francamente appare una spiegazione della genesi del romanzo fin troppo facile.
In realtà – se pure nella filigrana di Yapooè lecito intravvedere uno shock reale – esso deve essere ricondotto ad una esperienza vissuta a livello non certo personale, ma semmai nazionale. Infatti il racconto di un futuro apocalittico dove i giapponesi, assoggettati alla razza bianca, vivono peggio delle bestie sembra riflettere lo shock non di un singolo ragazzo ma piuttosto dell’intero Giappone, annientato, colonizzato, sottoposto ad una durissima dominazione in séguito alla catastrofica sconfitta. Non tanto tragedia apocalittica quanto umiliante disonore nazionale: un vero trauma i cui riflessi sono evidenti nell’ angosciante catastrofismo tipico di molta arte, letteratura, filmografia nipponica (si pensi – per limitarci

fig.4

solo agli esempi più noti – a Godzilla o a certi sogni apocalittici di Kurosawa).
Ma lasciamo perdere l’ autentica matrice dell’angoscia visionaria nipponica, problema irrilevante in questa sede, così come impossibile dar conto di tutte le molteplici pubblicazioni su Yapoo, la più parte clandestine: innumerevoli fra fumetti, edizioni integrali, riassunti, estratti. Basti dire che la stessa voce Yapoo versione manga su Wikipedia è ancora (marzo 2012) in fase di “abbozzo”, poiché per completarla definitivamente occorrerebbe prendere visione di una quantità di pubblicazioni praticamente immensa. Ciò ha reso Yapoo un marchio internazionale: è nome di uno dei più esclusivi club privé di Tokio ed anche della più famosa collana di film hard dedicata alle pratiche più estreme.

fig.5

In sintesi si può dire che Yapoo (divenuto ormai un vero e proprio nome parlante al pari di Severino, l’eroe di Masoch) sia uno dei nickname, pseudonimi, nomignoli, marchi, più frequenti in community, mailing-list, chat, gruppi virtuali nipponici di ispirazione masochista.
Il “fenomeno” Yapoo nei suoi molteplici aspetti è dunque tutt’ora in forte espansione quindi – se proprio si vuole fotografarlo in qualche modo – è fatale che ne scaturirà un’immagine assai mossa.
Tuttavia, per fornire un’informazione almeno essenziale su di un’opera tanto proverbiale, quasi quanto la Justine di De Sade, abbiamo rintracciato Yapoo nella sua duplice versione: il romanzo e la sua riduzione in manga. [figg. 3 - 5]
E ciò in attesa dell’adattamento teatrale e soprattutto della riduzione cinematografica a cui si sarebbero interessati (il condizionale è d’obbligo) già alcuni registi di primaria importanza come Stanley Kubrick , David Lynch e Luc Besson che in effetti attualmente sembrerebbero fra i pochissimi in grado di cimentarsi con un soggetto tanto scabroso con la dovuta classe, eleganza, originalità, pertinenza stilistica, ma anche con l’indispensabile profondità che si deve a un’opera definita il più importante romanzo ideologico giapponese. In effetti, Yapoo è un grande affresco di un universo fantascientifico (l’ EHS, acronimo di Empire of Hundred Suns).
Si trattarebbe quindi di un utopico impero della luce: un regno della luce dominato dalle donne e dalla la razza bianca.

Il trait d’union tra noi e questo mondo futuribile è costituito da un’astronave spazio-temporale che proviene dal futuro e precipita , a causa di un’avaria, sulla terra e precisamente nella Germania dell’immediato dopo-guerra. Il cosmonauta è Pauline, una superba principessa aliena.
Assiste all’atterraggio una giovane coppia: Clara Von Kotowitz, aitante aristocratica tedesca, col fidanzato, lo studente giapponese Rin’ichiro Sebe.
Pauline, sbarcata dall’astronave ancora scossa dall’atterraggio di fortuna, scambia la bella Clara per una sua contemporanea e il povero Rin’ichiro per uno Yapoo, un animale destinato a servire la propria padrona.

