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Imploravo Lyse che non lo facesse. La supplicavo. Ero pentito di averla tradita con quella ragazzina. Mi stavo rendendo conto adesso della sciocchezza che avevo commesso. Avevo tradito la bellissima donna con cui stavo da circa sei anni, tutto il periodo compreso tra la fine del liceo e l'Università. Avevo ceduto alle tentazioni di una matricola, presentata dal mio compagno di casa, un altro studente. E appena avevo rivisto Lyse le avevo immediatamente confessato l'avventura. Ed ora lei ne stava traendo le conseguenze. Mi stava mollando. Decisa a non tornare sui suoi passi, la vedevo più bella e lontana che mai, in piedi nella stanza. Lei mi spiegava con tranquillità che forse era destino che dovesse finire, che probabilmente era giusto che intraprendessimo altre avventure visto che, prima che ci fidanzassimo, avevamo avuto ben poche esperienze amorose. Le avevo fatto la confessione a voce bassa. Colpevole, tenevo lo sguardo abbassato, mentre ero sdraiato sul letto, completamente vestito, nella mia camera da studente. Lei ascoltava seduta sulla poltrona della scrivania, avvolta nella sua gonna in lana melange che le scendeva fino alle ginocchia. Indossava scarpe e calze nere ed una camicetta color avorio, aperta quel tanto da lasciar intravedere l'elegante filo di perle che portava attorno al collo. Gli orecchini di oro bianco a forma di sottile losanga facevano capolino dai capelli accuratamente ordinati dopo la piega e conferivano al volto l'aspetto di una vera signora, nonostante i suoi venticinque anni. Era completamente diversa da Bea, la ragazzina iscritta al primo anno di Università con cui l'avevo tradita, bella e maliziosa ma trasandata, come fosse erede del periodo di rivolta studentesca in cui le donne vestivano, come copie, in jeans e giubbotti scialbi. D'altronde questo rimarcava la differente condizione sociale tra le due. Lyse proveniva da una famiglia borghese, nota in città. Bea era di origini umili, come me. Per quel che riguarda me, ero stato in qualche modo prescelto da Lyse come fidanzato perché al liceo ero un ragazzo diligente e tra gli adolescenti, si sà, la stima per il ragazzo intelligente può facilmente far superare gli ostacoli dovuti alle differenze dello stato sociale di appartenenza. Fu tuttavia chiaro, col tempo, che ciò riuscì solo in parte; durante gli anni del nostro fidanzamento era Lyse che decideva per entrambi, conscia di una certa superiorità dovuta per nascita ma anche poi ampiamente meritata sul campo. Lei decideva se andare in vacanza, se uscire per vedere un film al cinema, se e come fare l'amore, sempre in modo delizioso. E a me non sembrava vero. Mi sentivo graziato perché potevo frequentarla, e non riuscivo a spiegarmi per quale motivo lei, così bella ed inarrivabile ai miei occhi, così desiderata da tutti quanti, avesse intrapreso questa storia con me. Ma ora stavamo per laurearci, entrambi con il massimo dei voti, ed io ero lì, disteso sul letto. Dopo avermi ascoltato, toccava a lei trarre le conseguenze. Si sedette sul letto, accanto a me, e prese a carezzarmi con dolcezza i capelli, con comprensione, come fosse un cane bastonato. Le fissai l'orlo della gonna, le gambe, le scarpe col tacco. Adesso tutta la sua superiorità era manifesta. Sicura, poggiò le sue dita sulle mie labbra. Istintivamente aprii la bocca in modo distratto; l'indice della mia ex fidanzata si fece strada dentro la mia bocca. Premette sui denti, mentre il suo sguardo fiero mi scrutava in modo attento. Non riuscivo a sostenere i suoi occhi e guardai in basso, aprendo dolcemente ancora di più le labbra. Cercai con la lingua il suo dito; appena lo raggiunsi, lei lo tolse. Attese un attimo quindi mi colpì con un violento schiaffo. Rimasi interdetto in silenzio. Lei disse di guardarla, i suoi occhi erano vittoriosi. "Ti prego, rimani con me" sussurrai "concedimi un'altra possibilità". "No" replicò decisa "sei stato tu a volerlo. Ora anch'io voglio provare". "Ti prego, perdona il mio errore, non posso stare senza di te. Tienimi. Fai pure le tue esperienze ma tienimi con te" supplicai "Non ti ostacolerò. Vivrò a fianco a te senza pretese, caso mai da amico - se tu non vorrai concederti - ma