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Preludio.
Elena fu spinta allinterno della stanza buia. Alle sue spalle linquisitore, avvolto in un pesante saio e da una cappa profonda tanto da nasconderne il viso anche in piena luce, reggeva una candela che permetteva di illuminare quel tanto che bastasse alla novizia per non inciampare lungo il percorso. Ella esitò per un attimo, poi mosse i suoi primi passi nelloscurità che sapeva, lavrebbe avvolta per tutta la notte. E la notte sarebbe stata lunga. Linquisitore la sorpassò e la prese per la corta catena che ne cingeva il collo, quasi spazientito da quel lento e timoroso incedere della novizia, trascinandola di fronte ad un nudo muro di mattoni, sul quale trovavano spazio catene e ceppi. La liberò velocemente dalle catene e dal sacco di tela ruvido che le aveva fatto indossare precedentemente, scoprendo un corpo perfettamente modellato lungo la vita e i fianchi, con seni rigogliosi e due capezzoli grandi e rosa, leggermente coperti da una chioma bionda libera e ribelle lunga fino oltre le spalle. Linquisitore non si prese tempo ad osservarla e studiarla, avrebbe avuto tutto il tempo a disposizione il giorno seguente. Con un rapido gesto fece fragorosamente scendere la catena che pendeva dal soffitto e ne assicurò ai ceppi i polsi della sventurata. La catena era lunga. Elena poteva mantenere le mani in grembo, con le dita incrociate, quasi a modo di preghiera, per stemperare una tensione più grande di lei, che ne impediva movimenti, gesti o parole, e la lasciava passiva di fronte ad una scena che la vedeva assoluta protagonista. Linquisitore la spinse contro il muro, freddo e umido, dal quale gelido contatto istintivamente staccò la schiena. Le cinse le caviglie con ceppi attaccati al muro da una corta catena, poi le circondò il collo con un bavaglio stretto sulla bocca ed un altro sugli occhi, impedendole di vedere. Ma chi o che cosa sarebbe stata in grado di scorgere oltre al buio che permeava la stanza? Forzatamente cieca, la ragazza rimase un momento disorientata, cercando di acuire ludito, lunico senso che lavrebbe aiutata a capire cosa linquisitore aveva in serbo per lei. La catena legata ai suoi polsi cominciò a sfregare rumorosamente ma lentamente contro la carrucola arrugginita, mentre le sollevava le braccia verso il soffitto, lentamente, prima allaltezza del busto, poi sopra la sua testa, fino a quando furono completamente distese dietro la nuca. Eppure la catena non si fermava. I suoi talloni si stavano sollevando dal pavimento, le piante dei piedi le seguivano. Le braccia e le gambe si distendevano, nel disperato tentativo di non perdere contatto con il terreno. Rimase solo più con le dita dei piedi sul terriccio umido della cantina. Linquisitore si fermò per un momento ad ammirare quel corpo così perfetto proteso verso lalto, con i seni sporgenti in avanti, le gambe affusolate e distese, i piedi allungati sulle punte. Prese la catena e la tirò ancora una volta verso il pavimento, eseguendo la strappata finale. La novizia esplose in un mugolio di lamento mentre il suo corpo si distendeva ancora di più, pur rimanendo a contatto col terreno con le dita dei piedi. Linquisitore fissò la catena. Poteva bastare. La novizia udì distintamente i passi dellinquisitore che usciva dal locale e la pesante porta di legno chiudersi alle sue spalle, lasciandola in un solitario e buio silenzio.
Rumore di un auto. Qualcuno stava sopraggiungendo dal vialetto che portava fino a casa. Linquisitore si alzò dalla poltrona e spense la luce. Tornò a coprirsi il volto con la pesante cappa e si affacciò alla finestra del secondo piano. Due fari risalivano il viale sterrato ed apparivano alla sua vista quando la piccola auto svoltò dietro al bosco per superare il cancello in ferro battuto che delimitava la proprietà. Lauto si parcheggiò a qualche metro dal muro della casa. Le luci si spensero ed il silenzio ritornò nel cortile illuminato da pochi lampioni. Linquisitore poteva osservare la figura allinterno dellauto mentre lentamente e meticolosamente si svestiva per indossare i panni smessi dellinquisita. Stava eseguendo gli ordini che le erano stati impartiti. Una strana inquietudine. Più volte la figura allinterno dellauto rivolse invano lo sguardo verso la finestra nel tentativo di scorgere la presenza che tanto la inquietava. Si sentiva osservata in ogni sua più intima mossa, eppure nulla a parte lei sembrava esserci in quel cortile. Le