Delamort
di Bluevelvet

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Mi ero offerto con un’inserzione sulla gabbia come schiavo e ricevetti varie proposte di padroni più o meno interessanti. Una in particolar modo mi colpì giacché insolita e stuzzicante. Mi rispondeva che mi aspettata due sere dopo (venerdì) in un bar della periferia e mi diceva di tenermi libero per tutto il fine settimana in quanto sarei stato messo alla prova per 48 ore, dopodiché avrebbe deciso se prendermi al suo servizio o meno. Il tono era perentorio, asciutto ma nello stesso tempo invitante. Fui molto indeciso se presentarmi o no giacché non avevo dettagli e non sapevo cosa avesse in mente il mio possibile padrone. Non avevo fissato bene le regole e quindi ero indeciso.

Alla fine la curiosità ebbe il sopravvento su di me ed andai. Era una serata tiepida d’inizio giugno ed il tempo invitava a star fuori ma il mio "anfitrione" mi aveva detto che mi avrebbe ricevuto in fondo al bar, in una saletta appartata e dedicata. Ero puntualissimo ed entrando, chiesi al barista se ci fosse già qualcuno nella saletta dato che ero atteso. Mi fece cenno di si, indicandomi la direzione. Spostai la tenda che chiudeva il salotto e mi ritrovai davanti ad una persona dall’apparente età di 35/38 anni, asciutto e giovanile, con muscoli guizzanti sotto la camicia leggermente aperta sul petto che era, a quanto mi sembrò, glabro. Mi invitò cortesemente ma seccamente ad entrare. Mi chiese se gradivo da bere; dissi di sì, che mi sarebbe andata bene una coca; fece un cenno al cameriere che portò immediatamente una coca per me ed un long drink per il mio ospite. Scambiandoci qualche convenevole sul tempo, bevemmo, dopodiché mi fece cenno di alzarmi e di seguirlo. Vidi aprirsi sul fondo del salotto una fessura che era ben dissimulata da un’altra tenda. Entrammo e dovetti scendere alcuni gradini che mi portarono in un corridoio lungo una decina di metri. In fondo a questo corridoio si aprì un’altra porta ben dissimulata. Vidi così quello che sembrava un appartamento molto ben arredato; nel salotto vi era un camino, delle poltrone, tappeti ed altro. Mi invitò a sedermi su una sedia alta e con lo schienale fatto di ferro. Iniziò a farmi domande con un tono secco che non lasciava adito ad indugi e che non mi permetteva, neanche se lo avessi voluto, di dire bugie.

<Quanti anni hai ? >, mi chiese

Trentadue, risposi

<Quali sono i tuoi limiti?>

Niente fetish né altre cose sporche. Niente segni permanenti. Tutto il resto lo accetto se pur con gradualità. Voglio però l’assicurazione che la persona che sarà il mio padrone sia perfettamente sana, non voglio rischiare malattie in quanto sono sposato e con figli.

<E per il tempo a tua disposizione?>

Qualche sera e qualche fine settimana, ma con un preavviso, sa, debbo regolarmi sempre per via della famiglia e del lavoro. Ma vorrei sapere qualcosa anch’io.

<No, questo è assolutamente escluso. Le uniche cose che devi sapere sono le conferme positive alle tue richieste e basta.> <Accetti o non accetti?>

Voglio almeno sapere, e questa è la conditio sine qua non, chi sarà il mio master, almeno quello principale.

<Io sarò il tuo master ed hai fatto bene ad aggiungere quello principale, perché ti potrò anche dare in mano ad altri, sempre rispettando le tue richieste, per brevi periodi>

Ci pensai per un lungo minuto e poi decisi di accettare. OK accetto ma con un periodo di prova, almeno da parte mia, di sei mesi, dopo di ché il periodo sarà rivedibile di anno in anno. Va bene per te?

<OK per me va bene, ma d’ora in poi mi darai del Lei e mi chiamerai padrone>

Va bene padrone. Ai tuoi ordini. Ricevetti immediatamente un ceffone in quanto avevo detto tuoi e non Suoi ordini. Era subito chiara la situazione in cui mi ero posto.

