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I graffiti sui muri di fianco alle rotaie correvano sempre più
veloci, Federico provava una strana ammirazione per gli autori di quei
segni, per quanto in genere ormai fossero uniformati fra loro e, cosa
ancor più grave, non rappresentassero più ciò che
erano agli inizi, un grido dissonante nel coro delle parche asservite
al potere.
Il potere ha un’abilità cinica ed estremamente efficiente,
ha capito, da tempo immemorabile, che il sistema più efficace per
combattere la protesta e il dissenso non è metterli a tacere, bensì
assorbirli, fingere una compiaciuta tolleranza, se non addirittura un
apprezzamento. Una volta ristretta, circoscritta, canonizzata, qualsiasi
protesta perde tutta la sua forza, diviene innocua.
Nell’iPod Jackson Browne aveva lasciato il posto ai Procol Harum,
una playlist decisamente eterogenea, seppur riconducibile ad un periodo
di tempo ben definito. Nonostante fossero solo le 6,45 del mattino, il
sole era già luminoso e caldo, le ombre degli alberi ancora lunghe,
le enormi ruote dei covoni sembravano tutte rivolte a osservare il passaggio
del treno senza alcun coinvolgimento, spettatori distratti di un film
visto già troppe volte.
I girasoli non avevano ancora sollevato il capo, non erano ancora diventati
gli schiavi insolenti che guardano il dio Sole dritto negli occhi.
Questa immagine s’era formata improvvisa e nitida nella sua mente,
gli sembrava rappresentasse perfettamente ciò che intendeva per
sottomissione.
Un girasole deve la sua stessa vita al suo Padrone Sole, ne segue il movimento
adorandolo, appena il Sole scende oltre l’orizzonte, il girasole
china il capo sconfitto, piegato, incapace di qualsiasi azione; ma, al
tempo stesso, sfrontato, sembra sfidare lo sguardo del suo Signore.
A un osservatore distratto o superficiale questa potrebbe sembrare almeno
una contraddizione, ma per Federico rappresentava l’essenza stessa
del suo essere dominante.
Quanto più era difficile, arduo, piegare la volontà di colei
che aveva scelto come schiava, tanto più era affascinante la sfida.
Il vero potere, quello cui è impossibile sfuggire, non viene imposto
con la brutalità, ma semplicemente con lo sguardo, con le parole.
Seguendo questo pensiero con un sorriso s’era alzato dal suo posto
stiracchiandosi.
<And i was thinking to myself this could be heaven or this could be
hell...>
Nelle orecchie gli Eagles, sugli occhi i Rayban Caravan che usava da molto
prima che fossero sputtanati da quell’insulto alla cinematografia
che era stato Top Gun.
Lei era lì, sola sul sedile dietro al suo.
Doveva essere salita in treno dopo di lui, non l’aveva notata prima.
I capelli neri sciolti, non molto lunghi, la pelle chiara che faceva risaltare
gli occhi di un incredibile grigio appena cerchiati, le labbra naturalmente
rosse, lucide, grandi.
Una canottiera nera, leggera, faticava a contenere il seno che non sembrava
particolarmente grande, pantaloni morbidi di lino ecru, sandali.
Sembrava essersi svegliata da poco, infreddolita dall’aria condizionata
del vagone.
Lo sguardo di Federico era sceso sui capezzoli che per il freddo erano
così turgidi che attraverso la stoffa si vedeva perfettamente anche
l’areola. Erano grandi, quasi sproporzionati rispetto all’apparente
dimensione del seno.
Quello era un gioco che faceva spesso, non tentava nemmeno di nascondere
o dissimulare lo sguardo, sfrontato senza volgarità, era convinto
trasparisse un sincero interesse puramente estetico.
Sentiva gli occhi di lei scrutarlo, perciò si sforzò di
abbandonare la visione della maglia per fissarla in viso, sfidandola.
L’espressione di lei in parte lo sorprese.
Non sembrava affatto imbarazzata, né infastidita, il sopracciglio
impercettibilmente sollevato e un accenno di sorriso le davano un’aria
ironica, maliziosamente scaltra, sembrava quasi volesse dirgli: “Fammi
guardare quegli occhi che mi stanno fissando le tette da almeno due minuti,
vediamo se ce la fai a sostenere con la stessa sicurezza anche il mio
sguardo”.
Federico non riuscì a trattenere del tutto una risata e neanche
lei.