fig.6

Le ragazze dopo le prime comprensibili titubanze gradualmente familiarizzano e così Pauline racconta il mondo da cui proviene e lo mostra direttamente dal momento chetale mondo, almeno in minima parte, viaggia sull’astronave.
La scoperta di una simile società accende nell’animo di Clara un indispettito rifiuto pari all’istintivo disgusto della aliena nel vedere la terrestre amoreggiare con quello che lei vede come un animale.  Ma poi, man mano che il dialogo procede, le due si avvicinano; sarà sopratutto la ragazza terrestre, a lasciarsi lusingare dalla piacevole prospettiva del dominio assoluto che le spetta per diritto di nascita per la sua femminilità, la sua bellezza superiore.
Basata sulla descrizione di un mondo alieno e dei suoi costumi, questa sorta di utopia a rovescio è stata spesso raffrontata con i celebri viaggi di Gulliver.
Infatti anche Jonathan Swift, trasportandoci nei posti più bizzarri con i suoi racconti di avventurosi naufragi, costringe la nostra civiltà, a confrontarsi con i diversi costumi di contrade remotissime: le isole dei minuscoli liliputziani, il mondo dei cavalli razionali, gli Houyhnhnms che designano gli esseri umani (e tutto quanto v’è di più negativo).
In effetti lo strano mondo degli Yapoo potrebbe essere considerato analogo a quello dei cavalli pensanti di Jonathan Swift che stimolano il confronto antropologico fra la civiltà nostra avanzata e la loro così lontana e così diversa; e magari, riflettendo un po’ meglio, dal confronto potremmo anche finire per accorgerci che i veri incivili, i veri schiavi, i veri Yapoo, siamo noi così asserviti alla nostra vita moderna, intollerabile con i suoi ritmi ossessivi, le sue regole opprimenti.
Ma, a prescindere da queste pur evidenti analogie tematiche coi naufragi di Gulliver, va subito detto con molta franchezza che da Yapoo ci si può aspettare qualche descrizione eccitante, magari anche – a seconda dei gusti – molto eccitante, ma non certo la spiritosa finezza, la sottile satira,

fig.7

l’acume insomma da cui prende sostanza la narrazione visionaria di Jonathan Swift.
Anzi – a volerla dire proprio tutta fino in fondo – nel romanzo giapponese la pesantezza della scrittura è l’esatto opposto dell’estrosa leggerezza di Gulliver. Shozo Numa infatti (o chi per esso) soffoca la sua narrazione sotto li peso di uno stile assai involuto.
Per questo la lettura risulta (magari anche a causa delle traduzioni) poco scorrevole e non molto avvincente. È soprattutto l’aspetto psicologico che lascia a desiderare. Ci aspetteremmo che fosse scandagliato il turbamento dei protagonisti di questo incontro ravvicinato del terzo tipo man mano che essi entrano in reciproco contatto e confrontano le rispettive civiltà. Invece manca una coinvolgente introspezione sul piano emozionale.
Il romanzo insomma si esaurisce nella descrizione dei fenomeni esteriori: l‘affascinante astronauta si limita a illustrare il suo mondo, la sua società, ne illustra gli usi, la mentalità racconta la storia, spiega le tecnologie poi, a bordo dell’astronave mostra direttamente come vengono usati gli Yapoo.
L’aspetto descrittivo è esauriente fin nel dettaglio, piuttosto carente invece è il profilo psicologico. Eppure potrebbe essere un percorso quanto mai coinvolgente: la ragazza terrestre infatti sulle prime rimane inorridita, ma poi pian piano la personalità della superba aliena, il suo fascino finiscono per insinuarsi nella psiche della bella terrestre seducendola, lusingandola, inducendola insomma a modificare i suoi pensieri, i principi, le sensazioni, le percezioni del mondo e di se stessa.
Così sarà la terrestre ad avvicinarsi alla vita dell’aliena. Sarebbe stato interessante scandagliare questo confronto emotivo, descrivere questo progressivo impercettibile slittamento delle percezioni, dei pensieri e dei piaceri della aristocratica tedesca. Sarebbe stato interessante, soprattutto perché, nelle nostre storie di solito si vede il banalissimo processo opposto: cioè sono i diversi, gli alieni a naturalizzarsi, a diventare “americani”, adattandosi al nostro mondo. Qui invece il lieto fine consiste nel fatto che la terrestre diventa aliena.
Shozo Numa però sembra interessato a raccontare esclusivamente i fenomeni esteriori.
Edwin Abbott, nel suo celeberrimo romanzo Flatlandia (un racconto fantastico a più dimensioni) imbattutosi in un analogamente bizzarro universo a due sole dimensioni ne descrive le conformazioni, le leggi da un punto di vista di un abitante di un mondo tridimensionale diverso fisicamente e diverso anche – per forza di cose – concettualmente; tuttavia le descrizioni di Flatlandia sono sempre agilissime, spiritose, brillanti vivaci e trasparenti nello loro significato allusivo.