luci della casa erano spente, una leggera brezza agitava le foglie degli alberi sopra di lei e silenziosi lampi da est squarciavano il cielo. Il temporale, seppur imminente era distante tanto da non udirsi il fragore dei fulmini. Indossò il corto sacco di tela, ruvido sulla pelle, quasi abrasivo sui capezzoli ed uscì dallauto, dove completò la vestizione stringendosi un bavaglio sulla bocca e indossando alle caviglie dei pesanti e corti ceppi che le avrebbero reso difficile mantenersi in equilibrio. La serratura delle manette che indossava ai polsi, dietro alla schiena, si chiuse. Solo più il tempo di un profondo respiro ed uno sguardo verso il cielo ed iniziò a muoversi lentamente verso la porta di casa. I freddi ciottoli del cortile le infastidivano il passo lungo il suo incedere verso la porta di casa. Linquisitore rimase ad osservarla dalla finestra per tutto il tempo, fino a quando la ragazza girò langolo, percorrendo il vialetto che conduceva alla porta. I ceppi alle caviglie luccicavano timidamente alla luce dei lampioni, rendendole il passo breve ed incerto. Più di una volta poteva vederla incespicare e rischiare di cadere. La ragazza si fermava, poi riprendeva. Un bavaglio stretto sulla bocca e intorno al collo le avrebbe impedito di parlare. Linquisitore distolse lo sguardo dalla ragazza quando questa scomparve dietro allangolo della casa. Tra poco sarebbe entrata. Cercò di ricordare se aveva lasciato le porte leggermente socchiuse per permetterle di poter entrare solo spingendole, poi rivolse lo sguardo verso la montagna di fronte alla finestra. Dense nuvole cariche di pioggia stavano addensando il cielo. Simona ormai era abituata a quel rito. Arrivare al vialetto, vestirsi come linquisitore voleva, la cantina in cui veniva rinchiusa, non costituivano ormai alcuna novità per lei, anche se una strana inquietudine la attanagliava tutte le volte che si recava dal proprio maestro. Sogghignò linquisitore ripensando alla novizia che aveva condotto in cantina poche ore prima. No! Si sbagliava! Questa volta una novità cera. Chissà quanto tempo ci avrebbero messo a riconoscersi. Il rumore della porta di casa che si spalancava ed il rumore di catene nel corridoio distolsero linquisitore dai suoi pensieri. La ragazza era entrata in casa. Linquisitore tirò le pesanti tende davanti alla finestra per evitare che la luce esterna filtrasse nella stanza e si sedette in poltrona, in una zona del salotto resa anonima dalla piena oscurità. Dì lì a poco avrebbe visto comparire la silhouette della donna nel corridoio. Un lungo e pallido raggio di luce lunare filtrava dalle tende e si distendeva per qualche metro sul marmo del corridoio. La ragazza apparve disorientata. Aveva già percorso quel corridoio, con la luce e con il buio, da ospite modello e da inquisita, eppure poteva avvertire qualcosa che la turbava. Non avrebbe saputo dire cosa, ma questa volta la situazione, seppur apparisse uguale a tante altre vissute in precedenza, rivelava qualcosa di indefinibile. Si sentiva osservata. Avrebbe avuto voglia di buttarsi sul pavimento, in un angolo, o precipitarsi verso linterruttore più vicino, accendendo una luce che lavrebbe liberata da quel sortilegio. Ma non lo fece. Individuata la scala che lavrebbe condotta in cantina iniziò a scenderla, passo dopo passo, ignara della figura ammantata alle sue spalle che la stava silenziosamente osservando e seguendo. Scese i gradini lentamente, uno alla volta, cercando di mantenere lequilibrio a dispetto della catena che ne impediva una discesa facile, quasi saltando tra un gradino e laltro, non riuscendo a poggiare completamente i piedi su entrambe i gradini. Il marmo delle scale era altrettanto freddo, ma meno inospitale dei ciottoli del cortile che le avevano screziato le piante dei piedi. La catena sferragliava rumorosamente mentre scendeva verso la sua prigione. Le scale terminarono di fronte ad un corto e buio corridoio dal soffitto basso. In pochi e incerti passi ne percorse lintera lunghezza, arrivando al fondo. Respirò profondamente davanti alla porta della cantina, fissandola. Nera pece, senza alcuna finestra o sfiatatoio, circondata da muri in calce e mattoni. Non mostrava i segni dellumidità che molte porte in legno di cantine mostrano ed era leggermente socchiusa. La spinse facilmente con una spalla ed altrettanto facilmente la richiuse dopo essere entrata. Vi si appoggiò contro, cercando inutilmente di adattare lo sguardo alloscurità