Mi ordinò di andare nella stanza accanto, di spogliarmi e di mettermi la vestaglia che avrei trovato su uno sgabello. Quando rientrai nella stanza volle che mi inginocchiassi ai suoi piedi e che gli baciassi le mani in segno di rispetto, poi i piedi; sia le mani che i piedi erano curatissimi e questo mi confortò moltissimo. Mi sollevò prendendomi per i capelli e mi slacciò la cintura della vestaglia facendo scivolare la stessa ai miei piedi. Iniziò ad ispezionarmi minuziosamente. Mi fece aprire la bocca per vedere la dentatura, alzare le braccia, inchinare per vedere se mi muovevo bene; poi, sempre mentre ero inchinato, ispezionò, dopo aver infilato dei guanti da dottore, il mio sedere. Controllò per bene sia la pulizia che la profondità e la larghezza dello stesso esclamando: <Vedo che sei vergine, molto bene, ma non lo resterai per molto>

Entrarono, ad uno sbatter di mani del padrone, due persone anziane, sui 75 anni giudicai, che mi portarono in bagno e mi lavarono da capo a piedi. Ero molto sorpreso e non capii come mai si servisse di persone così avanti con l’età. Capendo il mio stupore volle accontentarmi, seppur non mi dovesse alcuna spiegazione; sono due schiavi che hanno voluto restare con me dopo essere stati al servizio di mio padre. Avevano mani vellutate e si indugiavano soprattutto sul mio sesso e sul mio sedere. Mi lavavano e mi rilavavano e si vedeva che ciò dava loro piacere, ma io restavo sempre con quella domanda, anche se aveva avuto una risposta logica. Perché due persone così anziane erano ancora al suo servizio? Che non ci si potesse disimpegnare da quel padrone? E perché? Avrei avuto più tardi questa risposta e, purtroppo lo compresi molto bene a mie spese.

Quando ebbero finito, mi asciugarono, si inchinarono di fronte al padrone chiedendo <qualche altro ordine, Padrone?> ed alla risposta negativa si ritirarono curvati su se stessi, indietreggiando senza dare di spalle al padrone che, sbattendo ancora le mani fece entrare altri due schiavi, questi molto giovani sui venti anni che mi presero per le braccia e mi portarono in uno stanzino. Mi legarono a delle manette di cuoio che erano fisse alla parete; mani e gambe.

<Ora che sei una mia proprietà, ti marchierò come si addice ad una cosa di DelaMort >

DelaMort , avevo udito bene?! Era dunque un capo di una setta famosissima per la sua malvagità, un capo, un padrone famoso ed implacabile al quale avevo affidato il mio corpo! Cazzo ! Ero fottuto !

Su un tavolino vi era un piccolo attrezzo che era infilato in un braciere. Era un marchio. Il padrone lo afferrò e me lo mostrò bene bene sotto gli occhi: anche a distanza sentivo il calore che emanava. Era una M stilizzata con una croce sul fianco sinistro ed un pugnale sul fianco destro. Si divertì a farmelo sentire vicino alla pelle in varie parti del corpo e poi mi disse di stringere il cuoio che mi mise in bocca, dato che avrei sentito un dolore lancillante.

Mi impresse il marchio su una coscia all’altezza inguinale. Fu tremendo, sentivo la mia carne bruciare e puzzare! Durò solo due secondi ma sembravano venti, ventimila!