fig.8

Invece lo stile di Yapoo appare un tantino grigio, opaco e così la noia finisce per prendere possesso di questo mondo futuribile che invece dovrebbe risultare curioso, eccitante, stimolante, magari anche detestabile, odioso ma mai noioso. Eppure rischia seriamente di diventarlo a forza esibire fin nei minimi dettagli le sue tecnologie, le abitudini, le leggi, l’ organizzazione, insomma tutti gli aspetti di una tanto singolare società dominata dai bianchi con i neri ridotti in stato di schiavitù ed i gialli, infimi nella scala sociale, destinati a soddisfare le esigenze dei bianchi, per la maggior parte donne le quali hanno preso la supremazia in séguito a una rivoluzione femminile.
Sembra un mondo plasmato su un ideologia razzista, nazista, una società certo inaccettabile ma tanto al limite del paradosso che si è voluto vedere nei suoi eccessi, una sorta di provocatoria esagerazione: ovvero l’atroce schiavitù dei cosiddetti Yapoo conterrebbe lo stesso tipo di sarcastica satira sociale che traspare nel rapporto di schiavitù legalizzato, regolarmente contrattualizzato, che intercorre tra Wanda, la Venere in pelliccia di Leopold von Sacher-Masoch e Severino, il suo candidato schiavo.
In quel caso il paradossale contratto tra schiavo e padrona, con tanto di cavilli legali, sembra una carnevalizzazione liberatoria , una parodia dell’opprimente mondo prussiano fatto di clausole, di grigiore, di ordine, di intransigente legalitarismo. E così il contrattualismo tipico di tanta tradizione masochista, il regolare contratto di schiavitù con i suoi codicilli cavilli legali, in realtà sembra essere una liberatoria parodia del rigido decalogo di regole soffocanti, di severe quanto ipocrite norme comportamentali, che incombono sulla nostra tetra esistenza ingabbiandola entro la griglia morale di convenzioni borghesi piccole piccole.
Come dunque il contratto di schiavitù masochista sembra voler esorcizzare (facendogli il verso) l’ipocrita decoro borghese, analogamente la ferrea schiavitù patita dagli Yapoo sotto il tirannico e seducente tallone femminile andrebbe in realtà letta come una allegra parodia liberatoria dei tempi moderni di Chapliniana memoria.
Insomma Yapoo si può vedere come una critica satirica dell’angosciante società giapponese, rigidamente maschilista, gerarchizzata nonché della condizione disumana della durissima occupazione occidentale del dopoguerra.
Per questo motivo Yapoo è stato visto come una provocatoria contro-utopia, cioè il sogno di un mondo basato invece che sull’eguaglianza fra individui sulla superiorità di pochi privilegiati sopra molti infelici schiavizzati, superiorità per altro esercitata nella maniera più dolorosa, faticosa, mortificante, indulgendo agli aspetti più estremi che si possa immaginare. Proprio per questo forse sembra che Yapoo vada letto più che in chiave di parodica critica sociale come compiaciuto, spudurato divertissement sado-masochistico: infatti, a ben vedere, i Superiori che dominano compiacendosi cinicamente della proprio crudeltà, sono tutti non solo bianchi ma anche giovanissimi, e per di più stupendi nel loro superbo aspetto tendente all’efebico. Questa “razza padrona” è composta per la sua totalità da giovani aitanti, splendidi, vagamente efebici, non vi è un solo individuo, non uno che sia attempato, acciaccato, rugoso.
Dunque il modo degli Yapoo più che un ‘utopia al rovescio, pare semplicemente un’ utopia masochista, o per meglio dire LA utopia masochista per eccellenza. Questo Empire of Hundred Suns, questo utopico impero non della luce ma piuttosto della tenebra. E solo un masochista al culmine della sua più rovente eccitazione potrebbe considerare questo incubo come un sogno dell’umanità.
Resta però il dubbio che questo continuo riferirsi da parte della critica al concetto di contro- utopia nasconda in realtà l’esigenza di riabilitare un romanzo ritenuto indecente. Una scrittura masochista non ha alcun bisogno di nessuna nobilitazione; e allora molto più semplicemente diciamo che Yapoo è e resta soprattutto un fantastico sogno masochista.
La visione cioè di un mondo quale se lo sognano – nei momenti di più accesa ispirazione erotica – parecchi masochisti. Un mondo cioè dominato non dal più forte ma dal più splendido, un mondo dove esseri sublimi dall’ impeccabile eccellenza estetica (belli profumati, sinuosi, eleganti), sono circondati da miseri inferiori che vengono adibiti con sprezzante arroganza a mansioni di oggetti.
In conclusione dunque mi sembra giusto e appropriato considerare Yapoo come una sorta di safari, di stimolante tour guidato nelle zone più estreme ed esotiche del masochismo. Ed in effetti il romanzo sarebbe una lettura hard eccitante se non fosse per la sua piuttosto indigesta mole (tre corposi volumi di poco scorrevole lettura).
Proprio per la scarsa fluidità del romanzo sembra quanto mai opportuna la sua riduzione in fumetto, ed infatti puntualmente la versione manga uscì su Kitan Club, fondamentale rivista giapponese attiva già fin dal 1947 [figg. 6 - 8].

