La Mistress Futurista

                                                                                                                                             

Le arti figurative hanno spesso a che fare con suggestioni erotiche legate al sadomasochismo che talora emerge in modo più o meno evidente ed in circostanze insospettabili.
Quando si sbirciava nelle vetrine dei quartieri a luci rosse, ormai perlopiù estinti, ci si aspettava di vedere una sfrontata Mistress, ma non certo guardando attraverso la finestra di un salotto borghese.
Ed ancora certe immagini ce le aspetteremmo sfogliando un antico giornaletto per soli uomini e non una delle più prestigiose riviste nazionali: le Cronache D’Attualità. “Cronache D’Attualità” (Nota 1) vero salotto buono della letteratura italiana frequentato  da Palazzeschi, da Francesco Flora, Salvatore Di Giacomo, Sibilla Aleramo e, nome forse più conosciuto, Grazia Deledda.

 

Invece Anton Giulio Bragaglia, il direttore delle “Cronache”, padre nobile del teatro e del cinema nazionale, dopo essersi assicurato il “Fotodinamismo futurista”, uno dei più prestigiosi ospiti d’onore a cui una rivista culturale ai primi del Novecento potesse aspirare, tra gennaio- maggio 1922 accoglie nel proprio salotto letterario – al fianco di eccellenti invitati quali Picasso ed altri meno famosi come Depero, Campigli, Boccioni, ecc. – la Mistress futurista di cui al nostro titolo, figlia scandalosa quanto geniale di Virgilio Marchi, insigne architetto e scenografo futurista amico di quello che si può considerare il capostipite del futurismo in Italia ossia Marinetti.

Ella è accomodata su un sofà come illustra la xilografia pubblicata proprio nella pagina accanto a quella che riproduce la novella dello scrittore Catanese Ercole Piatti, Serenella, una modesta signorina senza troppe ambizioni. Questo accostamento dei due personaggi – sulla sinistra la Mistress futurista e sulla destra delle 2 pagine aperte, la modesta Serenella – mette ancora più in risalto l’atteggiamento della nostra sfrontata Mistress dalle ambizioni tutt’altro che modeste almeno a giudicare da come la vediamo accomodata o meglio – se vogliamo dirla tutta – stravaccata senza ritegno, per nulla in soggezione anzi provocatoriamente incurante del bon ton: non è certo il modo di stare in un salotto quello che esibisce la disinibita “signorina” della Xilografia di Virgilio Marchi.

 

Infatti nel vorticoso dinamismo delle linee le forme in perenne mutazione si disgregano per riaggregarsi in figure provvisorie mai paghe di se stesse e sempre a caccia di apparenze diverse (cosce, ventre, seni, braccia, guanti, gambe, calze, indumenti, sessi femminili, opulente delizie callipigie) che si ricompongono in un’immagine centrale in cui troneggia la nostra Mistress futurista in abbigliamento, con intenzioni ed in posa esplicita e sostanzialmente analoga, nel 1822, a quella esibita ancora ai giorni nostri dalla Mistress moderna nei tanti siti a Lei dedicati sul web.

 

Chi però si sarebbe aspettato una simile figura su una rivista letteraria specie considerando l’arrogante sfacciataggine del poco composto atteggiamento assunto dalla “Signorina” nel bel mezzo di un salotto buono, ma basta ricordare la celeberrima colazione sull’erba di Edouard Manet (Nota 2) per capire quanto ormai le parigine si stavano abituando a starsene tranquillamente nude in mezzo ai cittadini in tuba e marsina. Magari non perfettamente a proprio agio, come le Veneri di Tiziano nelle corti Rinascimentali ma pian piano, incoraggiate da una borghesia sempre più in vena di trasgressioni, non ci impiegano molto a capire pure loro tutto il piacere di sentirsi al centro dello scandalo.

 

È così nell’Ottocento quando una Maja riesce a intrufolarsi tra i ceti alti e non esita un solo istante a stendersi con la più imperturbabile sfrontatezza su un sofà desnuda, perfettamente consapevole di non essere stata invitata per conversare, ma per dare scandalo. Ed è esattamente quello che fa la nostra” Mistress futurista” appena messo piede in un salotto borghese.
Anche lei sa bene quanto la borghesia ami frequentare il Moulin Rouge o altri consimili locali a luci rosse animati da certe ragazze un po’ più vivaci delle solite mogli.

