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" ... Non so neanch'io d'onde provenga questo male
se sia il vento a soffiare nella vuota e deserta campagna o l'alcool scompigli i cervelli come un boschetto in settembre..." Da 'L'uomo nero' di V.Maiakowski. |
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Anna, l'avevo conosciuta in una delle tante Chat, per una affinità che non saprei definire le nostre personalità subito si fiutarono, dalle nostre frasi, prima superficiali, convenievoli, sempre più si sviluppavano i nostri pensieri, tiravamo fuori e dichiaravamo le nostre emozioni l'uno all'altro, la nostra spontanea affettuosità risplendeva impudica come se gli altri fossero spettatori, tra i vari ciao, buongiorno buonasera e cazzatelle, l'intesa fino allo scherzo, al complimento, alle confessioni, quasi alla libido, in quella Chat le nostre anime quasi si rincorrevano come in un gioco danzando, le ore passavano sfuggenti e liete. Fin dal primo momento ci domandavamo chissà chi è l'altro, come sarà, che farà nella vita, nei nostri pensieri c'era già la curiosità di un incontro che pure temevamo, chissà quanti brufoli avrà visto da vicino, la paura che la nostra esteriorità, il nostro quotidiano si frapponesse alle nostre anime che già si erano incontrate in quel luogo virtuale, paura di intaccare quella magica armonia. Com'è buffo, già in fondo ci amavamo, i nostri corpi avrebbero potuto avere l'aspetto di cubi, cerchi o figure geometriche non avrebbe importato, eppure volevamo correre la scommessa di incontrare i nostri sguardi, le nostre sembianze imperfette, soli contenitori dei nostri sensi. Io non mi piacevo molto, ero semicalvo e tenevo i capelli quasi rapati, almeno mi davano un senso di decenza, nella foto venivo da schifo, ma i miei occhi, nel retrovisore della macchina, li trovavo a volte bellisimi, profondi in quella semiombra, il loro riflesso nel vetro era spesso a quello del paesaggio che cambava, come in un film, lì vedevo la mia anima, le mie passioni e mi dicevo chissà se un giorno, qualcuna potesse vedermi dai miei occhi, così come ora mi vedo io. Anna era diversa da come la immaginavo, un musino un po triste da fatina, esprimeva grazia e dolcezza, mi fissavo a guardarlo, lì dentro c'era Anna, sentivo come in Chat la sua anima, e quei canoni estetici di per sé carenti, assumevano la magia della sua interiorità, e non scorderò mai l'espressione del suo volto, di cui mi innamorai. Com'è strano, da dietro la tastiera la bramavo, intagliando nella mente una figura indefinita e fantastica, ora era davanti a me e non riuscivo a dire una parola, il contegno tratteneva quelle carezze e le mani che tanto avevo sognato di protendere verso di lei, ciò mi spiaceva, sentivo come sconfitta la mia anima imbrigliata dalla cautela del lecito. Un abbraccio improvviso, la sue lingua nella mia bocca poi nell'orecchio, brividi di piacere, togliendosi le mutandine un sorriso bellissimo e malizioso, si sedette divaricandomi le coscie davanti; la sua fica era bellissima, lunga e carnosa, eccitata, ma forse per la prima volta non mi appariva morbosa o sozza come nelle mie porno-masturbazioni a cui ero ahimè avezzo, era come candida, da baciare, da accarezzare, con la lingua avvertivo il suo piacere, finalmente non masturbatorio, solitario, ma di un'altra persona, una donna che godeva per me, che facevo godere. Seguire il suo piacere col mio nella passione dei sensi che travolgeva, ero inginoccchiato come in preghiera su quella vagina bellissima, in quella purezza di carne, morbida, con passione l'avrei leccata fino a crepare, l'uccello non era duro come quando davanti a certe sozzerie in video a cui ero abituato, ciò mi dava angoscia e al contempo mi sentivo felice, lieto. Da quella sera capii di amarla profondamente. Col tempo i nostri incontri divennero numerosi, non facevamo altro che aspettare quel giorno, il nostro incontro, il nostro amore, tutto il resto, il lavoro, lo studio, i doveri, era attesa,. Anche il cazzo cominciava a rispondere, registrai bei film sopra quei quattro porno che conservavo, domandandomi come avevo fatto per tanto tempo, mi sentivo un'altro, rinnovato. Quella notte la scopavo ancora, ma da un mese ormai pur dando tutto me stesso, il suo piacere andava calando, mi interruppi fermo sopra di lei, il suo viso quasi non godeva, estrassi stancamente il cazzo da lei e mi rigirai al suo fianco. Guardavo il soffitto, non sapevo che pensare, se avessi fumato quello sarebbe stato il classico momento per una sigaretta riflessiva, sapevamo di funzionare ma era come se mancasse qualcosa. "Inventiamo un gioco", mi