Diamante
di Anonimo

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Le accarezzo il capo con noncuranza, lasciando che le dita si intreccino di tanto in tanto con i capelli.
Ascolto la sua voce infervorata: "Sai, sono davvero stanca. Pare che siano tutti uguali, possibile che non ce ne sia uno buono? Uno che riesca a sorprenderti, che ti prenda e ti stravolga la mente e il corpo fino a renderti completamente Sua...", le sorrido e annuisco, lasciando scorrere lo sguardo sulle gote arrossate dall'enfasi e dal fuoco acceso nel camino; sulle labbra che si muovono, pur conservando una strana piega all'insù, come un perenne sensualissimo sorriso; sulla gola pallida, tenera; lungo il profilo del corpo asciutto; lungo la curva dei seni, appena accennata, tradita dalla scollatura della blusa di seta bianca; lungo i fianchi e le caviglie disegnati in un gioco di ombre dalla lunga gonna nera e dalle calze anch'esse nere.
Diamante non si accorge del mio sguardo esploratore e continua a parlare, agitando le belle mani affusolate: "...io non ho più voglia di giocare. Sto cercando Amore. Ormai credo di aver sperimentato tutte le sfaccettature della mia sessualità: so cosa voglio e so come lo voglio. Intercorsi sensuali senza amore non mi interessano più...".
Quasi casualmente faccio scivolare i polpastrelli sul collo, sul lato del collo, disegnando direttrici immaginarie tra il lobo del suo orecchio e l'attaccatura della clavicola.
Il percorso ha durata breve: Diamante si tira su a sedere e mi chiede: "Ma, insomma! Mi stai ascoltando?". La guardo negli occhi, con un'espressione che più che una risposta è una domanda, le sorrido, sollevo una mano e le poso un dito sulle labbra.
Diamante sgrana gli occhi, verdi lucenti occhi da gatta, occhi in cui si può leggere quasi un'accusa. Non smetto di fissarla e non sposto il dito. Poi le avvicino le labbra all'orecchio e sussurro: "Shhhhh, buona".
Lei cerca di protestare: "Ma.....".
Non trova le parole: tutte le accuse possibili sembrano troppo assurde per poter essere proferite.
Approfitto del momento di esitazione per mettermi alle sue spalle e bloccarle i polsi nell'abbraccio di una sola delle mie mani, mentre con l'altra continuo ad accarezzarla la nuca, quasi per rassicurarla. Movimenti lenti, studiati, nessuno spostamento brusco.
Diamante non ha ancora capito cosa sta succedendo ma, tutto sommato, non sembra troppo dispiaciuta: "Dai, smettila! Che scherzo scemo! Dai, su, basta ora!". E ride.
E' splendida quando ride: tira indietro la testa e scopre la gola offrendola ad infinite tentazioni. Io cedo immediatamente e affondo i denti nella pelle liscia e morbida, saggiandone il sapore agrodolce con la punta della lingua.
La sento rabbrividire: è il segnale che aspettavo per sfilarmi il foulard di seta nera dal collo e bendarla. So che rischio di rovinare tutto lasciandole i polsi liberi, ma la sfida rende tutto più eccitante.
Lei continua a credere che sia uno scherzo: "Ok, ok, vediamo dove vuoi arrivare". Sospetto che sia un modo per giustificare se stessa, per dare una ragione al fatto che in fondo le piace.
Non avverto tensioni in lei, altrimenti smetterei immediatamente, quindi vado avanti.
Mi metto di fronte a lei e le sfioro le labbra con un dito, poi, lentamente, con un movimento ipnotico, disegno più e più volte il contorno delle sue labbra, sento che si schiudono appena ma non è ancora il momento di forzarle.
La bacio invece.
Con le mie sfioro le sue labbra e poi la fronte. Quindi le prendo le mani, la faccio sollevare e la conduco ad una sedia dove la induco a sedere e, prima che lei possa accorgersi di cosa accade, mi sfilo la cintura e le blocco polsi e avambracci allo schienale della sedia.
Lei sussulta: "Ora basta dai!". Non c'è vera convinzione nella sua voce.
Io continuo a stare in silenzio, non c'è bisogno di parole: temo che capirà presto da sola.
Mi metto di fronte a lei, con un dito percorro il suo profilo e, quasi senza soluzione di continuità, le squarcio la blusa denudando i seni torniti ornati da capezzoli già prepotentemente eretti.