 

È dal clamore dello scandalo, dall’esagerazione, dalla “grande bellezza” che cerca la borghesia quando prende furtivo congedo dal proprio solidissimo perbenismo e dal proprio non altrettanto solido razionalismo.
Quindi non dobbiamo stupirci di trovare nell’anticamera di Olympia – la superba prostituta immortalata da Manet – tanti vecchi professori in attesa, col cappello in mano, dell’unica in grado – come direbbe Fabrizio De André – di dargli una lezione. Ma se non dobbiamo stupirci di trovare la fila di vecchi professori nell’anticamera di Olympia, non dobbiamo stupirci nemmeno di trovare Olympia accomodata sul canapé del salotto dei vecchi professori, dato che è assai più eccitante introdurre nelle proprie case gli spettacoli più spinti anziché andarli a vedere nei localini dei quartieri bassi.
La solida, ipocrita borghesia proprio non può fare a meno di infrangere le sue stesse regole: lo deve fare per sentirsi viva, lo deve fare tuttavia con assoluta discrezione. Certe signorine passano sempre dalla porta di servizio se proprio devono entrare nel salotto ovattato di nonna Speranza.

 

Ecco perché non ci dobbiamo stupire di trovare tra le gozzaniane buone cose di pessimo gusto, tra i busti di Napoleone, le scatole senza confetti, le stelle alpine, le gondole, i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro, accomodata su un canapé davanti al caminetto un po’ tetro certe donnine tanto ammirate anche da pittori celeberrimi (Manet, Paul Cézanne, Toulouse Lautrec).
Donnine come l’affascinante Jane Avril che a ritmo di can can sapeva come far volare le gonne, come l’ancora più spudorata Olympia che delle gonne ha sempre fatto come l’altra Olympia quella più giovane, l’Olympia moderna che, passando dai salotti dei Manet a quelli di Cézanne, si porta dietro postribolari impressioni di cuscini, di lenzuola, di camelie, di servitori neri, del gatto altrettanto nero che non si accontenta più nelle buie atmosfere del bordello ma reclama una parte da protagonista stagliandosi sul candido lenzuolo del letto, consapevole di essere diventato tanto importante da meritare, un locale tutto suo … il mitico Chat Noir (Il Gatto nero) alle Pendici di Montmartre il più celebre night club di tutti in tempi … e a buona ragione perché il Gatto nero diventa l’emblema di certe “pantere” dal fascino fatale come Olympia, come la nostra Mistress futurista, come Lolita, come le ballerine dell’angelo Azzurro, come Wanda, come Justine, come le abusive frequentatrici dei salotti di una borghesia talmente ipocrita, calcolatrice, inaridita da dover affidare ad una Traviata, ad una puttana, il compito di salvare non solo l’erotismo, ma perfino l’Amore.

 

Nota 1
Cronache di Attualità” periodico fondato da Anton Giulio Bragaglia nel 1906 e che si occupava di politica ed arte italiana e straniera, con particolare interesse per le avanguardie.

Nota 2
Ancora sul Blog di Gabbia al link
http://www.gabbia.com/il_blog_gabbia/un-cuckold-in-un-manet-forse

 

 

 

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2 Responses to La Mistress Futurista

  1. Lucy says:

    Caro Franco, magnifica lezione! Mi piacerebbe sapere come collocheresti Odette…

  2. Re Franco says:

    Veramente Odette l’avevo collocata, almeno per il momento, in sala d’attesa. Certamente sarebbe stato assai opportuno meditare su atmosfere proustiane ed anche gozzaniane … Ma, dopo aver accennato ai “gatti evasi” dai dipinti impressionisti per impadronirsi di locali parigini, temevo di appesantire il pezzo: invece di far annusare a tutti i profumi delle dominatrici di quei salotti, dove hanno la loro radice i nostri vizi pivati e pubbliche virtù , avrei rischiato di rompere le scatole a raccontare della fatale Odette che risiede chez Swann e che sa come farti perdere la testa con i suoi proverbiali abiti rosa con i suoi gesti rosati… Tanto affascinante da renderti impossibile fare a meno di lei, anche se in fondo, a conti fatti, tutti gli ometti in cui si imbatte sarebbero stati ben felici di farne a meno…
    Tanto è vero che quasi un secolo dopo Odette sentirà il bisogno di riparare dando al mondo le sue celeberrime Lezioni di felicità che però, francamente, non affascinano nessuno. Lei ha un bello spiegarci l’arte di accontentarsi: ma dopo aver conosciuta la prima Odette , accontentarsi della seconda è proprio impossibile!

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