“Accidenti all’aria condizionata”
“Direi piuttosto benedetta aria condizionata”
“Sono contenta che ti piacciano, comunque”
“Sai perfettamente di piacere e sei gratificata dagli sguardi che
attrai”
A queste parole era arrossita, lo sguardo, prima fisso negli occhi di
Federico, s’era smarrito, abbassato per un momento.
Immediatamente, però, sembrava aver ripreso il controllo della
situazione, anche se tracce di un leggero turbamento erano ancora evidenti
per chi, come lui, fosse stato in grado di interpretarle. Le mani si muovevano
un po’ più nervose, sembrava non riuscissero a trovare un
posto dove fermarsi, il respiro appena più corto.
Senza darle il tempo di realizzare, di riflettere, le sedette accanto,
l’avambraccio a sfiorare intenzionalmente quello di lei.
“Accomodati pure, prego eh...” aveva un’aria artificiosamente
arrabbiata.
“è quello che volevi anche tu, no?”
Ora la guardava dritta negli occhi, l’aria decisa, la voce calma
e profonda.
“Presuntuoso”
Quella parola, detta con l’intenzione di ristabilire la distanza,
ma pronunciata con un leggerissimo tremolio nella voce, suonò invece
quasi come una supplica, infatti, subito dopo, i suoi occhi si abbassarono
di nuovo.
Le prese il mento con le dita e le sollevò il viso, che era arrossito
vistosamente, entrambi sapevano cosa sarebbe successo.
Di nuovo una sottile aria di sfida negli occhi di lei.
Il vagone era semideserto, non erano certo molti quelli che ad agosto
si recavano a Milano per il weekend, nessuno perciò sembrava far
caso a loro.
Quella sensazione d’essere soli era evidente che la spaventava,
ma sembrava anche eccitarla, spingerla verso il raggiungimento e, forse,
il superamento di quei limiti che normalmente avrebbe avuto, infatti gli
prese con decisione la mano, la scostò dal mento intrecciando le
dita con forza, senza però abbassare il viso.
“Mi stai sfidando” la voce di Federico s’era fatta ancora
più bassa e calda.
“Piegami, se ne sei capace.”
Le passò l’altra mano dietro la nuca, le strinse leggermente
il collo poi, improvvisamente, l’afferrò per i capelli rovesciandole
la testa all’indietro.
La bocca le si socchiuse, lasciando sfuggire un gemito sommesso mentre
la stretta delle dita si faceva più forte.
L’aveva attirata a sé ed ora il suo collo era a pochi millimetri
dal suo viso, inspirava il suo profumo e con le labbra le sfiorava la
pelle.
Il respiro caldo le provocava ondate di brividi, con una mano stringeva
il bracciolo, con l’altra le dita di lui, molto più grandi
delle sue. Istintivamente i suoi fianchi, il suo bacino avevano iniziato
a muoversi, sporgendosi in avanti.
Senza lasciarle i capelli, aveva liberato la mano dalla stretta e, mentre
scendeva a sfiorarle la spalla con le labbra, le aveva preso un capezzolo
fra le dita, stringendolo.
Un sussulto, soffocando sul nascere un grido.
“Ti prego, non smettere...” sussurrava con una voce che sembrava
venirle dal ventre.
Lui rispose stringendo più forte le dita e mordendole il collo,
lasciando il primo segno evidente.
D’un tratto allentò la stretta sul capezzolo e scese a sciogliere
il nodo dei pantaloni.
Scostando il pizzo della culotte non ebbe bisogno di ordinarle di aprire
le gambe, l’aveva fatto istintivamente.
Appena il tempo di sentire la pelle liscia del pube, la punta del clitoride
già gonfio e le dita scivolavano dentro a possederla. Per un istante
si ritrasse, poi spinse in avanti il bacino per sentirlo più profondamente.
Non era imbarazzata nel sapere che lui scopriva la sua eccitazione, si
rendeva conto che era esattamente ciò che si aspettava, per nulla
sorpreso.
Capì che era lui a dettare le regole, a scandire i tempi.
Era incapace di qualsiasi movimento, avrebbe voluto fare anche solo un
gesto, sentiva il bisogno di scoprire il suo corpo, desiderava conoscere
la sua erezione, capire quanto lui fosse coinvolto, ma sentiva che non
le era permesso.
D’improvviso lui lasciò la presa dei capelli, estrasse le
dita e s’appoggiò allo schienale.
“Cosa c’è, ho fatto qualcosa di sbagliato?”
La sua stessa voce sembrava non appartenerle, tremolante, timorosa, quasi
supplicante.