che la circondava. Il buio era impenetrabile. Non sarebbe riuscita ad individuare nemmeno il profilo degli oggetti che vi erano depositati, ammesso che ve ne fossero. Sobbalzò per un rumore improvviso. Alle sue spalle due giri di chiavistello stavano chiudendo la pesante porta. Era sola col buio. Decise di muoversi con cautela verso sinistra, rasentando il muro in cerca dellangolo al quale si sarebbe appoggiata ad aspettare il mattino. Quando lo trovò vi si appoggiò contro e si lasciò scivolare fino a sedersi sul nudo pavimento di terra, contenta a modo suo di essere riuscita ad arrivare fino a lì senza cadere. Passò qualche minuto cercando di prendere sonno quando udì il primo mugolio. Istintivamente si alzò in piedi e porse i sensi alloscurità. Cera qualcosa lì con lei. La sensazione di non essere mai sola laveva accompagnata fino a lì, e anche adesso, proprio quando credeva quella cantina il posto più solitario in cui avrebbe potuto trovarsi, la tormentava. Tante volte aveva pregato di non essere da sola in quella oscurità, di trovare il conforto di qualcuno che condividesse con lei quella esperienza. Ora la temeva. Si calmò e si rimise a sedere. Cominciava a sentire freddo. Un leggero spiffero proveniente dalla porta della cantina le passava sui piedi, saliva per le sue gambe lisce insinuandosi fino allinguine, alladdome e su verso i seni, i cui capezzoli erano intirizziti dal freddo. Nonostante tutte le emozioni che la scuotevano ed il freddo, cercò di calmarsi e rivolgere i sensi verso il buio che la circondava. Un secondo mugolio la scosse. Ora ne era certa. Non era da sola in quella cantina. Cera di sicuro qualcuno. Avrebbe voluto parlare, dire qualcosa. Emise anche lei un mugolio che trovò subito risposta. Era alla destra. Chiunque fosse si trovava a qualche metro da lei. Decise di costeggiare la parete. Si mosse attenta, a passi corti, cercando di non inciampare nellarredo e cauta verso quella nuova presenza. I mugolii la guidavano. La curiosità stava vincendo la paura. Ebbe il tempo di fare dieci passi quando il suo corpo sfiorò una pelle calda e morbida. Simona si fermò un attimo, poi, nonostante la scarsa libertà di movimento che ceppi e manette le consentivano, cercò un contatto fisico che laiutasse a capire. Chi poteva essere? Cercò subito di stabilirne il sesso. Con la punta del naso e con le guance sfiorava una pelle liscia, senza peli. Arrivò al petto. Con il naso ne sfiorò un capezzolo, grande, un petto pieno e morbido, di una donna. Doveva essere più alta di lei. La ragazza non si muoveva, immobile con la schiena appoggiata alla parete continuava a mugolare. Simona risalì lungo i fianchi fino alle ascelle, scoprendo che la ragazza era legata, con le braccia protese in alto. Istintivamente si avvicinò al suo viso e cercò il contatto, guancia contro guancia, per trasmettere un po di calore umano. La guancia si fece calda e umida, la ragazza piangeva silenziosamente. Simona si accucciò ai suoi piedi, scoprendo che ella si trovava in punta di piedi, le caviglie strette nella morsa dei ceppi. Decise di rimanere lì, passando la notte ai piedi della ragazza, confortata, una volta tanto, dal fatto di non essere sola. La notte passò agitata, tra i lamenti che i crampi, che attanagliavano le membra della ragazza legata, si portavano dietro. Ogni tanto Simona si alzava, cercando di farsi sentire vicina alla donna, accostando il viso al suo e, sempre col viso, accarezzandole i fianchi. La ragazza si calmava e lei si riaccucciava ai suoi piedi. Non seppe dire quante ore passarono quando la porta della cantina si aprì. Una figura ammantata si stagliava nella poca luce che filtrava dal corridoio. Simona si portò seduta, fissando la figura che si muoveva a passo sicuro verso di lei e la afferrava per la stola e costringendola in piedi. Spinta in avanti verso la porta, Simona iniziò a barcollare, ancora semi assonnata e dimentica dei ceppi che le intralciavano il passo. Linquisitore la condusse oltre la porta, lungo il corridoio fino alla camera nella quale avrebbe subito il supplizio. Quando le spalancò la porta, un forte odore di incenso le raggiunse le narici, mentre le si mostrò un locale illuminato da un centinaio di candele, con al centro un tavolaccio rotondo alto fino alle ginocchia, con anelli di ferro fissati lungo lintera circonferenza. Dal soffitto pendevano numerose corde di canapa, catene e ceppi di ogni tipo e misura, mentre sulle pareti facevano mostra di sé i più