non abbandonarmi", così dicendo le presi una mano tra le mie. "No" rispose lei con occhi sorridenti ma comprensivi "non mi va l'idea della coppia aperta. Pensa a chi ci conosce, a cosa dirà del fatto che tu, mentre stai con me, te la fai con quella stupida mocciosetta. E poi per il momento non ho alcuna intenzione di continuare ad avere una storia d'amore con te". Intuii che Lyse non avesse inteso la mia proposta o, forse lei voleva che io ora specificassi meglio quanto fossi disposto a fare. Le strinsi la mano e cercai di spiegarmi in miglior modo: "Ti prego, Lyse, fallo almeno per il bene che ci siamo voluti. Non intendevo chiederti di vivere con me come fossimo una coppia aperta. Tu potrai fare ciò che più desideri. Io non avrò storie. Se tu non vorrai avere rapporti sessuali con me, io vivrò la castità senza lamentarmi. Mettimi alla prova, alla mia prima lamentela potrai interrompere in modo definitivo la storia. Non ti sarò di alcun ostacolo. Ti prego, prova". Mi guardò fisso, cercando di intuire se fossi sincero. Avevo le lacrime agli occhi ed aggiunsi "Ti prego". Con una mano mi accarezzava le orecchie, poi continuando a fissarmi affermò "Non lo so. Ci devo pensare". Le diedi un casto bacio sulla mano quindi lei si avviò. Prima che uscisse le chiesi: "Quando potrò sapere qualcosa?". Rispose che adesso aveva bisogno di stare sola; avrei potuto provare a farmi sentire dopo qualche settimana. Fui ricercato da Bea nei giorni successivi. Mi rifiutai di vederla. Consideravo che se avessi accettato di frequentarla nuovamente sarebbe stato come tradire un'altra volta Lyse, anche se lei non mi voleva più come amante. E poi cominciavo a provare piacere all'idea di dover rimanere fedele a Lyse, quand'anche lei non si desse pensiero per me. Era come un dovere verso di lei; ormai era chiaro quanto la sua natura di donna fosse superiore. Mi faceva piacere riconoscerle il diritto ad avere attorno a sé persone, come me, disposte a donarle tutto, compresa la castità, senza che per questo avessero dovuto nutrire alcun desiderio di qualsivoglia ricompensa. La rincontrai, per caso, dopo una decina di giorni, all'Università. La intravidi da lontano, bellissima; indossava un tweed grigio chiaro, la gonna aveva un ampio spacco laterale che lasciava intravedere gran parte delle gambe rivestite da calze color avorio. Ci fermammo a parlare ad un tavolo sulla strada di un bar vicino. Mi raccontò con la massima naturalezza che aveva incontrato un bellissimo professore divorziato, con il quale avrebbe dovuto uscire quella sera. Avrei voluto inginocchiarmi e baciarle le mani lì, in mezzo a tutti. Lei mi mostrava affetto ma capii che non c'era più desiderio. Toccò a me riprendere il discorso interrotto la volta precedente chiedendo se avesse deciso di permettermi di continuare la storia con lei. Non aveva ancora deciso. Tuttavia chiese se io avessi gradito accompagnarla a casa per prepararsi all'uscita col suo professore. Non avevo impegni nel pomeriggio, sicchè avremmo potuto continuare a parlare in attesa che venisse l'ora che lei uscisse. Era la casa che i suoi le avevano comperato per gli studi del corso di laurea, dove io ero stato invitato più volte durante gli anni appena trascorsi, e dove, a volte, mi aveva ospitato per la notte. Non aveva mai voluto che mi trasferissi da lei; aveva preteso che affittassi una stanza in casa con altri studenti, uno dei quali mi presentò poi Bea. Pensavo che se Lyse non avesse voluto abitare da sola, se avesse voluto che vivessi con lei in casa sua non si sarebbe costituita occasione per tradirla ed ora forse sarei stato ancora al suo fianco; ma quel pensiero non aveva più senso e certamente non giustificava in alcun modo il mio tradimento. Ora sentivo solamente di doverle semplicemente esprimere gratitudine perché ancora accettava che la vedessi. Immerso in questi pensieri, di nascosto, la sbirciavo, mentre, indifferente si muoveva con la classe naturale che la contraddistingueva. Le chiesi del nuovo fortunato con il quale sarebbe uscita. Mi raccontò di averlo conosciuto sul lavoro alcuni giorni prima; la sera stessa lui l'aveva chiamata chiedendole un appuntamento che lei aveva accettato. Era entusiasta. La ascoltavo con piacere, grato