Non riusciva a spiegarsi la ragione di quella domanda, l’interruzione
le appariva perfettamente logica, naturale, eppure la richiesta le era
affiorata alle labbra spontanea, senza che potesse far nulla per fermarla.
Gli occhi socchiusi, Federico annusava le dita, le assaporava in un gesto
che confermava prepotente il suo carisma.
Si sentiva violata ed accarezzata, umiliata e rispettata, una sorta di
rabbia sembrava salirle dentro, sentiva un moto di ribellione nei confronti
di quell’uomo che s’era insinuato nella sua mente, ancor prima
che fra le sue gambe.
Si rendeva però conto che la rabbia era sopratutto verso se stessa,
non solo per non aver impedito che accadesse, ma anche per aver provato
un piacere così intenso e per essersi sorpresa a desiderare che
succedesse ancora, anzi, che succedesse qualcosa di più.
Quasi potesse assistere al conflitto che la tormentava, Federico le rivolse
un enigmatico sorriso che interruppe la battaglia, lasciando il posto
all’apprensione per ciò che l’aspettava.
Le sfiorò le labbra con le stesse dita che poco prima aveva intriso
del suo umore, facendole sentire un profumo a lei noto che ora le sembrava
nuovo, sconosciuto.
“Ora alzati, vai nell’ultimo vagone, entra nel bagno, spogliati
completamente ed aspettami.”
Lei scoppiò in una risata che durò solo un istante, le si
spense in gola nel momento in cui, alzando gli occhi, aveva colto la determinazione
nello sguardo di lui.
“Nn.. non ci penso nemmeno”
La stretta allo stomaco e al ventre era arrivata improvvisa, inaspettata.
Non disse una parola, limitandosi a fissarla le mani giunte, le punte
degli indici poggiate sulle labbra.
Vide gli occhi di lei diventare più lucidi, una lacrima faceva
capolino nonostante gli evidenti, enormi sforzi che faceva per ricacciarla
indietro, cercava insomma di ribellarsi ma senza successo, senza convinzione.
La vide alzarsi, sgusciare faticosamente fra lui ed il sedile di fronte,
rimase ad osservare i bei fianchi che si muovevano mentre si allontanava
verso il fondo del vagone.
Una volta scomparsa oltre la porta, la immaginava procedere incerta, un
po’ per i sobbalzi del treno, ma anche per il tremito che s’era
impadronito delle sue gambe.
Federico prese il cellulare, ultime chiamate effettuate, Giorgio rispose
al primo squillo per fortuna.
Si conoscevano solo da poco meno di cinque anni, ma sentiva un profondo
affetto, un grande rispetto e una grande stima per lui, nonostante fossero
così diversi, quasi antitetici per molti aspetti.
Come gli accadeva spesso parlando al telefono, disegnava. Istintivamente
tratteggiò sul suo blocco per appunti un bocciolo di rosa, abbellito
da un nastro annodato sul gambo privo di foglie ma non di spine.
La telefonata durò in effetti pochissimi minuti, un tempo che però
era certo a lei sarebbe sembrato infinito, insopportabile.
Strappò il foglio con il disegno e lo mise fra le pagine del libro
che lei aveva abbandonato sul sedile.
Dirigendosi, a sua volta, verso la coda del treno, distrasse la mente
da ciò che lo aspettava osservando i volti degli altri viaggiatori,
cercando di coglierne le storie.
L’ultimo vagone era praticamente vuoto, una donna sui sessant’anni
leggeva un’insulsa rivista di gossip, un ragazzo dormiva con la
testa schiacciata sul finestrino in una posa innaturale, nessun altro.
“Apri”
Lentamente l’indicatore sulla porta passò dal rosso al verde.
Era appoggiata sul lavabo, gli abiti appesi di fretta ad un gancio, aveva
tenuto soltanto i sandali.
Nonostante la situazione sul suo viso non s’era spenta quella luce
di fierezza che lo affascinava.
Estrasse dalla tasca della giacca una leggera, sottile e lunga sciarpa
di seta viola che portava sempre con sé, le portò le braccia
dietro alla schiena, legandole con abilità i polsi senza bisogno
di guardare, la mise a sedere sul lavabo aprendole le gambe.
I capezzoli erano rimasti turgidi, pensava all’imbarazzo che doveva
aver provato lei attraversando il treno con gli sguardi addosso, anche
le areole erano contratte e tutto spiccava sulla pelle chiara del seno,
che ora si rivelava più grande di quanto apparisse sotto la canottiera
nera.