terribili strumenti di tortura, morsetti, tenaglie, chiodi di tutte le lunghezze e dimensioni, flagelli e fruste. Una croce di santAndrea e una sedia inquisitoria completavano larredamento. Lincenso contribuiva a rendere latmosfera surreale. Si sentì mancare, un senso di inquietudine che aveva provato altre volte, ma che le aveva lasciato sempre ricordi ed emozioni molto differenti da una volta allaltra. Senza aspettare una sua qualunque reazione, linquisitore la trascinò al centro della stanza, la costrinse in ginocchio, legandole le braccia ad uno dei numerosi ceppi che pendevano dal soffitto e le caviglie ad un basso ma robusto palo a qualche passo dietro alle sue spalle. La catena alle caviglie, lunga almeno un metro, restava morbida, consentendole qualche decina di centimetri di libertà. Preso uno straccio, glielo mise sugli occhi, occultandole la vista, poi le sue braccia si distesero verso il soffitto mentre linquisitore fissava rumorosamente la catena che le chiudeva i polsi. Potè sentire linquisitore uscire dal locale. Simona rimase in attesa qualche minuto, cercando di controllare le emozioni che le correvano lungo la schiena, in attesa di percepire i rumori giungere dal fondo del corridoio che la avvertivano del ritorno dellinquisitore ed in attesa di scorgere il volto della sventurata che laccompagnava in questa avventura. Udì distintamente i passi di due persone avvicinarsi a lei e lo sferragliare delle catene che accompagnavano i movimenti di una delle due. Dal rumore di catene che calavano dal soffitto poteva intuire che la sventurata si trovava a pochi passi da lei, probabilmente nella sua stessa posizione. Udiva i mugolii della ragazza sempre più frequenti, sembrava voler gridare, lamentarsi per qualcosa che la turbava profondamente, più di quanto avrebbe potuto probabilmente tormentarla il supplizio, poi poteva sentirla singhiozzare, nonostante il bavaglio che ne attutiva i lamenti. Le catene sferragliavano come se la donna avesse voluto liberarsi, fuggire in preda al panico. Ai tentativi di divincolarsi della donna seguiva il suono di uno scudiscio tagliare laria e abbattersi sulla carne della sventurata che, addomesticata, si calmava e ricominciava a singhiozzare. La lotta fra i due sembrò durare per qualche minuto. Le scudisciate si facevano sempre più frequenti così come il singhiozzare della donna. Nonostante fosse imbavagliata, Simona avrebbe voluto gridare al loro torturatore di smetterla, ma rimase zitta, non emise neanche un mugolio, sicura che avrebbero avuto solo leffetto di irritare ulteriormente il suo padrone. Dopo qualche minuto lo schiocco dello scudiscio si interruppe, lasciando posto solo ai singhiozzi della ragazza ed al rumore di catene. Linquisitore aveva avuto la meglio sulla donna che ora veniva preparata per il supplizio Il freddo contatto del ferro sui suoi seni la distolsero per il momento dai pensieri sullaltra sventurata. Una mano calda le prese il seno sinistro, stringendolo senza alcuna grazia ed un morso si chiuse sul suo capezzolo strappandole un gemito. Lo stesso trattamento venne riservato allaltro seno. Linquisitore mise una mano dietro la sua nuca afferrando lo straccio che le copriva gli occhi e lo rimosse. Ciò che si presentò a Simona la sconvolse più di qualsiasi altra cosa avrebbe potuto subire quel giorno. La ragazza di fronte a lei, imbavagliata, con le braccia distese in alto, ed i capezzoli attaccati ai suoi da una corta catena e stretti nella morsa di due pinze, altri non era che sua sorella. Simona si tirò istintivamente indietro, tendendo la corta catena che le separava e strappandosi i capezzoli. Le due ragazze barcollarono, entrambe sconvolte da quella scoperta e dal dolore ai seni. Elena, più giovane della sorella di un paio di anni, evitava di incrociare lo sguardo di Simona, tenendo il viso rigato dalle lacrime nascosto dietro alla spalla. Dal canto suo Simona invece non riusciva a scollare lo sguardo dalla ragazza, sconvolta dalla situazione in cui si trovavano. Avrebbe voluto gridare, nascondersi, convincersi che si trattava di un incubo, dal quale si sarebbe presto risvegliata. Ecco da cosa cercava di fuggire Elena, lincontro con lei. Probabilmente quando è stata condotta nella camera sua sorella non aveva lo straccio sugli occhi come invece era stato imposto a lei. Mai avrebbe immaginato una situazione simile, mai si sarebbe piegata, costretta ad un gioco sessuale che lavrebbe messa in imbarazzo di fronte