Danilo Kis, il sulfureo, eccentrico scrittore jugoslavo, non aveva dubbi: Bruno Schulz "è un Dio". Ma anche l'esigente narratore yiddish Isaac Bashevis Singer (superando l'onta d'un conterraneo che si era messo a romanzare in polacco) non lesinava iperboli, conversando con Philip Roth, un altro cultore-maniaco dello scrittore galiziano: "Più leggo Schulz - forse non dovrei dirlo - ma penso che sia meglio di Kafka. Vi è un vigore più grande in alcune sue storie. Egli è efficace anche nell'assurdo sia pure in maniera non stupida". E uno scrittore di culto come Fisraefiano David Grossman non ha mai nascosto i suoi debiti verso il cantore folle delle Botteghe color cannella: "Scrissi Vedi alla Voce Amore in parte per vendicar la sua morte. Una volta che hai letto Schulz, forse anche contro la tua stessa volontà, incomincerai a vedere il mondo con i suoi occhi. Lo userai per respirare un po' di aria fresca Per aprire i polmoni della tua coscienza. Lui ti getterà dei granelli di zucchero e tu sopravviverai all'inverno insierne a lui".
Ed è vero che Bruno Schulz, questo incredibile genio della scrittura, ha in più una qualità nutritiva, germinale. S'insinua nella fantasia degli artisti, letterati, pittori, cineasti che siano, e come un parassita, un paguro bernardo, un vampiro gentile, riversa immaginazione dentro il loro occhio fecondato (almeno cinque o sei romanzieri, da Cynthia Ozick a Ugo Riccarelli, a Marco Ercolani) hanno proseguito le sue storie così ben fermentanti. Che non smettono mai di smottare, di lievitare come una mostruosa pasticceria dell'inconscio. Giustamente Grossman aggimge: "Ogni mucchio di spazzatura costituisce in lui un dramma in fermento (...) Scrisse poco. Eppure a volte mi chiedo: Bruno Schulz che scrive un intero romanzo? Dovrebbero cucire insieme le copertine per evitare che trabocchi nella notte. La vita esplode in ogni pagina scritta da lui".
Ma per tutta la sua esistenza anche il successo è sembrato fuggire da lui, capriccioso e volubile. Strano destino ha avuto del resto il culto di Schulz. Per questo la bellissima mostra Bruno Schulz il profeta sommerso, organizzata con rara passione da Pietro Marchesani (ora al Museo Revoltella di Trieste, da febbraio a Genova al Museo di SantAgostino), rappresenterà per molti una vera sorpresa, evidenziando un aspetto di lui del tutto trascurato: la passione per il disegno. Ed è doveroso che ogni tanto ci si ricordi di lui, come è stato fatto, con un importante convegno, proiezioni di film a lui ispirati a cura di Alpe Adria Cinema, e un ricchissimo volume Scheiwiller, non a caso dedicato alla memoria del letterato-editore, cosi amico delle carte di Polonia.
Considerato da molti un idolo intoccabile, un pioniere unprescindibile del Novecento (affiancandolo ad Apollinaire, il narratore cecoslovaco Bohumil Hrabal osserva: "Sono dei santi, i patroni che custodiscono l'intangibilità e il segreto dell'arte, soprattutto della letteratura moderna, che ha la missione d'interrogarsi sulla sorte dell'intera umanità") il miracoloso visionario Schulz ha subito, ancora una volta incolpevole, le tipiche, miopi dimenticanze e le angherie della Storia e dei manuali, oblii che sono la colonna vertrebrale dei pedantissimi professori d'accademia, che hanno in mano il borsino dei Più Celebri (basterebbe la distrazione imperdonabi le dell'Einaudi, che non ristampa le Botteghe da tempo immemorabile). Certo, in questo oblio gioca anche la sua arte dandystica ma blasé del lasciarsi dimenticare già in vita, del procedere intabarrato e sospettoso, sprezzando gli onori. Come sosteneva il suo perfido ma geniale compagno di strada, e non meno sottile narratore, Witold Gombrowicz, parlando proprio di quella sua strana bontà striata di grandioso masochismo: "C'era veramente da crederlo destinato a un ruolo di eterno secondo violino, per quel suo modo così irisolito di star confitto nel proprio fato, nella forza demoniaca della sua passione, d'origine tutta sessuale e quindi tragica e ardente".