Li prese entrambi fa le dita torcendoli e tirandoli più forte di
quanto aveva fatto prima, rammaricandosi di non avere nulla con sé,
nessuno “strumento”.
Per qualche istante rimase a guardarla, liberò poi i capezzoli
prese un seno nella mano e il capezzolo nelle labbra succhiandolo, stringendolo
con i denti.
Al primo contatto lei aveva tremato ed emesso un rantolo soffocato, che
ora si stava trasformando in un lungo, ininterrotto gemito roco, sarebbe
forse scivolata dal lavabo se non l’avesse tenuta spinta all’indietro.
Stringeva i denti continuando a fissarla, le poggiò una mano all’interno
della coscia, vicino all’inguine, sentiva la pelle morbida quasi
sfuggirgli mentre serrava le dita.
Il profumo della sua figa, eccitatissima, aveva riempito quello spazio
angusto, di nuovo fece scivolare le dita dentro di lei, stavolta più
aggressivo, senza sforzo, profondamente, mentre con il pollice le stimolava
il clitoride.
Il piacere la avviluppava come un mare dalle lunghe onde calde, sempre
più frequenti ed intense, sentiva arrivare l’orgasmo, lo
desiderava e, al tempo stesso, voleva negarselo per prolungare, dilatare
all’infinito le sensazioni intense che provava.
Ancora una volta, lui parve leggerle nella mente e, all’improvviso,
si bloccò, ritirando le dita madide per strofinarle sul suo collo,
scendendo poi sul seno, sui capezzoli, sul ventre.
Le sembrava d’essere giunta con fatica sulla cima d’una salita
e d’essere stata arrestata da una forza superiore alla sua, lo guardava
con aria smarrita, interrogativa, ma non osava parlare, chiedere.
“No....” di nuovo quella voce estranea dava corpo ai suoi
pensieri.
Un attimo, un minuto forse e lui tornò a penetrarla come prima
facendole riprendere il cammino verso la vetta, solo qualche passo indietro
rispetto al momento in cui s’era fermata.
Stavolta l’orgasmo era molto più vicino, daccapo però,
un istante prima che giungesse, lui s’era fermato, osservandola
senza parlare.
Ripetè più volte quel “gioco”, dimostrandole
quanto era lui a dirigerla, a dettare i tempi, a gestire il suo corpo.
Finalmente la liberò da quel susseguirsi di cime e precipizi, concedendole
di arrivare in fondo.
La costrinse a guardare in basso mentre l’orgasmo le esplodeva dentro,
le attanagliava le reni, la schiena, il ventre, la mente e vide la mano
di lui raccogliere gli umori che zampillavano fuori come mai le era accaduto
prima, stupefatta assisteva a qualcosa di cui aveva solo sentito parlare,
che non credeva possibile potesse appartenerle.
Vide la macchia che aveva causato sulla camicia e, in parte, sulla cravatta
nello stesso istante in cui anch’egli se ne accorgeva e al piacere
si sommò una specie di sottile paura, di cui non capiva la ragione.
Lentamente Federico iniziò a slacciare la cinta dei pantaloni e
diede corpo al timore che l’aveva presa.
Afferrandole i capelli la costrinse a scendere dal lavabo, credeva che
le gambe non l’avrebbero retta, la spinse verso il pavimento facendole
poggiare il viso contro la parete.
Per un lunghissimo istante non accadde nulla, poi i primi colpi arrivarono
quasi come una liberazione a segnarle le natiche, la schiena, le braccia
ancora legate, le mani aperte.
Si mordeva le labbra per non farsi sfuggire le grida di dolore e piacere
che sentiva salire prepotentemente.
Aveva perso la nozione del tempo quando i colpi cessarono e sentì
la cinta passarle intorno al collo, usata ora per farla sollevare in piedi.
Il metallo freddo del lavabo le diede un piccolo sollievo, così
come lo specchio su cui poggiava la schiena che bruciava.
Federico si tolse la giacca, la cravatta, poi la camicia ed il resto e
le si avvicinò tornando a stringere la cima della cinta che ora
usava come un guinzaglio.
Abbassò lo sguardo e vide, finalmente, quanto anch’egli fosse
eccitato, con una punta di compiacimento che non riuscì a nascondere.
La penetrò con un colpo secco, violento.
Lo sentiva muovere con forza dentro di sé e l’eccitazione,
mai del tutto sopita, tornò a salire velocemente, tanto che sapeva
che un nuovo orgasmo sarebbe giunto quasi subito.