che condividesse i suoi nascenti sentimenti e, sebbene fossi suo ospite, mi offrii di prepararle un caffè, in quella casa che conoscevo bene. Accettò, continuando a stare seduta sul divano rosso, in cucina. Adorai servirglielo desiderandola con tutto me stesso. Squillò il telefono e lei corse nell'ingresso a rispondere. Capii che parlava con il suo nuovo lui; si accordò sull'orario e quindi tornò sorridente. Le chiesi la conferma che fosse stato lui. Rispose affermativamente. Precisò con tono curioso che lui le aveva chiesto di rendersi più attraente che mai, perché sarebbe stata una sera importante e chiese se io potessi consigliarle cosa indossare. Avrei potuto ribattere che forse sarebbe stato meglio decidere cosa non indossare, ma non osai. Temevo che sarebbe risultato inopportuno. Almeno all'inizio di questo nuovo rapporto non potevo permettermi di fare battute che avrebbero potuto essere state fraintese, giudicate invadenti. Come se mi facesse una gradita concessione, ed in effetti tale era, disse che, mentre lei faceva la doccia, avrei potuto sceglierle gli abiti dal suo guardaroba. Quindi si avviò nella stanza da bagno. Rimasto solo, io raggiunsi la sua camera. Scelsi per lei, dall'armadio, un vestito bianco corto senza spalline, un paio di calze nere a rete ed un completo intimo nero di pizzo semitrasparente, infine un paio di stivaletti con il tacco alto ed un golf di cashmere color ghiaccio. Appoggiai i vestiti sul letto ed attesi. Aspettai circa mezz'ora prima che riapparisse, avvolta in accappatoio. Lei giunse in camera, guardò distrattamente i vestiti scelti, poi slacciando con naturalezza l'accappatoio e mostrandosi in tutta la sua bellezza, chiese: "Mi aiuti?" Così dicendo si sedette sul letto e mi porse le calze autoreggenti. Mi chinai sulle ginocchia di fronte a lei, pensando che mi stesse mettendo alla prova, che volesse verificare se fossi stato in grado di rispettare il nuovo ruolo che io stesso avevo pregato accettasse, quello dell'aiutante che non la rompesse più di tanto. Dissimulando finta naturalezza, mentre morivo dalla voglia, le srotolai le calze sulle gambe, la destra, poi la sinistra. Quindi lei si alzò in piedi e mi porse culotte e reggiseno a balconcino. La aiutai con zelo. Appena indossati, infilò da sola gli stivali, quindi fece una piroetta su sé stessa e, facendo, con civetteria, una smorfia di ammirazione di fronte allo specchio, chiese: "Ti piaccio?". "Sei bellissima" risposi. "Non sai dire altro" scherzò schernendomi, mentre, rimanendo di fronte allo specchio, cambiava posizione. "Perché è la verità" sussurai. "Spero tanto che anche lui lo pensi" mi disse porgendomi infine il miniabito. Glielo infilai dai piedi, poi le allacciai la cerniera sul dietro. Era una donna da scopare. Ma non più per me. Mi diede un casto bacio sulla guancia, per ringraziarmi. "Ora scusami, devo finire di truccarmi" disse. Raggiunse il bagno. Quando riapparve, io ero sconvolto dal desiderio. Il solito filo di perle al collo, i soliti capelli sulle spalle, aveva un film di lucida labbra e una sottile linea di mascara sugli occhi, "Ora vai Silvio, fra poco arriva e non voglio che ti trovi. Grazie. Domani, se vuoi, puoi venire nel pomeriggio. Io sono in casa a studiare". Così fui congedato. Scendendo le scale, non riuscivo che a pensare all'immensa fortuna dell'uomo che quella sera l'avrebbe avuta. Quando fui sul portone, notai che un uomo distinto e brizzolato, circa cinquantenne, scendeva da una Saab, parcheggiata provvisoriamente nei posti riservati ai condomini del palazzo ed ebbi la sensazione che si trattasse del professore di cui mi aveva parlato. Indossava un abito elegante, grigio, ed una cravatta vivace a fiori. Pensai che assieme sarebbero stata una coppia molto osservata, quella sera. Sicuramente lui era più adatto al suo stile di vita di quanto avessi potuto essere io, anche per il modo di vestire, sotto tono. Io ero, purtroppo, molto più simile a quella scialba ragazzina che rispondeva al nome di Bea. Mi sentii come se, improvvisamente, dopo un sogno di gloria insperata, fossi stato di nuovo messo in strada Ero un cane abbandonato. Ed era strano come quella situazione mi desse piacere. Essere usato da Lyse per prepararla, per