a conoscenti, tantomeno prossimi. Un accesso dira accese il viso di Simona, che andò a cercare con sguardo di sfida linquisitore, il quale, distante pochi passi dalla scena , osservava in piedi, in silenzio le due ragazze. Quando il torturatore tirò indietro la cappa, rivelando il viso, Simona potè osservare lo sguardo fiero e severo del maestro che la fissava. Simona capì che aveva osato troppo, ma non era disposta a rassegnarsi a quella situazione. Adesso vi racconto una storia iniziò linquisitore. Sono anni che ci conosciamo e mesi che entrambe, ignorando luna dellaltra, varcate la soglia di questa stanza. Ho pensato che vi avrebbe fatto piacere incontrarvi. Siete sempre state molto unite osservò avreste dovuto confidarvi un così grave segreto. Simona iniziò a divincolarsi, cercando di avvicinare a se le gambe, come per mettersi in piedi, riguadagnando una postura onorevole. Per tutta risposta lo scudiscio dellinquisitore si abbatté sulle sue natiche convincendo la ragazza dellinutilità di quel gesto. "Ricordati che ti trovi qui per essere sottoposta al nostro giudizio. Non affrettare la nostra decisione." La apostrofò Linquisitore depose due ceri alti poco più di una spanna a qualche centimetro dal pube delle due sorelle. La candela, una volta accesa, sarebbe arrivata allaltezza del pube delle due ragazze. Ben presto capirono il gioco del maestro. Meticolosamente linquisitore controllò i morsetti che stringevano i capezzoli delle due donne. I seni, in prossimità dei morsetti erano arrossati e gonfi. Come per prolungare lagonia, luomo tolse a Simona uno dei morsetti, per risistemarlo subito dopo in modo tale che non prendesse altro che la punta del capezzolo. Poi, soddisfatto, accese i ceri. Le due ragazze inorridite si ritrassero, tendendo allo spasimo la corta catena che allo stesso tempo le divideva e le univa. I seni si distesero e i capezzoli iniziarono a dolere mentre si allontanavano luna dallaltra. Più volte Simona fu così vicina che alcuni dei suoi peli presero fuoco e il calore così forte da farle emettere un urlo soffocato dal bavaglio. Nella convulsione quasi non sentiva più il dolore ai capezzoli, poi si ritraeva, sbilanciando la sorella e tirandola verso di sé. Anche Elena era più volte arrivata a contatto con la fiamma. Il suo pube, meno rasato rispetto a quello della sorella, portava di più i segni di quel conflitto. Come in un balletto le due ragazze si contorcevano, si ritraevano e urlavano sotto lo sguardo severo e inquisitore del loro maestro. Tutte le volte che una delle due ragazze si allontanava dalla candela, latra ne veniva avvicinata. La stanchezza e i crampi stavano avendo il sopravvento sulle due donne e il bavaglio impediva loro di respirare liberamente. Elena, già stremata dalla notte passata in catene, fu la prima a cedere e, dopo lennesimo strattone della sorella, si ritrovò con la vagina a contatto con la fiamma e quasi la spense. Linquisitore capì che erano ormai allo stremo. Il pube di Elena prese fuoco, addensando laria di un acre odore di peli bruciati, tale da coprire il profumo di incenso che permeava la stanza. La sventurata, di fronte a quella situazione, si divincolò così convulsamente da tirare sua sorella verso la stessa sorte. Linquisitore allontanò le candele, ormai trasbordanti di cera bollente dalle due donne e restò ad osservare la scena fino a quando entrambe non si calmarono. Ci volle qualche minuto prima che si riprendessero completamente. Stremate, rimanevano appese alle catene che le sostenevano dai polsi, abbandonando lappoggio sulle ginocchia che avevano sostenuto fino ad allora. La testa, reclinata in avanti fra le braccia, era nascosta dai lunghi capelli. Entrambe col viso che rivelava quanto fosse stata dura la prova. Le due sorelle non si fissavano più e Simona aveva abbandonato quellaria di sfida verso il maestro che, soddisfatto, si avvicinò a lei con una bacinella piena dacqua ed una setolosa spazzola ruvida. Senza liberare le due ragazze passò rudemente e senza mostrar alcun piacere la spazzola sullinguine e la vagina di entrambe, ripulendole grossolanamente dai residui di peli bruciati. Le setole della spazzola lasciavano i segni del loro passaggio sul pube delle due donne che si dimenavano ad ogni strigliata. La mano dellinquisitore tuttavia non andò a fondo come si sarebbero entrambe aspettate, non lacerò internamente le loro parti più intime, ma si limitò a pulirle esternamente. Non ci volle molto che il loro