Non fece però in tempo, lui, inaspettatamente, s’era staccato
e, tirandola per quella specie di guinzaglio, l’aveva fatta scendere,
costringendola a voltarsi.
Sentì la lingua di lui farsi spazio fra le sue natiche, facendole
intuire, comprendere le sue intenzioni.
“Ti prego mio Signore, mai nessuno prima di te...”
Per la prima volta aveva usato il termine Signore e lo aveva fatto con
spontaneità, come fosse il modo più naturale e giusto di
rivolgersi a lui.
Il dolore, acuto ma breve, lasciò subito il posto ad un piacere
diverso da precedente, non meno intenso, sembrava più tangibile,
fisico. Ciò che la eccitava di più era però la sensazione
di totale dominio che le trasmetteva.
Lo sentiva affondare dentro di lei con movimenti sempre più potenti
e frequenti, sentiva che stavano procedendo affiancati verso il culmine.
Quando sentì il suo calore spandersi dentro di lei un orgasmo lunghissimo
le fece quasi perdere i sensi, non solo per l’intensità,
ma per il significato che gli attribuiva, per il senso di appartenenza,
di devozione verso quell’uomo fino a poco fa sconosciuto, al quale
ora non poteva fare a meno di obbedire, felice e fiera di servirlo.
Il suono del loro respiro si fondeva con quello ritmato, rassicurante
del treno, l’odore acre dei loro corpi sudati la inebriava, il viso
ancora schiacciato contro lo specchio attraverso il quale aveva potuto
vedere i lineamenti contratti di lui mentre la possedeva, l’espressione
che non aveva smesso, nemmeno per un istante, di trasmetterle quella forza
che la incatenava a lui, ora più che mai.
Chiuse gli occhi per qualche istante, quasi a voler trattenere nella mente
quel turbine di emozioni che l’aveva travolta, sfinita.
Li tenne chiusi anche quando sentì sciogliere il nodo che le stringeva
i polsi.
Lo scatto del chiavistello la costrinse a riaprirli, giusto in tempo per
vederlo uscire senza voltarsi.
Federico, tornando verso il suo posto, si fermò al bar e, prendendo
un caffè, sistemò meglio il nodo della cravatta, perfetto
come sempre, la macchia era scomparsa, solo qualche leggera traccia sulla
camicia che osservò con un sorriso.
La vide passare alle sue spalle nello specchio che aveva di fronte, camminava
con l’aria spavalda che aveva nei primi istanti di quell’incontro,
sentì che lo sfiorava. Voltandosi a guardarla, notò le braccia
nude, con impressi i segni rossi che lei sembrava quasi ostentare. Era
la sua volta, ora, di sorridere compiaciuto.
Di nuovo, i volti dei passeggeri, le loro storie che lo incuriosivano;
quattro giapponesi, fotocopia l’uno dell’altro, sembravano
preparare un esame di scuola, più che leggere la guida turistica
di Roma.
Avvicinandosi al suo posto, la fissò per cogliere le sensazioni
che trasmetteva, lei alzò gli occhi, guardandolo con un’espressione
che aveva perso ogni traccia di sfrontatezza, il girasole si scaldava
agli ultimi raggi del Sole, prima di chinare il capo sino al giorno seguente.
Tornato a sedere, riaccese l’iPod che aveva lasciato nella valigetta,
mise gli occhiali scuri, aprì il blocco sul quale appuntava i pensieri,
le idee che voleva fissare, spunti per il suo lavoro di progettazione
o per i racconti che scriveva.
“…can you tell a green field from a cold steel rail, a smile
from a veil...”
Curiosa coincidenza che fosse proprio quella frase di Wish you were here
ad accompagnarlo in quel momento.
Il treno, ora, procedeva lento entrando nella stazione di Firenze.
S’era alzato, aveva preso la valigetta, il trolley e aveva rivolto
di nuovo lo sguardo verso di lei, gli occhi grigi sembravano splendere
ora, si chinò ad accarezzarle una guancia.
Sceso dal treno, s’era acceso quella sigaretta che aspettava con
impazienza da due ore, intenzionalmente s’era fermato in corrispondenza
del finestrino attraverso il quale lei continuava a guardarlo.
Fermo al sole fuori della stazione, Federico cercava con gli occhi un
taxi.
Mettendosi una mano in tasca, trovò un foglietto piegato in due.
- Grazie. Gloria 338………….-
“Sono io”
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