"Macchec.....!!!" sta quasi urlando, la zittisco con un bacio e questa volta risponde: sento che sporge la lingua per incontrare la mia. Continuo a baciarla, esplorando con la lingua tutti i recessi dell'oscurità della sua bocca, mentre faccio scorrere un dito lungo il profilo della sua gola, usando l'unghia affilata per tracciare arcani sentieri sulle pelle chiara, dalla gola verso le scapole, tra i seni, fino all'ombelico per poi risalire a disegnare cerchi concentrici intorno ai capezzoli.
La sento sciogliersi, allentare la tensione dei muscoli, tanto da divaricare le gambe, sebbene quasi impercettibilmente.
Risalgo ancora col dito e lo unisco alla mia lingua nell'esplorazione della sua bocca, poi lo lascio solo a godersi l'abbraccio umido e con le labbra scendo, lasciando scie lucenti e bagnate sulla pelle, a racchiudere uno dei suoi capezzoli, senza stringere. Ne solletico la punta con la lingua, lentamente sostituisco i denti alle labbra e comincio a serrarli, compiaciuta dal turgore che avverto, mentre uso il dito per scoparle la bocca, la sento succhiare e sorrido.
Mi rendo conto che ora posso anche correre il rischio di allontanarmi.
Lo faccio. Mi reco in bagno e torno con una lametta.
"Ora fai la brava bimba e stai ferma, altrimenti rischi di farti male" le dico, sebbene sappia perfettamente che non mi crede, per cui le blocco anche le caviglie alle gambe della sedia, con una corda che ho preso andando in bagno.
Con la lametta mi appresto a ridurre i suoi collant in striscioline sottili, cosa che farò anche con i suoi slip. I miei movimenti sono lenti e precisi, riesco a non distrarmi col rumore, che adoro, del tessuto che cede al morso della lama.
Risalgo dalle caviglie alle cosce, le sollevo la gonna, oramai quasi nulla tiene insieme i collant, infierisco gli ultimi inesorabili colpi e mi ritrovo davanti le sue gambe nude che rivesto immediatamente di saliva, indugiando sulla parte interna delle caviglie, delle ginocchia, delle cosce, mordicchiando di tanto in tanto.
Diamante sembra ormai completamente arresa alla sua sorte, ma so bene di aver vinto solo una battaglia. E poi voglio sentirla chiedere...supplicare.
Riservo agli slip la stessa sorte riservata ai collant scoprendo un ciuffo non troppo fitto di peli sottili color miele, mentre vi passo attraverso le dita decido che devono sparire anche quelli.
Faccio un'altra veloce puntata in bagno e torno con una bacinella piena d'acqua, una salvietta, un rasoio, un pennello e sapone da barba.
La insapono, ripassando più volte con il pennello, la sento sussultare ad ogni passaggio, le dico: "No, tesoro, così non va bene. Devi stare brava e ferma più di prima ora, così potrò farti diventare una bella bimba liscia e pulita".
Sospira. E sta ferma. Lascio che la lama del rasoio scorra sulla pelle delicata e sensibile, tirando via al suo passaggio la schiuma e i peli. In alcuni punti indugio, volutamente, per godermi lo spettacolo di Diamante che freme al contatto gelido e metallico della lama.
Le faccio scorrere dell'acqua addosso per togliere gli ultimi residui e poi l'asciugo con la salvietta, con movimenti che sembrano carezze.
Piccoli dolci crimini perpetrati contro la sua volontà ma con la sua complicità. Sostituisco la salvietta con le mie dita, l'accarezzo, ovunque, ma non dove lei vorrebbe, dove cerca di farmi arrivare muovendo il bacino per andare incontro alle mie dita.
"Ehi, ehi" le dico sorridendo "come siamo intraprendenti! Certe cose non sono azioni da farsi per una brava bambina!". E mentre le parlo serro due mollette sulle grandi labbra del suo sesso completamente esposto ormai.
Sobbalza sulla sedia e un urlo le si strozza in gola. Poi niente più. Bene, molto meglio di quanto mi aspettassi.
Sfioro appena il suo sesso, tra le labbra e ritiro il dito lucido di trasparenti e vischiosi umori, questo mi induce ad andare oltre.
La slego e la faccio mettere in piedi, poi la denudo dei resti della blusa strappata e della gonna. "Sei nuda" le dico, " non va bene. Ci penso io a rivestirti a modo mio". Inaspettatamente annuisce.
Prendo una corda di cotone molto lunga e la inguaino in un karada, posizionando la corda in modo da formare una cascata di diamanti sul busto e sulla schiena, delineando le sue curve e creando nuove ombre, lasciando passare i capi tra le sue gambe, dove formano un nodo e infieriscono sulla carne già martoriata.
Le blocco quindi i polsi e fisso i due capi della corda a due ganci nella parete.