inguine divenne pulito, anche se arrossato dalla lunga punizione. Era il momento di scioglierle. Quando tolse la catena che univa i loro capezzoli, potè osservare il viso delle sorelle distendersi, contente di essere state liberate dai morsetti che le straziavano. I loro capezzoli, lungamente provati, erano arrossati e caldi. Poi le liberò i polsi dalle catene. Elena fu la prima ad essere staccata. Quando la catena venne allentata, ella cadde stremata su tavolaccio di fronte alla sorella. Senza curarsi di nulla, linquisitore liberò anche la seconda ragazza, che cadde a sua volta sulla sorella. Linquisitore le lasciò riposare per qualche minuto prima di riprendere il supplizio, mentre preparava il nuovo strumento che avrebbe violato la più giovane delle due sorelle. Il supplizio di giuda, detto anche culla di giuda, altro non era che una lunga piramide in acciaio alta quasi un metro e sostenuta da un cavalletto, anchesso in acciaio altrettanto lungo. Dal soffitto pendevano ganci, catene e legacci in cuoio, ai quali sarebbe stata assicurata la strega durante il supplizio. Questi erano governati da una catena che, attraversata una carrucola, finiva in un pesante argano a ruota dentata e dal timone in legno. A differenza di molti altri cunei, quello lì era particolarmente affusolato e stretto, così da permettere una maggior penetrazione dei genitali della sventurata. Il vertice della piramide sarebbe affondato nella vagina o nellano della sventurata per almeno dieci centimetri mantenendo dimensioni non più grossi di quelle di un pene, prima di allargarsi a dismisura. In questo modo la strega avrebbe goduto e sofferto allo stesso tempo della sua posizione. Elena venne trascinata a forza di fronte alla culla di giuda, ancora stremata dalla lunga prova. Si reggeva in piedi a fatica ed il maestro dovette farla sedere sul freddo pavimento di terra, mentre le fissava dei ceppi di cuoio alle caviglie ed ai polsi e un collare stretto intorno al collo. Poi, con due fibbie lunghe una quarantina di centimetri, anchesse di cuoio, fissò il collare ai ceppi alle caviglie in modo tale che la strega si trovasse le ginocchia allaltezza del petto. Ultimò i preparativi fissando la catena che pendeva dal soffitto ai polsi della sventurata e issandola sopra lattrezzo, con i genitali a qualche centimetro dal vertice del cuneo. Elena, appena si sentì sollevare dal suolo verso lattrezzo, iniziò a dimenarsi e a piagnucolare, rendendo più difficoltoso il sollevamento da parte dellargano. Nonostante tutti i suoi sforzi nel divincolarsi, linquisitore ci impiegò pochi attimi per metterla in posizione per il supplizio. Finiti i preparativi, il maestro prese Simona e la costrinse in ginocchio davanti alla sorella seduta. Aspettò che riprendesse lucidità dalla punizione appena subita e che capisse la nuova tortura che sua sorella avrebbe affrontato ed il suo ruolo in tutto questo. Simona capì in fretta. Linquisitore le indicò largano. "Prendi il timone e giralo in senso orario". La ragazza scosse la testa in segno di disapprovazione. Un colpo di scudiscio partì colpendola sul fondoschiena. Il dolore la scosse ed un fremito lungo la schiena le fece salire le lacrime agli occhi, ma Simona, irremovibile nella sua decisione, non afferrò il timone dellargano. Un secondo colpo la raggiunse e un terzo lo seguì, prima che Simona, con le lacrime che le rigavano il viso e le appannavano gli occhi, e il fondoschiena marchiato dal cuoio della frusta, afferrasse il timone e lentamente iniziasse a ruotarlo in senso orario. Gli occhi di Elena fissavano la scena. Era eccitata ma allo stesso tempo preoccupata per le sorti sue e della sorella. Se da un lato desiderava fortemente che Simona ubbidisse per non vederla soffrire sotto i colpi dello scudiscio, dallaltra sperava che la sorella resistesse il più a lungo possibile. Clac. Il rumore dei denti dellargano che venivano rilasciati riempiva la stanza. Clac. Un secondo Accidenti! La catena stava scendendo. Elena iniziò a mugolare, con lo sguardo terrorizzato, fisso sul vertice della piramide che si avvicinava lentamente verso i suoi genitali. Spaventata, cercò inutilmente di divincolarsi evitando la punta dellattrezzo, ma iniziò a ciondolare pericolosamente ed il maestro, infastidito da tutto quel dimenarsi, le afferrò i fianchi con le mani, fermandola e mantenendo la sua vagina proprio sulla verticale della piramide, che la infilzò. La sorella procedeva lentamente ma inesorabilmente