guardò, sorrise e mi montò a sedere in faccia, "Comincia a leccarmi il culetto, e poi la fichetta", non l'avevo leccata molto finora, andavo quasi subito al pezzo forte o almeno tale lo credevo, ma non voleva le solite leccatine lente e timide da convenievoli. "Non così! Più forte, con passione, con la lingua devi aggredirla la fica, come un cane che ritrova la padroncina, devi scatenare un fremito", poi la teneva aperta mentre la laccavo, la sentivo sempre più umida, ce la mettevo tutta, ero quasi scomposto e sentivo anche l'odore della mia saliva mista al suo umore, intuivo il suo piacere e quasi spontaneamente la mia lingua guizzava, sforzava, cercava in quei antri, e quasi capiva insieme ai suoi gemiti, insieme ai suoi cenni i punti sensibili, si smuoveva sul clitoride cambiando modi come in un gioco, stuzzicandolo intorno, succhiandolo, svisandolo veloce con la punta della lingua, sentivo i brividi del suo piacere e ancor di più lo seguivo, sentivo la stanchezza ma non mi sarei mai fermato fino a quando lei si poggiò con la fica sulla mia bocca, togliendomi il fiato, venendo. Forse solo nelle prime scopate lei aveva goduto altrettanto, quella variazione diventò sempre più importante nel nostro rapporto, ma sapevamo che la ripetitività avrebbe consumato anche quella. Ci incontravamo nei fine settimana, quella volta durante i diversi chilometri per il ritorno pensavo a come inventare qualcosa di nuovo, il sesso era sempre al centro di quel breve tempo degli appuntamenti e avvertivo la stenchezza dell'abitudine, forse dovevamo parlare di più, come una volta, in fondo mancava la relazione più che il contatto. Un'autostoppista, giovane, alta, quelle elucubrazioni mi stancavano e per distrarmi la caricai, cominciò subito a parlare, era in rotta col ragazzo, soliti luoghi comuni sugli uomini. Mi fermai per pisciare, le dissi che tornavo subito, una strana luce nei suoi occhi, di nascosto e mi sorprese prendendomi il cazzo, tratteneva la minzione stringendomelo, si inturgidiva, le piaceva, lo rilasciò all'improvviso e sforzai un grosso ultimo getto, la sua eccitazione era quasi famelica, si gettò sul mio cazzo indurito , leccò la punta, ancora umida di urina, mi faceva rabbrividire dal piacere, se lo mise in bocca. Come dallo svegliarsi da un freddo gavettone sentii lo spiacevole brivido alla spina dorsale quando il telefonino squillò, la scansai cercando di prendere fiato e risposi, era Anna, avvertiva il mio affanno e la mia apprensione, vedendo il mio cazzo si piegava afflosciandosi la ragazza ci si gettò succhiandolo e menandolo con le mani, non riuscii a trattenermi, Anna riattaccò all'improvviso. Non avevo il coraggio di richiamarla, dovevo organizzare i pensieri, non sapevo che dire, come spiegare, appena a casa le ritelefonai, non rispondeva, le inviai delle E-Mail, dapprima scherzose e sdrammatizzanti, ma il tempo passava e non rispondeva, i toni si fecero più seri e articolati, mi richiamavo a tutta l'autenticità dei momenti vissuti insieme, cercavo di rappresentare il mio dolore, il mio autentico interesse per lei, ma man mano che scrivevo mi rendevo conto che tanto più cercavo di andare a fondo e tanto più ero riprovevole se visto come quell'ipocrita macchiavellico che lei si raffigurava, le parole non servivano, il suo intendimento era rovesciato, il più bel poema appariva una ignobile farsa, mi resi conto di come i sentimenti siano incommensurabili alla logica, e quanto questa è impotente davanti alla diffidenza. Ancora una Mail, cercai di dimostrare tutta la mia apprrnsione, e dicendo che l'avrei chiamata al telefono domani sera. Rispose la segreteria, amareggiato stetti in silenzio qualche istante e riattaccai. È come quando avverti qualcosa e non sai perchè, ma non hai dubbi, l'avevo persa, per sempre, l'amarezza mi spinse a scrivere l'ultima Mail, come in una eutansia: "Addio...Addio Anna". Dopo non l'avrei più vista, era la dichiarazione di un annullamento reciproco, un piccola morte, ma poteva la mia volontà sorreggere questo dovere impostomi? Eppure non c'era dubbio, mi aveva negato la parola neanche ai peggiori criminali, tutti hanno diritto a spiegarsi, a supplicare, a pentirsi, e forse ad essere perdonati, nessuno sopravviverebbe a questo mondo; non era tanto crudeltà ma ben più gravemente indifferenza, mi aveva cancellato come un File, quando si sa di non esistere più nel cuore di una persona che si ama, per cui si ha un autentico profondo affetto, è un po come morire, e così mi sentivo, dovevo rassegnarmi. Il mio Bourbon e il mio Bach, quelle dolci fughe suonate al pianoforte accompagnavano i miei pensieri che vagavano