Ora ero di proprietà di DelaMort e, altro che sei mesi di prova, non potevo più staccarmene per tutta la vita!. Fui lasciato lì ancora per un’ora circa; mi avevano messo un unguento sulla parte marchiata per fissare il marchio più che per lenire il mio dolore. Quando mi sciolsero mi accompagnarono di nuovo alla presenza del Padrone. Mi ordinò di mettermi a quattro zampe. Fece entrare un altro schiavo al quale fu ordinata la stessa cosa. Era più giovane di me ed era uno dei due che mi avevano immobilizzato. Il padrone ricevette un ospite. Una persona anziana che si sedette su di me mentre Lui si sedette sull’altro schiavo. Parlavano proprio del mio destino e discutevano circa le prove di asservimento più adatte per me nelle ventiquattrore. La persona seduta su di me suggeriva che, dopo avermi fatto fare una prova di lotta con un altro schiavo, venissi legato e sottoposto al tiraggio con pesi per vedere la mia resistenza: poi avrei dovuto essere il letto di qualcun altro, naturalmente legato come un salame, e poi sottoposto ad una prova con l’elettricità. Cazzo, erano cose orribili e le stavano discutendo proprio con me presente, per fami venire ancor più fifa di quella che già avevo. Sembrava che il mio padrone avesse una fiducia cieca in quell’ospite e assentì quasi senza discutere. E così fu. Mi spalmarono con una crema che mi lucidò il corpo e lo rese un po’ scivoloso, poi altrettanto fu fatto con l’altro schiavo (aveva 22 anni seppi poi) e ci fu ordinato di combattere, non senza prima aver chiamato tutti gli schiavi per assistere. Erano una decina, quattro uomini di cui i due anziani ed altri due giovani oltre il mio rivale e quattro bellissime ragazze tutte intorno ai 18/20 anni. Il padrone dette ordine di iniziare e già dopo un secondo ero a terra con il peso di Omar, si chiamava così lo schiavo mio rivale, sopra di me che mi afferrava per i polsi e mi immobilizzava. Dopo un primo momento di stupore, paura e incapacità di reagire, richiamai in me tutti i sentimenti e piazzai una ginocchiata al basso ventre di Omar costringendolo ad alzarsi da me e toccarsi i testicoli per la botta. Ne approfittai per immobilizzarlo (era lui sorpreso ora) bloccandogli un braccio dietro la schiena ed afferrando a mia volta i suoi testicoli con l’altra mano. Era stata una lotta velocissima e fin troppo facile, pensai. Che nascondesse qualcosa? No, sembrava, proprio che Omar non se l’aspettasse questa mia reazione e neanche il mio nuovo Padrone. Infatti questi ne fu sorpreso ed amareggiato. Ordinò agli altri schiavi di legare a testa in giù Omar in quanto aveva combattuto male. Dopo averlo legato tutti gli altri si accanirono su di lui dandogli calci, pugni, fustigate. Fu spalmato del sale sulle strisce delle fustigate provocandogli ancor più dolore. Fu lasciato lì a testa in giù per un quarto d’ora e poi rivoltato per non danneggiargli il cervello, ma sempre legato strettissimo e alla mercé, così ordinò il padrone, di tutti per 36 ore senza mangiare né bere; che lo si torturasse per fagli capire che, la prossima volta, ci mettesse più impegno e cattiveria. Ero un po’ dispiaciuto, ma mors tua vita mea, come dice il proverbio!

Ma non tutto oro è ciò che luce. Infatti avevo vinto ma ora mi aspettavano le altre prove. Avrei dovuto essere legato e "stirato" ma era tardi allora il padrone disse di prepararmi per la notte. Venni immobilizzato in mezzo ad un’altra stanza tirato per le braccia e per le gambe a mezz’aria con solo un supporto sotto la schiena e la testa onde non si spezzassero. Ero pronto a far da letto a qualcuno. Quel qualcuno però non era un uomo o una donna, bensì un cane San Bernardo grande, grosso e peloso che si posizionò su di me sbavando e impiantando un po’ le sue unghie nella mia carne. Era il cane del mio padrone che ogni notte doveva avere un letto nuovo, seppi dopo! Pesava tantissimo e continuava a muoversi procurandomi dolori su tutto il corpo. E poi puzzava, come puzzava!.

Arrivò finalmente la mattina, fui sciolto e mi fu ordinato di fare una doppia doccia. Dopo aver bevuto un po’ di latte con un po’ di pane raffermo, il padrone volle personalmente vedere come stessi. Mi ispezionò di nuovo ed ordinò di appendermi, come aveva suggerito il vecchio. Mi legarono le mani alle corde, fui sospeso ed ai miei testicoli furono appesi dei piombini che li tiravano pesantemente verso il basso con dolori che aumentavano col passare delle ore. Ai miei capezzoli vennero assicurati altri pesi. Fui lasciato lì a pendere per sei lunghe ore con la visita non richiesta ed alquanto sgradita del vecchio che aveva suggerito tutto questo. Si divertì a stringere i miei capezzoli con tanta forza che mi sembrò me li staccasse. Poi si appoggiò ai pesi che erano stretti intorno ai miei testicoli; la pressione non era tanta ma a me sembrò che vi avesse messo tutta la forza di questo mondo e mi uscì dalla bocca un urlo straziante ed il mio corpo si contorse tutto. Lui se la rise tranquillamente e chiamò il master. Vedi, disse, è un urlatore nato. Se lo stiri ancora un po’, facendo una battuta spiritosa almeno per lui, ti ritorna come nuovo!