contribuire a renderla più attraente agli occhi di un altro, che sentivo superiore a me, era fonte di indicibile gioia. Da allora io non ero più il suo partner, né un suo pretendente, ero soltanto un uomo disposto a tributarle la dovuta devozione, felice di essere considerato come tale. Lei era come una Dea, una donna superiore che doveva avere tributi. Feci allora un'azione che certamente lei non mi avrebbe consentito. Rimasi nascosto dietro il palazzo, per spiarli, volevo vedere se uscivano assieme, volevo sapere se avevo intuito giustamente. Volevo la conferma che quella fosse la persona per la quale l'avevo aiutata a farsi bellissima. Attesi circa un'ora, poi li vidi finalmente uscire dal portone del palazzo. Erano loro, avevo visto giusto. Scherzavano, mentre la mano di lui, camminando, le sfiorava la schiena. Mi sentii pervadere da un desiderio ansioso che dovevo placare quanto prima. Ebbi allora la sensazione che non sarebbe più tornata con me. Adesso aveva conosciuto un vero uomo. Assieme costituivano una coppia stupenda. Io e Bea, al confronto, avremmo soltanto potuto essere i loro collaboratori domestici. Quella sera il nuovo partner l'avrebbe presa con decisione, lei avrebbe sperimentato ignoti piaceri sessuali. Nella sua vita, io avrei ricordato l'affetto. Le mani del suo nuovo amore la cambiarono. Una volta posate sul suo corpo fu come far esplodere una carica di dinamite. Le sue gambe acquistarono energia, il suo corpo sbocciò nuovamente, il suo fondo schiena trovò la giusta valorizzazione, le sue labbra scoprirono di non esser fatte solo per parlare e lei acquisì, nel volgere di poche settimane, una consapevolezza della propria capacità seduttiva che con me non aveva mai conosciuto. Adesso sapeva di essere una Dea. Mi avviai a casa da solo, preparai una cena veloce e mi misi a letto. Ancora, il desiderio di lei mi sopraffece. Mi sentivo impotente di fronte alle circostanze. Pensavo ai piaceri che, probabilmente, lei stava provando in quei momenti accanto a quell'uomo. Pensarla tra le braccia di lui mi sconvolgeva di desiderio. Non mi era consentito più urlare, farle scenate, piangere, per fermarla. Sarebbe servito soltanto ad allontanarla del tutto da me. Se ancora volevo perlomeno vederla dovevo soltanto stare sulle mie sperando che lei mi concedesse di continuare a vederla, che non volesse privarmi definitivamente del piacere di frequentarla, anche se, ai suoi occhi, solo da amico. Placai in solitudine le mie ansie. Venni. Sapevo che non avrei dovuto intralciarla. Quando la sentii al telefono, il giorno successivo, era raggiante di felicità. Mi fece capire che la storia con il profe, così disse, stava prendendo la piega giusta. Disse che quella sera l'avrebbe rivisto a casa sua. Mi ringraziò per aver contribuito al successo della serata scegliendo gli abiti adatti; ridendo si complimentò con me per la capacità di scegliere vestiti da donna. Le chiesi se avessi potuto vederla ma lei rispose che quel giorno non ne aveva voglia. Continuò a negarsi i giorni seguenti. Nel frattempo io ebbi modo di spiegare a Bea dell'intenzione di non proseguire oltre con la loro storia. Provai piacere nel comunicarle che non era il caso che si mettesse in mente strane idee sul nostro conto. Cercai di spiegarle che doveva intendere il rapporto sessuale avuto come non più ripetibile e, di fronte al dolore di Bea per la decisione, fui gratificato. Era per Lyse che ormai sentivo di dover esistere e scoprii che mi faceva piacere osservare le lacrime scendere sul volto di Bea. Incontrai di nuovo Lyse, dopo un paio di settimane, mentre passeggiava per le vie del centro. Per l'ennesima volta provai un imbarazzante senso di inferiorità. Su scarpe dal tacco, che ora stava indossando sempre più frequentemente, e calze nere a rete, si era fermata di fronte ad una vetrina, accompagnata dal solito profe dai capelli brizzolati, impeccabile in un abito classico; lo riconobbi subito. Lei vestiva un elegante tailleur scuro, più adatto ad una donna vissuta che non ad una della sua età. Lui si sentiva imbarazzato, nei soliti jeans e maglione dal collo alto. Non potevo smettere di guardarla, mentre sul marciapiedi all'altro lato della strada cercavo di allontanarmi in sordina, imbarazzato, nel