Non riesco a ricordare come lo conobbi, continua a ripetere nelle memorie Gombrowicz, che lo adorava con un po' di suo caratteriale disprezzo: perché quel nanetto dalla testa pesante (che si autoritraeva quasi sempre dal basso in alto) è come un elfo che soggiorna da sempre nei suoi ricordi e lui ce ne lascia un meraviglioso cammeo araldico: "Minuto, bizzarro, chimerico, assorto, teso, quasi ardente. Entrambi ci agglravamo per la letteratura polacca come uno svolazzo, un addobbo, un ricciolo di violino". Ecco: Schulz è talmente disciolto, stemperato in una certa cultura "altra" del Novecento, che si finisce per dimenticarlo. Anche Tadeusz Kantor, il teatrante che sapeva di dovergli moltissimo, ammetteva: "Tutta la nostra generazione è cresciuta di fatto all'ombra di Schulz, poi molti l'hanno dimeriticato o piuttosto non ne hanno fatto più menzione. La parentela con Schulz ci divenne chiara. soltanto negli Anni Settanta". Quando appunto il racconto I Pensionati diviene il vero demone ispiratore della Classe Morta. Insolita invece la pittura di Schulz, che languiva di stenti tra uri'allarmante legione di gatti isterici e di zie folli, sopravvivendo come meschino insegnante in un istituto tecnico, vittima delle angherie degli allievi, che gli toglievano ogni forza di scrivere: "Rimango a scuola, dove questa marmaglia continuerà a sfogarsi sui miei nervi. Bisogna infatti sapere che i miei nervi si sono sparpagliati come una rete per tutto il laboratorio di educazione tecnica, si sono estesi sul pavimento, hanno tappezzato le pareti e avvinto con un fitto intreccio i banchi".
Mentre la sua prosa debordava appunto come un rainpicante impazzito, suppurava di escrescenze barocche se pur ironiche, fermentando di ebbre metafore che trascinavano ovunque la sua fantasia, come in un peccaininoso calesse notturno, la sua pittura era invece secca, avara, graffiata. Anzi, un solo suo dipinto a olio, degli Anni Venti, si conosce, sinora: l'avanzare untuoso d'un giovane Chassid, che striscia accanto a due altere cocottes (anche se recentemente, presso la vedova d'un ferroviere, è stato trovato un pastello firmato col suo nome, ora al vaglio d'autenticità dal maggior studioso di Schulz. Quel Jerzy Ficowski, che da anni "attende il Messia", cioé la ricomparsa del manoscritto perduto d'un romanzo cosmico che si doveva chiamare appunto Il Messia, e che è sparito, come in un racconto di Graham Greene. Tra telefonate misteriose, ricatti d'agenti segreti e morti sospette). Perché Schulz, che fu costretto a dipingere orridi affreschi, prima in odiato realismo socialista, nelle sedi degli occupanti sovietici, poi più fioriti, nei bordelli nazisti morì proprio a causa della sua passione. Un ufficiale tedesco lo proteggeva come suo degradato ritrattista di corte; ma un altro, geloso, lo uccise nel 1942, con un colpo alla nuca. "Tu hai ucciso il "mio" ebreo, io ucciderò il "tuo"" suggellarono, cancellandolo.
Certo, Schulz conosceva gli artisti della Secessione e gli eccentrici della Modernità, come Rops e Ensor, Kubin e i primi espressionisti. Ma nella sua lontana, sonnacchiosa Drohobycez (che pure stava velocemente industrializzandosi, dopo la scoperta del petrolio e trasformandosi in una sorta di "California dell'Est", trafitta di pozzi, come in un film di Charlot) ebbene, in quel lembo dimenticato di Cacania, che "si distendeva, nella mappa, come un gatto, al sole", egli poteva vedere ben poco e per di più riprodotto in rivista. Per lanciarsi come pittore alla moda. andò a Parigi, nel '17, ma col suo solito fiuto commerciale scelse masochisticamente l'agosto. "Parigi era deserta, tutte le principali gallerie d'arte chiuse. A dire il vero sono entrato in contatto con un mercante d'arte del Faubourg St Honoré, disposto a organizzarmi una mostra, ma poi io stesso, vi ho rinunciato. Nonostante ciò sono contento d'essermi liberato di certe illusicini su una mia carriera mternazionale". Agli amici e soprattutto, agli allievi, per non svelare i suoi deliqui reconditi, assicurava che stava. illustrando la Venere in Pelliccia di Sacher-Masoch (guarda caso un galiziano anche lui, sottolinea Roberto Curci, come lo psicoanalista dell'eros WilhelmReich).
Stanislaw Witkiewicz, l'altro grande "pazzo ribelle" che faceva parte con Gombrowicz di quella esplosiva triade di wariaci, di folli creativi ed era anche lui, oltre che scrittore, pittore e fotografo visionano, sosteneva che su Schulz pesasse molto l'influsso, di "artisti demonologhi come Cranach, Grilnewald, Goya e persino Beardsley". Ma chi guarda quei disegni anneriti di paura, in cui riconoscibilissimo il microbo Bruno si prostra ai piedi di pienotte e inoffensive Belle Dames sans merci, con frustino e stivaletti, che lo umiliano a terra, quasi un insetto o un degradato Professor Unrat da Angelo Azzurro danubiano, non c'è dubbio che quella dedizione goyesca e grottesca. sia tutta sua. Rendendolo fratello in peccato al grande artista della Nuova Oggettività Rudolf Schlichter, che finirà quasi consumato, per dedizione a una perfida scarpetta.