Si divertì anche il Master ponendomi in bocca il suo dito e disse di leccarlo per bene e di fischiare nel contempo mentre anche lui stringeva i testicoli. Ero allo stremo delle forze. Poi finalmente fui lasciato in pace per un’ora circa , li appeso come un salame in attesa che invecchiasse. Vennero poi anche le ragazze che mi tormentarono con degli aghi, pungendomi tutto e facendomi trasalire; questi movimenti mi procuravano naturalmente altro dolore anche perché le puttanelle avevano aggiunto dei piccoli pesini a quelli già a me collegati. Era finito nel frattempo un altro giorno. Fui messo a dormire, questa volta si legato al letto, ma tranquillo onde poter recuperare le forze. Mi fu dato anche da mangiare e bere, cose molto energetiche ma che non appesantivano il mio stomaco. In piena notte però i due vecchietti vennero nella mia stanza. Mi slegarono e pretesero che li lavassi da capo a piedi con la mia saliva. Uno dei due mi disse che dovevo fargli un cappotto di saliva. <Inizia dalle orecchie e finisci con i piedi> mi disse. Iniziai a leccarlo nell’orecchio, gli lavai la faccia gli succhiai la lingua a lungo. Andai giù verso il petto passando per il collo. Mi fece soffermare a lungo sui capezzoli un po’ raggrinziti per l’età. Scesi giù lungo lo stomaco giungendo all’ombelico che aveva un po’ sporgente. Inumidii pure quello per poi arrivare al suo cazzo. Era lungo e molle ma con il mio servizio si indurì quel che basta per far godere il connetto che venne addosso a me. Volle che lo ripulissi per bene. Scendendo lungo le gambe mi fece soffermare sulle palle. Poi arrivai ai piedi. Qui il servizio fu lungo. Mentre leccavo fra dito e dito l’altro vecchietto mi toccava dappertutto. Era lui che leccava e mi faceva un servizietto sulla cappella che mi mise di buon umore, pronto a ripetere tutto quanto feci al primo connetto anche al secondo. E così fu. L’indomani, la mattina presto, fui svegliato da una doccia fredda dato che gli altri schiavi mi gettarono addosso varie bottiglie d’acqua ed uno di questi anzi mi aveva infilato una bottiglia in gola e mi costringeva a bere tutto d’un fiato reclinandomi la testa all’indietro e ciò mi dava la sensazione di soffocamento mentre un altro batteva sul mio ventre. Di male in peggio. Fui slegato e portato poi in una ulteriore stanza che presentava al centro una rete senza materasso. Fui legato e lasciato li, infreddolito ad aspettare. Furono almeno due ore di attesa poi il Master ed il vecchio entrarono con una batteria e due cavetti. Uno di questi il vecchio con un ghigno malefico me lo attaccò al prepuzio. L’altro fu il master a manovrarlo. Ora stringendomi i capezzoli, ora le palle, ora i piedi, ora il labbro ed ogni volta ricevevo una scossa che mi faceva tremare tutto. Il Master si sdraiò sopra di me mentre ora era il vecchio ad appoggiare l’altro terminale su varie parti del mio corpo. Ad ogni spasimo, il Master che era sopra di me, fruiva di un movimento che lo faceva divertire; ad un certo punto, dato che riceveva anche lui un po’ di elettricità, tirò fuori il suo cazzo, che era di notevolissima misura, me lo infilò in bocca fino in fondo e mi chiese di ciucciarglielo. Mi sentivo mancare dato che non riuscivo quasi a respirare e le scosse che ricevetti era più altre delle precedenti il che provocava un movimento della mia bocca non controllato ma che, a quanto pare, piaceva al Master. Si stancarono dopo circa un’ora. Era mezzogiorno ed avevano fame. Andarono quindi a pranzo, un pranzo preparato a puntino dalle schiave. Io fui portato in sala come un cagnolino. Mi fu infatti applicato un collare e messo al guinzaglio e fui così trascinato a quattro zampe fino alla sala dove dovetti fare da sedia per il Master. Mi dava ogni tanto un osso con un pezzetto di carne ancora attaccato e voleva che lo leccassi e spolpassi per bene. Per maggior spregio nei miei confronti ne dette uno con tanta carne al suo cane e l’ultimo pezzetto, dopo che lo sbausciò il San Bernardo, volle che lo finissi io. Mi rifiutai ricordandogli i patti. Ma lui mi disse sprezzante che valeva per gli uomini e non per le bestie, anzi per meglio dire <fra bestie>, precisò ridendo il padrone. Dovetti accontentarlo Dopo cena le schiave mi portarono ancora un po’ in giro al guinzaglio e dovetti leccare ancora un po’ di cazzi e di palle. La seconda giornata era finita e il Padrone mi disse che ero libero di tornare a casa. Ripeté libero per questa sera di tornare a casa. Ma a giorni, il fine settimana prossimo che si presentava, avrei dovuto sottostare a nuove prove. Ormai ero lo schiavo del ras dei DelaMort e non potevo rifiutarmi.

