Ora basta, ti prego. Ora non sopporto più il dolore. Non mi hai sentito piangere sommessamente, non hai visto le lacrime rigarmi le guance? Pensi forse che possa resistere oltre, pensi di non avermi inflitto una punizione abbastanza dura?
Tu continui, io sto perdendo la forza di implorare. Stai andando oltre ogni limite, al di là di ogni patto. Questo non è più un gioco, questo non ha più neppure un nome.
Tu insisti, e con il residuo di lucidità che mi resta mi chiedo chi sei. Non sei tu, non sei il padrone che mettendomi un collare mi ha chiesto di essere sua, ma ha anche implicitamente promesso di occuparsi di me, lasciandomi credere di saperlo fare.
Il dolore che mi stai infliggendo è mosso da una furia cieca. Oppure, è il gioco stolido di chi si è volutamente scordato di avere a che fare con una persona che si è messa in suo potere fidandosi che l’altro sapesse cosa stava facendo.
Invece, tu non lo sai più, cosa mi stai facendo. Se non fossi obnubilata dal dolore forse avrei paura, paura di come potrebbe finire. Di come potresti finirmi. Ad un certo punto invece, non credo neppure che tu lo sappia, si smette di avere paura. Vorrei svenire, e non sentire più niente. In questo momento non ho più voglia di vivere, e non ho paura di morire.
Non riesco ad essere lucida, a pensare. Lo sai che il troppo dolore annulla il dolore? La mente si spegne, i pensieri non spaziano, ma sembrano convogliarsi in un cannocchiale. La mia mente sembra scivolare piano in un tunnel, e in fondo ad esso intravvedo qualcosa.
Non saprei dire dove mi trovo ora, cosa mi stai facendo, né tantomeno dove vuoi arrivare. Comincio a non sentire più il mio corpo. Eppure sono cosciente, perché in fondo al cannocchiale vedo qualcosa.
Poco importa che sia la verità o un’allucinazione. Quel che vedo è che tu non sei l’uomo che credevo. Tu non sei il mio padrone, perché un padrone sa dove può arrivare la sua slave. Tu non sei neanche un master, perché chi è degno di questo appellativo non ti porta oltre i tuoi limiti. Ora so quello che non sei, e non mi importa sapere altro.
Perché se tu non sei il mio padrone io sono libera. Se sopravvivo a questo dolore non ti appartengo più. Puoi annientare il mio corpo, spegnere con la sofferenza la mia mente, ma non sai che questo eccesso ti toglie ogni attributo che abbia a che fare col SM, con l’amore, col gioco eterno e polimorfo tra un uomo e una donna.
Prima di lasciare andare la mia coscienza e non sentire né pensare finalmente più nulla mi viene in mente come ti definirei, se ne avessi la forza: a poor player, un povero guitto.
Potessi, sorriderei.
(Dedicato a tutti coloro che si credono masters soltanto perché posseggono una frusta)
















































