Ciao a tutte e a tutti,
posto un racconto nel quale il protagonista è sottomesso e umiliato da una donna in presenza anche di altre donne.
Credo si tratti di una delle fantasie più difficili da realizzare, ma si sa, la speranza è l'ultima a morire.
Ciao spero vi piaccia. Le critiche sono ben accette.

IL TORTO RIPARATO

Ore 8:20, entrai nell’edificio a testa bassa mi avvicinai alla porta della Presidente, bussai ed entrai.
“Buongiorno Signora”
La donna mi guardo, la mia faccia avvampò subito,lei abbozzò un mezzo sorriso: “bene sono contenta di rivederti, come ti dicevo ieri sera, tutto sommato fai un buon lavoro”.
“Oggi finisci quel lavoro iniziato ieri, poi più tardi ci aggiorniamo.”
Va bene, a dopo, girai i tacchi, chiusi la porta e andai nel mio ufficio.
Sedendo avvertivo ancora, e non era una sensazione del tutto spiacevole, il trattamento del giorno prima al mio fondo schiena.
Se mi avessero detto sei mesi prima cosa mi sarebbe capitato, non ci avrei scommesso un centesimo, eppure…
Per chiarire meglio faccio una piccola digressione.
Sono una persona come fra tante (purtroppo) che avendo perso il lavoro si era ritrovata nelle condizioni della ricerca di un nuovo impiego. Non più giovanissimo e nonostante il curriculum mi sono ritrovato ad accettare dopo mesi e mesi di vana ricerca un impiego come sostituzione alla maternità per un posto da segretario in una cooperativa.
Si trattava di un ente non profit che occupava personale carcerario prevalentemente femminile, persone che poi alla sera dovevano ritornare in cella, ovvero in regime di semilibertà.
Presidente di questa cooperativa era una signora, sui cinquant’anni.
Non posso certo dire che fosse proprio bella, perlomeno non i canoni di bellezza imposte dal mondo del “fashion” attuale, cioè , donne alte e magre da far schifo e con lineamenti androgini.
Lei anzi, aveva una corporatura come dire “importante”, ma nonostante tutto non priva di grazia diciamo una bellezza “felliniana”.
Aveva lineamenti particolari ma non privi di fascino, segno di una forte personalità.
Come dicevo questa cooperativa aveva personale quasi del tutto femminile e lo scopo era quello di iniziare un percorso di recupero di queste persone, che finora non avevano certo avuto una vita facile.
Devo dare atto alla Signora dello spessore del suo animo filantropico, ma sicuramente non era una donna dal carattere docile, dirigeva le attività con una severità e una fermezza fuori dal comune.
D’altro canto non poteva comportarsi diversamente visto che aveva a che fare con ragazze che non erano proprio degli stinchi di santo.
Anche a me riservavo lo stesso trattamento, mi aveva detto esplicitamente il primo giorno di lavoro che, proprio perché ero un uomo non poteva e non voleva dare adito a voci riguardo eventuale preferenze nei miei riguardi.
La cooperativa era di derivazione religiosa, e la Signora mi aveva raccomandato di rispettare nell’ambiente di lavoro una condotta in linea con questa ispirazione.
Di una cosa mi ero accorto subito (e come si è rivelata vera! ), Lei capiva subito con chi aveva a che fare, le sue debolezze. Era difficile mentire di fronte a Lei, e in me aveva già visto qualcosa che io forse non avevo mai avuto il coraggio di riconoscere.
Passavano le settimane, e gradatamente mi si affidavano compiti più importanti e maggiore autonomia.
Ogni tanto si sfogava con me del comportamento poco leale di alcune detenute, e diceva che se avesse potuto a qualcuna avrebbe dato volentieri una bella cinghiata sul fondoschiena.
“Vedi “ diceva, “a volte una bella ripassata vale più di molte parole, non sei d’accordo ?”.
Si io rispondevo, e lei “guarda che però questo vale per tutti , anche per te”.
Io annuivo pensando tra me che fosse solo uno sfogo, anche se fantasticavo a volte su quello che lei diceva.

Avvenne poi un fatto che mi fece cambiare idea.
Quella volta Lei era fuori ufficio, due, diciamo colleghe, mi avevano chiesto di poter uscire una mezz’ora prima perché volevano fare alcuni acquisti in un negozio vicino e mi assicurarono che sarebbero ritornate in tempo.
Conoscendole glielo accordai anche se non ero certo autorizzato a farlo.
Le due detenute infatti tornarono in tempo ma la sfortuna volle che il mezzo che doveva riportarle nel penitenziario arrivò in anticipo. Le guardie a seguito, novellini, si innervosirono, chiamarono subito il direttore del carcere scatenando un putiferio.
Il giorno dopo la Signora dovette andare a parlarci per calmare le acque.
Quando ritornò era scura in volto, ovviamente mi chiamò in ufficio e chiuse la porta...