ed altrettanto inesorabilmente linquisita sentiva il vertice della piramide sempre più a fondo nella vagina, che si allargava dolcemente alla penetrazione. Al momento non era doloroso, anzi era piacevole. Tuttavia linquisita sapeva che, ben presto, al piacere si sarebbe sostituito il dolore della divaricazione. Scosse la testa e si divincolò, nel vano tentativo di ribellarsi al supplizio al quale era costretta. Con lo sguardo terrorizzato andò a cercare prima linquisitore e poi la sorella, costretta sua malgrado a prendere parte attiva alla tortura, scoprendo uno sguardo di pacata ferocia nel primo e di rassegnata umiliazione nella ragazza. I primi movimenti sulla punta della piramide le strapparono mugolii di ribellione, mutati, col procedere del supplizio, in suppliche e vere proprie manifestazioni di dolore. "Fermati per qualche secondo tra uno scatto e laltro" disse linquisitore a Simona, "deve essere una punizione lenta". Simona proseguiva nella sua tortura. La catena strideva sotto il peso dellinquisita. Ogni volta che il timone dellargano si muoveva tra uno scatto e laltro, la ragazza vedeva un nuovo anello della catena aggiungersi a quelli che lo precedevano e abbassare la strega di un altro centimetro sul vertice della piramide. Ci volle qualche minuto prima che Elena avvertisse i primi dolori alla vagina. La ragazza sentiva il cuneo affondare in profondità nel suo sesso, ed ora anche le labbra della vagina iniziavano a dolerle. Non sapeva quanto la punta lavesse penetrata, ma guardava con terrore la base della piramide verso la quale si stava muovendo. Cercò di divincolarsi ma, bloccata in quella posizione, ogni movimento le causava ulteriore dolore ed eccitazione. Linquisitore le slegò le cinghie che le bloccavano le ginocchia al petto. La ragazza distese le gambe allungandole lungo lattrezzo. Cercò allora di rilassare i muscoli delle gambe, nel vano tentativo di rendere la penetrazione il meno doloroso possibile. Lo sguardo della sorella la fissava deplorevole. Ogni centimetro che la ragazza si abbassava sul vertice dello strumento, questa trasaliva e distendeva la schiena, gridando con la voce strozzata dal dolore. Il torturatore tolse il bavaglio alla sventurata, in modo che Simona potesse sentire i supplichevoli lamenti della sorella. Non sapeva però per quanto a lungo ancora la sua vagina avrebbe retto alla dilatazione. Simona continuava nel supplizio piangendo silenziosamente e senza fissare la strega. Sapeva che se si fosse voltata a supplicare il maestro, avrebbe preso il posto della sorella sul cuneo. E probabilmente era proprio ciò che il maestro stava cercando di ottenere, studiando le sue reazioni ad ogni nuovo mugolio della strega. Ancora qualche centimetro e la catena che sorreggeva la strega si sarebbe afflosciata, lasciando la ragazza a peso morto, completamente appoggiata col sesso sul vertice della piramide. La sventurata afferrava le catene e cercava di issarsi sopra lattrezzo, alleviando il dolore. Resisteva per qualche secondo in trazione, poi cedeva, stremata dalla lunga notte e dalle torture già subite, ricadendo pesantemente sul cuneo. "Può bastare" per la prima volta Simona provò sollievo per un ordine dellinquisitore. Sua sorella sudava, immobile impalata sul cuneo. Umori le colavano dalle labbra della vagina, straordinariamente dilatata, bagnando lattrezzo che la stava sventrando. Respirava affannosamente nonostante non avesse più il bavaglio sulla bocca, alternando gemiti di piacere a lamenti di dolore mentre, istintivamente contraeva i muscoli del pube e delle gambe come a voler espellere loggetto. La catena che la reggeva era ancora tesa. Il nucleo avrebbe potuto affondare ancora nelle teneri carni della sventurata. Linquisitore tirò Simona per i capelli, costringendola in piedi ad osservare la sorella. "Lasciamola lì per un po mentre ci occupiamo di te" Senza manifestare alcuna emozione, linquisitore la trascinò fino ad una gogna di legno. Allattrezzo era stata aggiunta poco sotto gli incavi che ospitavano le braccia e la testa, una sporgenza in legno lunga una decina di centimetri. Sulla superficie le punte di numerosi chiodi rilucevano alla luce tenue delle candele. Di fronte alla gogna, la sorella, ancora impalata, sembrava essere riuscita a controllarsi e ad adattarsi ad una situazione che, per quanto dolorosa fosse, le permetteva di resistere senza troppe difficoltà alla dilatazione. "Assumi la posizione". La strega osservò con timore