E venne il fine settimana, quel fine settimana che aspettai con terrore ma anche con un po’ di voglia per vedere a quali prove mi avrebbe sottoposto il Padrone. Avevo ricevuto una telefonata che, credo, fosse stata fatta da uno dei vecchietti, che mi disse di prepararmi mentalmente ad essere ceduto. Il venerdì sera ritornai nel bar e la scena si ripeté. Una volta nella stanza fui obbligato ad attendere in ginocchio su un bambù steso a terra. Era una posizione scomoda che faceva male alle ginocchia. Dopo una mezz’ora entrò il mio Padrone. Mi infilò due dita nelle narici e mi obbligò ad alzarmi, ma non completamente. In quella posizione mi disse che quella sera mi avrebbe affittato al miglior offerente fra tre suoi amici. Mi disse di aspettare lì, in piedi questa volta e si allontanò. Ritornò con un giovane negro, bellissimo, un arabo, altrettanto bello ed uno scandinavo, di bellezza estrema, biondo con occhi azzurri e muscoli da culturista. Mi spogliarono e rimasi nudo di fronte ai quattro. Iniziò un lungo palpeggiamento ed una ispezione corporale molto accurata. Fioccavano le offerte al mio padrone per acquistare le mie grazie per il fine settimana. Salomonicamente il mio Padrone decise di darmi un giorno ad ognuno dei tre ospiti. Dovevo quindi sottostare un giorno in più come schiavo! Non mettendosi d’accordo su chi doveva cominciare dettero incredibilmente a me l’onere e l’onore di scegliere. Chiesi di iniziare con il negro, poi l’arabo ed infine lo scandinavo. Non ero mai stato con un negro e fu, dolore a parte, entusiasmante. Iniziai con il dover spogliare il mio attuale padrone. Lentamente, massaggiando le parti che scoprivo mano a mano. Mi fece iniziare dai piedi, grandi e ben fissi al pavimento. Mi ordinò di massaggiarglieli e di leccarglieli per bene. Volle che glieli scaldassi oltre che con la bocca, strofinandoli con il mio cazzo. Mi ordinò poi di passare al petto, largo e muscoloso, sembrava fatto d’ebano scintillante. Qui godetti come un matto accarezzando quelle due aureole grandi, scure e con un capezzolo centrale che, una volta succhiato, sembrava grande come il pene di un bambino. Intorno dei peli radi ma duri come setole di maiale. Anche quelli mi fu ordinato di lisciare. Gli tolsi infine i pantaloni; non aveva mutande ed il grosso cazzo, nero invadente e bellissimo, leggermente ricurvato a sinistra, colpì i miei occhi e le mie voglie. L’essere schiavo era, a volte piacevole. Ve lo devo dire cosa dovetti fare? Credo di no. Mi precipitai su esso, lo succhiai, infilai la lingua fra il prepuzio ed il glande, assaporai il liquido seminale che fuoriusciva come se fosse manna, anche se era acidula come non mai. Gli accarezzai i testicoli, grandi come meloni, quasi non mi stavano in bocca, gli leccai le cosce interne. Era molto soddisfatto ma per mostrarmi la sua soddisfazione mi disse che mi avrebbe preso. Panico, terrore! Gli feci presente che ero vergine e che una mazza come la sua che neanche mi stava in bocca, mi avrebbe ucciso! Mi ispezionò col dito e capì che avevo ragione e che prima di potermi inculare avrei dovuto essere iniziato da altri padroni meno dotati di lui. Ma ciò gli fece mutare umore e decise che mi avrebbe fatto comunque pagare questa cosa. Si alzò e tolse da una borsa alcune corde. Mi legò le mani dietro la schiena ed gli alluci dei piedi. Poi, con cura prese una corda più grande e strinse i miei ciglioni ed immobilizzò anche il mio membro salendo con perizia in su con la corda. Una volta così conciato, i testicoli senza lo scorrere normale del sangue iniziarono ad ingrossarsi, iniziò a "massaggiarmi" con le sue mani grandi e forti. Mi schiaffeggiava, mi dava colpi di dito come quando di deve colpire una biglia per intendersi, sul pene che era imbalsamato dalla corda, mi obbligava a prendere in bocca tutto quanto arrivava alle sue mani, non ultimo naturalmente il suo cazzo. Vedendo il marchio del mio padrone, decise di lasciarmene anche lui uno. Arroventò su un accendino un chiodo e con quello impresse a fuoco sull’altra gamba un amo, o per meglio dire un gancio; quel gancio che mi avrebbe tenuto legato a lui almeno fino a quando non avrebbe potuto prendermi dal di dietro, disse lui. Improvvisamente mi slegò il membro ed i testicoli con grande sollievo da parte mia, Mi dolevano da matti ma sentivo anche l’aria fresca che mi portava beneficio. Mi passò del giaccio per diminuire il gonfiore e poi iniziò a succhiarmelo. Credevo che mi stesse succhiando l’anima dal cazzo! Lo sentivo a volte caldo, a volte gelido, a volte grande, a volte minuto. E finì fra altre amenità la prima giornata. Quella notte fui lasciato in pace proprio per essere più in forma il giorno dopo. Dormii profondamente, anzi credo che mi avessero dato del tranquillante per meglio riposare.

