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Ci sono dei giorni in cui non mi va proprio di andare in università, in quei giorni di solito finisce che me ne vado in un cinema a luci rosse. La cosa che mi eccita di più è sedermi e, quando gli occhi non si sono ancora abituati all'oscurità, lasciare che qualcuno mi si avvicini e cominci a toccarmi. Ho 20 anni, non sono un ragazzo particolarmente bello, ma ho un bel personale e una faccia a posto; i frequentatori di questi posti sono in genere over 50, affamati e senza delle grosse possibilità di praticare sesso in modo diverso, per cui io pur non essendo Adone risulto spesso un bocconcino prelibato. A me eccita guardare il film mentre uno, due, più uomini si danno da fare per toccarmi. Qualcuno mi invita ad andare in bagno o dietro una tenda, ma io preferisco stare li, in mezzo a quelle persone, che non costituiscono mai una folla ma sono pur sempre un pubblico eccitante. Mi piace essere toccato da sconosciuti, sentire le mani che percorrono il mio corpo tramando per l'eccitazione, sentirne una fredda, una calda, una ruvida e l'altra liscia: una diversità che testimonia quanti individui stanno godendo della mia pelle. Quel giorno faceva freddo, c'era una pioggerellina che rendeva umida l'aria e la sala, buia, aveva mutato il solito odore di chiuso e di fumo vecchio in qualcosa di più muschiato. Levai il giubbotto e lo appoggiai sullo schienale del sedile davanti a me, in modo tale che rimanessero liberi i posti accanto. Quel giorno c'era parecchia gente e non aspettai molto prima di sentire qualcosa di viscido che si strusciava sulla mia guancia. Conoscevo quella sensazione, un uomo dietro di me mi stava porgendo il pene sperando che lo succhiassi. Mi girai e cominciai a leccarlo, ben presto arrivarono i curiosi, una piccola folla. Presero a toccarmi; mi slacciarono i pantaloni, mi aprirono il cardigan e la camicia, sentivo mani ovunque ed ero in estasi, leccavo quel cazzo che non sapevo nemmeno di chi fosse. A un tratto feci in modo che il tizio si abbassasse e gli chiesi in un orecchio di non venirmi in bocca o sporcarmi di sperma, lui annuì e io andai avanti nel mio lavoretto, incitato dalle parole e dalle carezze di chi ci circondava. Improvvisamente la folla si diradò e io mi rassettai in fretta, immaginavo che fosse successo qualcosa, e infatti era entrato un tizio con una pila. Di solito questo genere di cinema non ha la maschera, ma c'e' chi, per trovare posto, entra con una piccola torcia, suscitando mugugni e improperi da parte di chi sta facendo cosacce al buio, questa volta però il personaggio aveva una grossa torcia e percorreva le file. In breve molti degli avventori si erano dileguati, mentre io me ne stavo al mio posto con aria innocentissima. L'uomo passò, non potevo vedere la sua faccia, dietro al bagliore della luce, ma quando proseguì tirai un respiro di sollievo. Poco più tardi uscii, perché quella visita aveva turbato l'atmosfera e non si combinava più nulla, ma appena uscito dalle tende incontrai un tizio che mi fermò dicendomi: "ti sei divertito prima eh?". Ero ancora teso per quanto era successo e non riuscii a blaterare che un "di cosa parla?" detto in modo tremolante e poco convinto. Lui capì che aveva u grosso vantaggio, mi mollò un ceffone e disse "cosa ti credi di poter fare nel mio cinema? Adesso seguimi che ci chiariamo, se non vuoi beccarti una bella denuncia". Ero impietrito, non osai dire nulla ed entrai nella porta che aveva appena aperto. Si trattava di un ripostiglio, c'erano delle scatole di latta da pellicola, scope e attrezzaura per la pulizia, degli armadietti da spogliatoio e un tavolo. Io riuscivo solo a pensare cosa mi avrebbero detto i miei genitori se avessero saputo della cosa ed ero letteralmente terrorizzato: e se mi avessero fotografato? L'uomo disse "per prima cosa chiedi scusa!"; "mi scusi", risposi. "Chiedi scusa come si deve stronzetto, inginocchiati"; lo disse con un tono non irritato o autoritario, ma canzonatorio, come se la cosa lo divertisse. Io mi inginocchiai e dissi "mi scusi, non volevo". "No tu volevi, perché sei un porco, ma adesso ti sistemo io" ... pausa... "ti piace metterti con quegli sfigati là dentro eh? Beh, adesso vediamo se hai le palle per mettertici con un uomo vero" ... pausa (io cominciavo a capire in che situazione mi ero messo, ma sentivo anche il groppo in gola e nello stomaco tipico dell'eccitazione più forte) ... "SPOGLIATI!". Preso dalla malizia della situazione cominciai a farlo lentamente, come se fosse stato lo spettacolo che offrivo agli