fig.9 a

Si tratta di una rivista specializzata in bondage, facesitting e pratiche SM estreme, della mitica rivista di Namio Harukawa, il “Michelangelo” del Femdom nei suoi aspetti più torridi (facesitting, pissing, anilingus, cunnilinguo,, toilet-Slave, tappeto, attaccapanni, sgabello divano, bidet-umano) cioè l’essere umano degradato al livello di suppellettile e sottoposto ai servigi più dolorosi, umilianti e nel contempo massacranti.
L’inconfondibile cifra stilistica tipica di questo masochismo delineato dalla abile penna di Namio si riassume nell’ostentata indifferenza con cui la padrona schiaccia il miserrimo, gracile servo annullandolo sotto la propria monumentale, superba fisicità e sottoponendolo ai più degradanti servigi [figg. 9] per il proprio capriccioso piacere.
Impossibile ormai reperire quelle prime pubblicazioni dove comparvero i primi disegni di

fig.9 b

Namio relativi a Yapoo, peccato perché proprio da Yapoo Namio devette trarre fortissime ispirazioni e suggestioni per il suo lavoro: infatti appare derivare da Yapoo il concetto di assoluta superiorità della padrona, concetto manifestato dalla espressione di divertita, dalla ostentata indifferenza della dea dominatrice mentre sacrifica sotto di sé il misero inferiore con la più assoluta imperturbabile indifferenza che è efficacemente espressa nella posizione di placido abbandono del corpo e nell’espressione rilassata e divertita del viso.
Dal momento che i primi disegni di Namio sul tema di Yapoo; sono, almeno per ora, assolutamente irreperibili, non ci resta che mostrare una selezione di tavole tratte dall’unica riduzione del romanzo in fumetti giunta in Italia: è la versione di Egawa stampata in 4 successivi volumi da un tradizionale editore di maanga (Gentosha, Genzo Comix), e distribuita in Italia sotto la sigla D/Boooks.

fig.9 c

L’edizione non facile da reperire nella sua completezza appare più che dignitosa, per essere digitale. Il disegnatore Tatsuya Egawa, coetaneo del romanziere, appare con lui in perfetta sintonia. Peccato però che non si sia avvalso di una sceneggiatura più stringata, più incisiva, in grado cioè di ovviare ai difetti del romanzo, rendendone più agile la fruibilità.
Se il prezzo di copertina è piuttosto modesto, lo è pure il livello grafico: immagini impaginate in modo piuttosto sommario, poco chiaro, inadatto al formato (le dimensioni sono circa quelle di un giallo Mondadori). Ne esce una pagina priva di respiro con immagini troppo fitte, soffocate, una confusa sequenza di disegni, didascalie, nuvole parlanti.
Bisogna anche ammettere che forse per fare qualcosa di meglio ci sarebbe voluto un volume – se non proprio di lusso – almeno e sul livello di quelle edizioni allestite dalla Milano Libri per Crepax: ad esempio Valentina nella stufa, opera anch’essa ad altissima temperatura erotica.
Spesso nel fumetto di produzione nipponica il livello tipografico non è l’ideale per un’ opera erotica: l’immagine erotica, specie nei fumetti ha bisogno dei suoi spazi, non può vivere in una pagina affollata alla Jacovitti.
Il racconto per immagini segue un vettore temporale non lineare che spesso procede a zig zag con continui flashback, salti temporali (dopo una sequenza di scene ecco che una didascalia ci avvisa “ma questi sono fatti che accadranno più avanti”). Talvolta anche la successione della immagini ed il senso di lettura sembra prendere un orientamento opposto a quello occidentale (da sinistra a destra).