la superficie chiodata ed esitò. Avrebbe potuto allungarsi, ma i suoi seni sarebbero stati a contatto con i chiodi ed i suoi glutei, esposti alla mercee del suo torturatore. Si aspettava linevitabile fustigata dallinquisitore che non arrivò. Linquisitore si avvicinò invece alla sorella e, con studiata lentezza, rilasciò completamente il freno che mordeva la ruota dentata dellargano, allentando la catena. Con un grido di dolore la ragazza cadde a peso morto sul cuneo, dimenandosi convulsamente per qualche secondo, prima che linquisitore la risollevasse di qualche centimetro e rimettesse in tensione la catena che la sorreggeva. Simona rimase a fissare lo sguardo spaventato ed implorante della sorella che si contorceva e gridava di dolore, mentre lattrezzo le allargava ulteriormente la vagina. Decise di obbedire e si allungò, alleviando il dolore alla sorella che riprese a singhiozzare e a respirare affannosamente. Mentre si abbassava assumendo la posizione impostale, potè vedere lo sguardo dellinquisitore soddisfatto sotto il cappuccio. Si abbassò cautamente, cercando di alleviare il dolore ai seni al loro primo contatto con i chiodi e mettendo le braccia ed il collo negli incavi dellattrezzo, ora pronto ad essere serrato. Linquisitore si fermò per un momento a fissare le due sventurate, osservando lagonizzante attesa di Simona, alla gogna e le rassegnate suppliche della più giovane, ancora impalata sul cuneo, poi, dopo aver serrato la gogna, raccolse i lunghi capelli della torturata e, li legò alla gogna, costringendo Simona a mantenere lo sguardo avanti a lei, fisso sulla sorella agonizzante, prese un corto frustino, si mise in piedi di fonte alle natiche esposte di Simona e le assestò un colpo secco. La frusta graffiò la carne. La ragazza trasalì urlando di dolore e stringendo istintivamente le gambe. Il calore le pervase il corpo, salendo dalle natiche e dai seni, straziati dai chiodi in seguito al divincolarsi dal colpo ricevuto. "Non ti muovere". Partì un secondo colpo più violento del primo. La ragazza urlò, il calore alle natiche cresceva sempre di più dopo il dolore della frustata. Cercò di scostarsi, graffiandosi nuovamente i seni e stringendo le chiappe. Linquisitore si fermò ad osservare lo strano balletto. Simona, regolarmente, temendo larrivo di un nuovo colpo di scudiscio, stringeva ritmicamente le natiche. Linquisitore prese allora un piccolo bastoncino di legno, piuttosto lungo, ma dal diametro di un paio di centimetri, alla cui estremità erano stati piantati numerosi chiodini. Il maestro inserì con facilità il bastoncino allinterno dellano della ragazza, spingendolo fino a quando lestremità coi chiodi arrivò quasi contatto con lano. Simona dovette rilassare le natiche per evitare che le punte le ferissero la carne. Poi il torturatore riprese. Un nuovo colpo di scudiscio raggiunse la ragazza che, stringendo le natiche, affondò la carne premendola sui chiodi, ferendosi. Senza alcuna pietà, linquisitore prese a colpire la ragazza con frustate non particolarmente violente ma lentamente cadenzate, con lo scopo di far sì che fosse la ragazza a procurarsi da sola il maggior dolore. I seni e le natiche erano ormai arrossate e segnate e la donna mugolava senza alcun ritegno. Lano portava i segni dei chiodi, la punta di alcuni dei quali erano ormai entrate nella carne, facendola sanguinare. Dopo ogni serie di colpi luomo si fermava e controllava che la strega non espellesse il bastoncino dallano, lo risistemava e riprendeva a fustigarla con rinnovato vigore. Quando linquisitore si fermò, Simona era stremata e confusa. Il calore le saliva dalle natiche segnate dalle frustate, dallano e dai seni feriti e graffiati dai chiodi. Il torturatore liberò entrambe le ragazze e le fece distendere sul tavolaccio in attesa che si riprendessero, poi, preso un rotolo di pergamena, vergato a mano, lo fece firmare dalle due ragazze e le riportò nella cella, dove le attendeva un piccola bacinella piena di acqua fredda ed i loro vestiti. Le ragazze non si parlarono mentre si lavavano con lacqua fredda della bacinella e si rivestivano, cercando di nascondersi reciprocamente la vergogna che provavano luna verso laltra. Tornata a casa Simona si cambiò, indossando una vestaglia semitrasparente e composto un numero di telefono, si rivolse umilmente allinquisitore, ringraziandolo. Sono sempre graditi commenti allindirizzo: mercyinquisitor@yahoo.it
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