tra i flutti mesti delle passioni e ricordi agitati della sbronza. Fuori il campanile suonava ormai tre rintocchi, Bach aveva suonato tutto il secondo clavicambalo ben temperato, alzai il mio viso dal tavolo sentendo il torpore del mio naso schiacciato, il Bourbon era lì nel suo bicchiere, marrone brillante, "Vuoi venire con me? Vuoi seguirmi ancora in quest'atmosfera nebbiosa?". Colmai il bicchiere, e cominciai a bere, e ancora, lo stomaco si inaspriva. Mi portai alla finestra, fuori la notte, lei lì dentro da qualche parte, ormai lontana, persa. Ancora altro Bourbon che deglutii con un brivido. Poi all'improviso, dietro me la porta si aprì, barcollando mi lasciai cadere ai sui piedi, stringendoli e baciandoli "Perdonami Anna perdonami, io ti amo, ti amo". Alzai lo sguardo, un' aria altera, un trucco scuro, sensuale e terribile, ancor più slanciata su degli alti stivaletti, con allacciatura intricata che per la sbronza non distinguevo bene, tutto ciò le dava un'eleganza insolita, un'aspetto crudele e affascinante, le sue cosce bellissime di fronte a me, e tra queste contemplavo la sua fica, la rivedevo, ancora. "Sei pronto?" disse, non capivo, poi sforzando il mio cervello dal disastro che ci avevo messo dentro mi ricordai o forse immaginai qualcosa, qualche giorno fa lei mi strinse i capezzoli facendomi molto male, chiedendomi se mi piaceva ma il dolore mi faceva solo male, mi disse che gli sarebbe piaciuto farmi soffrire, vedermi soffrire per lei, vedermi umiliato, strisciare ai suoi piedi. "Sono pronto", estrasse un frustino equestre, un cono allungato robusto, flessibile, accumula elasticamente tutto lo slancio e lo concentra nella zona ristretta dell'impatto, ne vidi uno una volta e nel colpirmi il palmo della mano sebbene con forza moderata il colpo diede torpore. Avevo paura, ma ero quasi bramoso di espiare, di trasformare il dolore da quel vuoto anonimo e senza speranza che mi distruggeva, ad una forma viva, attiva, per lei, per il suo piacere, non solo una prova d'amore o un obolo da sacrificio, ma in quel dolore c'era il mio stesso amore, la mia stessa passione, lei lo raccoglieva, nel suo piacere, non sarebbe stato invano, avrei acconsentito che lei mi facesse soffrire, sotto i suoi occhi compiaciuti senza una corda che mi legasse, solo io e lei. "Si Anna si, sono pronto, sono sempre pronto per amarti, a versare me stesso per il tuo piacere, fino a crepare, a crollare come una povera bestia stremata ma fiero di poterlo fare, per te mia Anna, per te mia adorata, si non chiedo altro... non ti fermare, non avere scrupoli, lasciati andare al tuo piacere, anch'io mi lascerò andare nella sofferenza, e le nostre anime si accompagneranno, come sempre, come da quando ci siamo incontrati, in quella Chat. Mi frusterai sulla schiena, le conterò, fino a che nella mia voce si udrà il fremito del pianto e il dolore della vergogna, tu andrai oltre, schiaccierai la mia sopportazione, ricatterai torturando la mia volontà ostinata che mi dice "Non cedere, non cedere, sii forte, non essere vile, non tradire, non negarti, acconsenti a tutto questo, o la perderai, o darai misura a quello che per lei puoi dare, e allora non saresti fedele a te stesso, alla tua passione che è per lei, senza misura" . Avrò i nervi distrutti, sarò tremante e fragile, bisognoso di sfogo o di carezze mi metterai invece a quattrozampe, cavalcandomi, domando il mio corpo e la mia anima piangente e inquieta, schiacciando col tuo peso i miei singhiozzi, coprendo con la tua comoda opulenza il risentimento per il dolore che ancora gonfia il mio petto, come un puledro che per la prima volta capisce di aver perso la libertà, ed ormai la sua rabbia è sottomessa al gioco e gli soffoca dentro, io a te così mi sottometterò, così mi lascerò piegare, così mi lascerò soffrire. Si Anna fallo, sono tuo Anna, ti seguirò comunque per ogni via, questa è la verità, ed è lieto ti giuro anche il solo dimostrartelo, e il vederti accettarlo, il vederti godere, Questo dolore che mi strema, che mi umilia è la via per il tuo cuore, la vivo con passione, come gioia viva anche tra le lacrime, la gioia di appertenerti Anna, di avere in te un posto mio, nell'anima tua; anche tu capirai la mia verità, i sotterfugi e le diffidenze svaniranno, semplicemente soffrirò dandoti tutto me stesso, annullanomi in te, per te, e non ci sarà più dubbio, tu capirai....". Riapro gli occhi, i primi bagliori dell'alba cancellano la notte. Sono solo, con me non c'è nessuno, sullo schermo una lettera da inviare, come premere un grilletto "Addio Anna..Addio". Ciccio |
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