Toccava all’arabo e si sa, gli arabi hanno un detto " una donna per l’amore, un ragazzo per l’estasi" ed in più sono sadici fino al midollo. Naturalmente mi legò come un salame con la pancia in giù e leggermente inclinato verso il basso, le gambe divaricate in modo da poter accedere al mio di dietro con estrema facilità. Ed infatti è lì che voleva lavorare e lavorò e come lavorò sapendo che ero vergine!

Iniziò con l’ungermi per bene con la vaselina; infilava prima un dito, poi un altro e lo faceva andare su e giù poi iniziò ad infilare due dita per allargarmi il buchetto (non è un vezzeggiativo è proprio che era un buchetto!). Dopo circa mezz’ora di lavoro prese un dildo che era grande come un cazzo di medio piccole dimensioni. Iniziò ad infilarmi la cappella e già lì urlai come un matto perché non voleva entrare. Ci lavorò per venti minuti ungendo sempre di vaselina il dildo ogni volta che lo sfilava per poi reinserirlo con più forza per farlo penetrare più in fondo. Cominciavo, insieme al dolore a sentire un leggero piacere. Mi fece vedere, mettendolo davanti agli occhi e poi pretendendo che lo leccassi, un altro dildo che era una volta e mezza il primo. Lo unse ancora con la vaselina e poi riprese il lavoro come detto prima e con gli stessi risultati. Urla da parte mia che furono tacitate con varie sberle di enorme potenza sul mio culo; capii che non dovevo urlare così forte ma mugolare per dagli piacere e così feci anche perché avevo cominciato ad apprezzare il lavoro. Dopo un’altra ora sentii ancora penetrarmi ma mi sembrava diverso da prima: infatti l’arabo aveva infilato il suo "dildo" dentro me e vi assicuro che nulla aveva da invidiare a quello di plastica dal punto di vista misure; era però, se possibile, più duro di quello finto! Dopo essersi divertito (ed anche io) mi reinfilò il dildo finto che aveva spalmato con una crema che mi bruciava le budella, forse era peperoncino! Mi lasciò lì a gridare piazzandosi davanti al mio viso per vedere l’espressione; mi torturava intanto con una piuma che usava una volta dalla parte dei peli per stuzzicarmi il naso infilandomela nei buchi e facendomi starnutire e a volte dalla parte appuntita infilandomela nelle gengive o fra le unghie e la carne delle mani oppure sulle spalle, nel muscolo che era tirato al massimo per gli spasimi. Mi fece rivoltare , sempre legandomi ben stretto; si divertì poi a rasarmi sia il cranio che le parti intime ma senza passarmi il sapone, così a secco. Mentre sulla testa non fu un dramma, nelle parti intime, sotto le ascelle e sul pube il tirare della lametta ed a volte il tirare dei peli da parte sua con le mani, uno strappo prima prolungato ed infine secco mi faceva vedere le stesse, tutte quelle del firmamento. Si divertì anche con quelli del sedere, ma con questi prese una pinzetta. Ero depilato come un neonato, anzi di più ed ero arrossato sempre come un bebé ma senza che su di me venisse spalmato il Fissan! Contrariamente a quanto avevo messo come condizione, gli escrementi furono messi su di me; infatti l’arabo mi urinò addosso e il suo piscio sulle parti rasate mi procurarono bruciore e disgusto. Volle che gli asciugassi le gocce sul cazzo che non aveva prettamente un odore magnifico, era stato anche nel mio sedere. Per fini re la giornata, prima di mettermi a nanna volle seguire la moda ed applicarmi il piercing: mi bucò senza troppe attenzioni i capezzoli prima l’uno e poi l’altro e mi infilò due anelli che, disse, sarebbero stati utili al padrone che lo avrebbe seguito senza curarsi delle mie urla. Arrivò finalmente la notte. Ero uno straccio. Fui rifocillato con acqua, miele, uova sode ed un bicchiere di cognac alla fine che, sbadatamente (ci credete?) rovesciò addosso alle mie ferite più che dentro la mia bocca. Ma bene o male passò anche la notte fra domenica e lunedì.

