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C’era una volta
un master, seduto sul sofà, diceva alla sua schiava, raccontami
una storia.
La storia incominciò… C’era una volta un master, descritto in un racconto che percorreva
passi in volta di cronologia, in un percorso di una prima volta…Quel
racconto, inviato ad un concorso, non selezionato perché non
conteneva catene e sangue, fu poi assurto agli onori della cronaca
scritta su carta da una scelta successiva…Parlava di una donna,
che sceglieva, come si fa con un mappamondo per una località
remota, quando si ha voglia di girare il mondo, il suo punto di inizio
avventura, in veste di persona. Parlava di emozioni descritte in movimenti
e gesti, e di una scena chiusa in una camera di motel. Parlava di
un uomo vestito di panni non portati bene, della sua incapacità
di usarli, di un controllo mal gestito e inesistente, della sua trasgressione
alla vita in convenzioni sociali, vista in comode menzogne ad una
moglie ed un figlio, di cui lei, la donna, sapeva bene, nonostante
le sue convinzioni e regole intime e personali. Parlava di un ruolo
relegato in un fotogramma da film a luci rosse, di vergognose soste
senza scendere dalla macchina se non per chiudere una porta di una
camera, di bende e mollette e corde, visioni infantili e azzardate
dell’autrice, protagonista, dello scritto. C’era una volta un master, seduto sul sofà. Diceva alla
sua schiava, raccontami una storia. C’è oggi la stessa donna, legata ad un invisibile e
forte laccio, corto corto, da levarle il fiato. La città è
la stessa…Roma. I suoi passi , gli aerei , gli aeroporti…
Il master, l’uomo che sta seduto, la possiede. Ha la forza quasi
inconsapevole di tenerla lì. Quando lei ha cercato di scostarsi
il nodo alla gola si è fatto stretto, il respiro impossibile.
Una volta o tante e tutte , lei ha percorso gli stessi scalini sugli
stessi aerei, in mezzo il tempo ha descritto archi molto diversi.
Ma lei è qui, legata a lui, rabbiosa e furente per quello stato,
quello che lei tanto ha cercato. Lui, ha strumenti elaboratissimi,
lei striscia per il perdono di un suo gesto, facendolo ancora con
presunzione e sguardi iracondi. Lui fa un gesto e lei corre dentro
a porgersi per poterlo servire, per accorgersi che lo fa in modo sbagliato,
che esige un rispetto che non da, che esige…Lui sa fulminarla
con occhi cattivi, sa renderla docile e inutile, sa divertirsi di
lei. Sa farla sentire inesistente, una, qualunque, a cui si regala
un attimo di illusione, senza garantire un secondo respiro. Lui con
le mollette ci stende il bucato, con le corde il filo per i panni
bagnati, con il suo gelo e indifferenza, le notti a latitudini estreme.
Lui la tiene seduta in terra mentre dorme, lui la costringe ad abbassarsi
sul suo ventre, lui regola i ritmi e gli umori, lui si prende gioco
di lei. Lui la usa, meglio e più di chiunque altro, come mai
nessuno più saprà fare, e lei sta lì, pregando
che non finisca mai, che questa strana forma di amore e odio per lei
per lui per se stessa, la faccia uscire da quel pozzo nero che conosce.
Lui sa che se si alza per un piccolo qualunque gesto, lei lo seguirà,
lui sa che lei lo cerca ogni volta e per ogni volta come se mai fosse
esistito prima e mai esistesse più dopo. Lui non concepisce
vita, ne continuità e le nega il respiro, se non quel poco
che passa per il nodo. Se decide di giocare, lui usa corde e strumenti
che diventano infuocati uncini nella carne, e da vita ad immagini
di guerra. C’era una volta un Re, seduto sul sofà, diceva alla
sua nonna, raccontami una storia. Questa è la storia di una donna che desidera regalare ogni
luce e ombra, ogni tormento ed estasi, ogni energia a chi forse non
l’amerà mai come lei vorrebbe chiedere, che non le permette
di chiedere, che vuole per sé. Che le alza la gonna e le scosta
le gambe, senza garbo, che insinua le mani e ci fa ciò che
vuole, e se il telefono suona , si occupa del suo quotidiano continuando
con grande indifferenza. Che con noncuranza le regala attimi del suo
piacere di maschio, per poi darle modo di lavare con la lingua le
preziose e abbondanti mescite. Lui stabilisce il prezzo di ogni volta
del suo corpo da puttana, che porta con se in grandi alberghi, vestita
come si conviene, esibita come sua, per il tempo di una firma, per
il tempo di una stanza, per il tempo che lui decide, per tutto il
tempo che lei concepisce come vita, nell’anima di lei. Lui la
possiede, possiede tutto di lei, per poco, per molto, per quel che
ritiene. Lui calpesta ogni gesto del suo passato trionfante nel suo
incedere. “Nulla di conosciuto” era il titolo di quel racconto che scrissi anni fa. Vorrei fare la mia personale danza di guerra e attacco e devastazione e cancellazione di quel vissuto e di quella persona, e di ogni cosa abbia preceduto questo momento in cui io celebro LUI E dal mio rogo, con occhi furenti, e rivolgendomi direttamente ai
Suoi occhi, voglio che sappia quanto possiede di me, quanto ogni suo
passo e presenza studiata o istintiva, superi, annulli, cancelli ogni
altro. Lo renda impossibile. |
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