La accarezzo negli spazi di pelle nuda tra le corde e sento che ormai il suo corpo segue il movimento delle mie mani. Comincia a piacerle, non deludiamola.
Prendo una manciata di mollette e lascio che due di esse si chiudano sui capezzoli e le altre sul resto del corpo a completare il disegno delle corde, gustandomi lo spettacolo del suo corpo che si inarca ad ogni molletta posizionata.
Comincia la danza della mia lingua: seguendo passi di un balletto segreto sfioro con la lingua tutte le mollette, impedendo così al torpore di lenire la pena.
Probabilmente né io né lei ci rendiamo conto della durata di tutto questo: io inebriata dai suoi sospiri e incantata dai movimenti del suo corpo e lei persa in un mondo fantastico in cui il dolore è solo una delle tante vie che portano alla casa del piacere.
Interrompo questo stato di sospensione racchiudendo con le labbra la molletta che racchiude uno dei capezzoli, la tiro via con i denti e la tengo in bocca, mentre i miei denti ora vanno a serrarsi sul suo capezzolo già dolorante per la circolazione riattivata. Non ho intenzione di darle tregua, per cui uso la lingua per solleticarle la punta del capezzolo.
E' il punto di ritorno: ciò che è piacere diviene dolore e poi ancora piacere e poi...e poi...
Lascio il capezzolo e mi dedico con la stessa abnegazione all'altro, mentre con una mano scendo a stuzzicare le mollette aguzzine che le tormentano il sesso, sfiorando ogni tanto quasi per caso il clitoride e rendendomi conto che si sta formando un lago.
"Ohhh", sussurro divertita avvicinando le labbra al suo orecchio, "comincia a piacerci davvero, eh puttanella?".
Tiro via senza troppi convenevoli le mollette restanti e prendo una delle candele accese che illuminano la stanza insieme alla fiamma del camino, la tengo un po' in mano, abbacinata dalla fiamma, come quando ero bambina, questo fa si che si formi un bel po' di cera fusa vicino allo stoppino, che lascio colare quasi distrattamente sui capezzoli e sul ventre di Diamante.
Questa volta urla e il suo urlo mi provoca sensazioni talmente forti da far si che il mio e il suo corpo formino lo stesso arco, ingannando un eventuale spettatore che volesse capire chi è la vittima e chi il carnefice.
Torturarla mi tortura i sensi.
E' pronta. Ora si.
Raccolgo la cintura con cui avevo legato i suoi polsi alla sedia: è di cuoio, piuttosto alta, resa morbida dall'uso e dal tempo.
Avvolgo l'estremità della fibbia intorno alla mia mano destra, poi mi avvicino a lei e le sussurro in un orecchio " Sto per frustarti". Annuisce. Sorrido. "No, cucciola, devi chiederlo e chiederlo come si deve".
"Frustami per favore" dice in un soffio.
"No, non basta" e questa volta la mia voce è dura, tagliente.
"Ti prego, frustami e fa di me quello che vuoi, fa che io sia l'incarnazione dei tuoi desideri. Ti...ti...ti supplico!"
Non la lascio finire, il primo colpo di cintura si abbatte sulle sue natiche, abbracciando la pelle, lasciando una rossa scia di calore.
Non urla, si morde le labbra e si inarca, facendo leva sulle corde che le bloccano i polsi, al punto da far sbiancare la pelle delle mani.
Accarezzo con le unghie la pelle già in rilievo e colpisco ancora, dosando l'intensità dei colpi, alternando i lati, spezzando i tempi, senza lasciarle la possibilità di sapere quando e come arriverà il colpo seguente.
Il tempo si ferma di nuovo, il rumore dei colpi e il suo respiro armonizzato ad essi sono come una nenia, che invece che cullare i nostri sensi, li infuoca.
Dopo un colpo particolarmente pesante urla. E' un urlo che parte dal profondo, nessuno potrebbe distinguerlo da quello di un orgasmo particolarmente intenso.
Mi fermo, e osservo estasiata la ragnatela cremisi sulla sua pelle, ne accarezzo i rilievi, poi passo in mezzo alle gambe e le tolgo le mollette, sussulta, poi si abbandona al tocco clemente della mia mano: è un attimo e questa volta è davvero un urlo da orgasmo.
Le accarezzo la schiena, la nuca, le libero i polsi, le tolgo la benda. Mi cade in braccio e si ancora al mio collo come se avesse paura di scivolare via, di scomparire. Non stacco mai le mie mani dalla sua pelle, per farle sentire che c'è.
Finalmente mi guarda con i suoi lucenti occhi verdi...ma non sono da gatta, non più, sono da cucciolo, cucciolo di cane, il mio cucciolo.