Toccava ora allo scandinavo. Si presentò alle sei della mattina, loro sono molto mattinieri e svegli. Senza indugi mi disse che avremmo passato la giornata all’aria aperta dato che ero un po’ pallido. Ci voleva un po’ di sole per me! Era, a posteriori me ne accorsi, anche spiritoso il vichingo!

Mi piazzò in terrazzo agganciandomi a due anelli che pendevano da una struttura tubolare; ero naturalmente nudo. Prese una lente di ingrandimento e concentrò i raggi solari sugli anelli piazzati nei miei capezzoli, prima uno e poi l’altro. Il sole così concentrato mi provocava ustioni piccole ma dolorosissime surriscaldando gli anelli e poi entrando nella mia carne. L’arabo era stato profetico. Mi fece aprire la bocca, me la prese con una pinzetta e me la tirò fuori bloccandola con dei legacci agli anelli piazzati sui miei capezzoli; concentrò quindi il sole verso la mia lingua; oltre le bruciature il fatto di non potere deglutire mi faceva impazzire. Prese del ghiaccio e me lo infilò nel sedere; era ghiaccio secco ed anche questo mi provocava bruciature molto dolorose. Volle fare lo scandinavo ed allora mi disse che adesso mi avrebbe massaggiato nelle migliori tradizioni scandinave. Mi liberò da quella posizione, mi ammanettò con le mani dietro la schiena e mi portò vicino ad una vasca. Mi legò, con l’aiuto dei due vecchietti (sempre loro) che il Master gli aveva inviato a sua richiesta i piedi e mi issò. Mi immerse quindi nell’acqua gelida e poi, ritornandomi su, voltando l’asse alla quale era collegata la carrucola mi fece scendere, sempre a testa in giù in una vasca di acqua bollente quanto basta per togliermi il fiato né più né meno di quanto me l’aveva tolto l’acqua gelida. Così per un po’ di volte poi issandomi mi ripose a terra e disse ai vecchietti di massaggiarmi per riscaldarmi dopo l’ultima vasca che era quella di acqua gelida. Presero degli asciugamani bagnati ed iniziarono a percuotermi; non lasciavano segni esterni ma le botte erano fortissime, sulla schiena, sul sedere, sul petto, sulle gambe. Quando crollai a terra esausto uno dei due vecchietti mi fece una respirazione bocca a bocca e l’altro bocca a.. cazzo. Mi misero delle corde collegate ai capezzoli e mi trascinarono nella prima stanza. Erano finiti i tre giorni ed anche, momentaneamente, le mie sofferenze. Il Master volle visitarmi, mi ordinò ancora una volta di leccargli i piedi in segno di sottomissione e mi chiese se volevo andare avanti. Era una domanda retorica, ma vi assicuro che la mia risposta era sincera. Si volevo andare avanti perché mi sentivo schiavo fino in fondo e avrei voluto servire ancora il mio Master ed i suoi ospiti che si rivelarono, lo vedremo nella puntata prossima, di tutto rispetto con una fantasia ed una cattiveria degna di quella dei tre ospiti più il mio padrone della DelaMort