avventori del cinema, quando mi beavo della loro eccitazione, ma subito arrivò uno schiaffo: "fai in fretta e metti i vestiti sul tavolo, poi stai in piedi diritto e con lo sguardo basso". Mi spogliai in fretta, misi i vestiti sul tavolo e mi misi in piedi, senza fiatare, lui mi girò intorno, toccandomi come se fossi merce da scegliere e quindi si diresse verso uno degli armadietti, lo aprì e mi disse: "dentro". IL tono era pacato, come se fossi ipnotizzato ubbidii e mi ci infilai, lo sportello si chiuse e proprio in quel momento mi accorsi di quanto facesse freddo. Dopo qualche minuto tremavo come una foglia dopo un'eternità cominciai ad essere indolenzito, dopo un'altro immenso intervallo di tempo sudavo, non sentivo freddo e avevo paura che mi volessero lasciare lì per chissà quanto tempo. Fu proprio mentre ero assalito da quei pensieri che l'uomo tornò: era sicuramente in compagnia, perché sentivo armeggiare e bisbigliare, anche se non capivo cosa stesse succedendo. Aprì l'armadietto e mi trovai davanti a lui e a una donna. Lei era nuda, in piedi, lo sguardo basso, la carne molle e bianca, avrà avuto sui quarantacinque anni. Il seno era pesante e appariva flaccido nonostante lei tenesse le mani dietro la schiena, i fianchi erano larghi e rugosi, portava due anelli ai capezzoli. Lui mi disse "taci e guarda". Indicò on punto sul pavimento, lai vi si inginocchiò immediatamente, senza staccare le mani da dietro la schiena. Lui aprì i pantaloni ed estrasse il pene, lei chiuse gli occhi e alzò il viso aprendo la bocca. Fu allora che potei vedere la sua faccia. Incorniciata da una pettinatura da casalinga, ovale, truccata solo con dell'eye liner e un po' di rossetto. Lui cominciò a pisciarle in bocca, lei riceveva e inghiottiva senza fiatare. Quando lui finì lei abbassò di nuovo il volto e stette lì. Lui prese dall'angolo delle scope un pezzo di bambù, di quelli che sostengono le piante, lungo forse un metro e mezzo. Lo impugnò e con la punta toccò una spalla della donna. Lei alzò il capo e portò le mani dietro la nuca. Fu allora che lui portò un dito alla bocca, come per indicare di fare silenzio, lei abbassò lo sguardo in modo rassegnato. Improvvisamente il ritmo cambiò, lui prese a percuoterla, ovunque, quasi alla cieca, senza risparmiare la schiena, le spalle, la schiena e così per qualche secondo in cui lei ebbe solo delle smorfie di dolore, e poi di nuovo si placò. Le girò intorno e quindi disse, con voce pacata, come se stesse ordinandole di alzarsi, "piangi". Mi chiedevo come potesse ottenere lacrime a comando, e infatti queste non vennero, lui con aria stizzita: "se non sai come si fa a piangere so io come fartelo fare". Un'espressione di autentica paura precedette altrettanto autentici singhiozzi. L'uomo si voltò verso di me e disse , indicando con la pinta del bambù il seno della donna: "piscia qui". Io, nonostante il freddo ebbi difficoltà a cominciare a urinare, ma non osai disubbidire, dopo avere finito guardai con aria interrogativa l'uomo, lui mi indicò per terra come aveva fatto con la donna e io, come lei, mi inginocchiai con le mani dietro la schiena. Non mi arrivarono commenti tipo "bravo", ma lui si voltò verso la donna e, indicando la chiazza di liquido che le avevo fatto colare addosso e che si era depositato sul pavimento disse "pulisci". Lei si chinò e leccò pazientemente il pavimento. Eravamo uno accanto all'altra, io non sapevo se essere più incredulo per quello che vedevo fare dalla donna o per il mio stesso comportamento. Fu allora che lui mi prese per i capelli e mi spinse il cazzo in bocca. non gli stavo facendo un pompino, era lui che usava la mia testa, io sentivo male ai capelli e cercavo di respirare fra una pompata e l'altra a cui lui mi obbligava. Mentre con una mano lui muoveva la mia testa, con l'altra menava colpi a quella che leccava il pavimento. E poi venne. Non mi chiesi nemmeno se inghiottire o sputare, visto che la mia testa veniva ancora manovrata e fu lasciata solo quando in bocca non ebbi più nulla. Si riabbottonò i pantaloni, mi disse: alzati e vestiti. Lo feci in silenzio e restai in piedi davanti a lui. "D'ora in poi mi chiamerai padrone". "si, padrone". Andò verso la porta e la socchiuse, io mi diressi verso l'esterno. Prima di aprirla abbastanza per farmi uscire mi disse: "dopodomani qui alle tre del pomeriggio, vattene", risposi: "si, buongiorno, padrone". Scrivo questo racconto come forma di omaggio a una persona che non so se voglia essere citata, spero che sarà un omaggio gradito. |
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