fig.10

Il disegnatore giapponese, pur ottimo assicurano i cultori dei manga, non possiede certo il raffinatissimo tocco magico di Crepax e tanto meno il suo talento nel montaggio quasi cinematografico del fumetto con le sue riprese centrale, veloci zoomate sui volti, sui corpi onde cogliere proprio nelle espressioni del visi, nei dettagli dei movimenti fisici gli aspetti essenziali delle cose, il loro più profondo significato sul piano sia logico sia emotivo.
Al contrario di Crepax è proprio nei dettagli che l’artista Giapponese rischia di smarrire il senso delle cose, il significato dell’insieme, il bandolo della matassa. Proprio quando egli cerca di leggere il più profondo autentico senso delle cose decifrando le espressioni dei visi cogliendo i più imperscrutabili stati fisici i minimi gesti dei corpi lo fa con mano assai meno leggera, raffinata sottile, intrigante rispetto al maestro italiano. L’uso dello zoom finisce per essere dispersivo e così sfuggono i dettagli più importanti, i nessi logici fondamentali, i punti chiave delle situazioni.
La regia appare insomma piuttosto dispersiva, piuttosto involuta, prolissa, nella sua ansia di spiegare tutto, assolutamente tutto: le leggi, le regole, i luoghi.
Un simile amor della precisione, del dettaglio che pervade un po’ tutta l’opera, oltre a confondere il quadro d’insieme, finisce per depotenziare la suggestione delle descrizioni erotiche sbriciolate in una miriade di dettagli, nell’ossessiva ansia di spiegare anche gli aspetti perfettamente intuibili delle cose: le modalità di impiego degli Yapoo, le operazioni attraverso cui essi vengono allevati e preparati a svolgere il loro servile compito, le complesse tecnologie grazie alle quali uno Yapoo viene messo in contatto uditivo oppure telepatico con la sua Padrona perché ne possa captare o la voce oppure addirittura le volontà senza che esse vengano espresse.
Non manca la spiegazione di come venga creato ed usato un perfetto cunnilinguo, sofisticatissimo sex toy vivente le cui mansioni sono per altro evidenti dal nome stesso: sex toy vivente avrà il collo che si allunga, la lingua in grado di penetrare, le labbra a ventosa che aderiscono perfettamente al sesso padronale. Che poi un simile servo possa essere utilizzato a scopi minzionali dalla ragazze abituate ad abusare dei piccoli esseri inferiori a lor piacimento è cosa che – a dispetto della sua ovvietà – ci vien descritta a lungo nei suoi minimi dettagli.
E quando si tratta di dettagli anatomici illustrati con efficacia evocativa da una prospettiva sorprendente la cosa può anche risultare emozionante; ma purtroppo il più delle volte si tratta di dettagliate elucubrazioni di fantamicrobiologia che possono avvincere uno studioso di endocrinologia col pallino della fantascienza. Ma non certo i comuni lettori ai qualiabbiamo voluto offrire a titolo indicativo questa minima selezione di immagini e qui, in finale, l’ultima. [fig. 10]

Per un sintetico riassunto dell’ opera vedi sul Blog il link http://www.gabbia.com/il_blog_gabbia/yapoo-il-bestiame-umano#more-1592

 

 

 

This entry was posted in Filosofia del Boudoir. Bookmark the permalink.

One Response to Yapoo, il bestiame umano

  1. Pingback: Yapoo, il bestiame umano | BlOGabbia