timore di essere visto. Si dice che le donne avvertano di essere osservate, sicchè, mentre sgattaiolavo via, sentii la sua voce chiamarmi. "Ehi". Mi voltai, fingendo di scorgerla solo allora. Scoperto, non mi rimase che raggiungerli. Attraversai la strada, dissimulando falsa sorpresa. Lei sorrideva. Come al solito risultava più spontanea di me. Ci presentò: "Carlo, Silvio". Poi si rivolse a me...... "a proposito, scusami se non ti ho più chiamato". "Niente" le dissi in modo finto "...piacere", tesi la mano al suo uomo. "Ciao" disse Carlo ricorrendo subito a quel tono confidenziale che solitamente un uomo usa quando si rivolge ai ragazzini. "Chi è?" chiese Carlo a Lyse. "Il mio ex ragazzo, te ne avevo parlato" precisò lei. Nel frattempo squillò un telefonino. Carlo estrasse il cellulare dalla tasca interna della giacca e, scusandosi, si allontanò di qualche passo per rispondere. Per brevi attimi io rimasi solo con Lyse, non sapendo che dire. Tutto mi pareva inutile; era già una tale gioia poterle rimanere, per quegli attimi, a fianco. Ero sicuro che Lyse fosse consapevole della mia voglia di lei, il desiderio compresso, come mi aveva abituato a chiamarlo. Eppure lei continuava a rimanere immobile, aspettava che fossi io a parlare. "Sei bellissima" sospirai. Mi sorrise senza aggiungere nulla, ma mi squadrò con lo sguardo, dalla testa alle scarpe. Provai nuovo imbarazzo, immaginando che lei si stesse chiedendo come avesse potuto frequentarmi per un periodo così lungo; lei così bella in quegli abiti alla moda, io così umile dall'aspetto vagamente intellettuale. "E tu? Come va con Bea?" mi chiese indifferente. "Non l'ho più vista" risposi, fiero; le guardavo i piedi. "Bene..." stava per aggiungere qualcosa ma la conversazione non proseguì oltre, poiché Carlo, avendo terminato la telefonata, ci raggiunse nuovamente. "Devo andare, mi dispiace" disse Carlo rivolto a lei "se vuoi puoi restare, ci vedremo più tardi da me". Mi sentii improvvisamente felice, per la possibilità di rimanere solo con lei, ma ciò non avvenne. Lyse, infatti, mi guardò distrattamente, poi si rivolse a Carlo per dire che avrebbe preferito accompagnarlo. Rimasi a sbirciarli mentre si allontanavano. Ripensai al fatto che lei aveva fatto quel commento a proposito della mia storia con Bea. Perché aveva detto "bene"? mi chiesi. Ero orgoglioso di quel commento. Bastava dunque questo a rendermi felice? Sapere che a lei facesse piacere che le rendessi, in tal modo, omaggio? Ebbene sì. Questo mi era sufficiente a gioire. Interpretai il commento di lei come un'approvazione della mia decisione di lasciare Bea. Forse a lei faceva piacere sapere che, mentre godeva del suo uomo, io mantenessi, comunque, la castità per lei. Andai a comperare una bottiglia di champagne e festeggiai per la mia Lyse, a casa, solo. Sapevo di dover andare avanti. Fu lei che, in modo quasi telepatico, mi telefonò la sera stessa. "Sei stato molto cortese oggi" mi ringraziò "mi fa piacere che tu non abbia ricominciato con la storia di rivederci". "Forse è solo perché non ce n'è stato il tempo" scherzai. "Smettila, altrimenti mi pento di averti chiamato" mi ammonì. Voleva che io reprimessi ogni desiderio sessuale per lei. Che fossi casto. "E' che rimane difficile, dopo essere stati assieme, accettare l'idea di separarsi da te" precisai in tono dimesso. Poi aggiunsi.. "Oggi, dopo che mi avete lasciato, ho notato, esposte in una vetrina, un paio di calze che vorrei regalarti" "Ma allora è una fissazione" mi interruppe. Io, ai tempi in cui eravamo assieme fidanzati, adoravo infatti regalarle calze. Ritenevo giusto che ne avesse di tutti i tipi. Entrare in un negozio di intimo femminile a comperargliele mi faceva provare una sorta di umiliante e piacevolissima eccitazione. Quando le chiedevo, pensavo che la commessa immaginasse che dovessero essere per una donna stupenda, affascinante a tal punto da affidarmi le commissioni della spesa, rimanendo comoda a casa o al lavoro. E ciò mi faceva piacere. Quante donne hanno un uomo che, ordinariamente, compera loro perfino i collant? Quante poi permettono ad un uomo, senza aver intenzione alcuna di donarglisi, di regalargliene? Ora, l'idea di comperare collant ad una donna che non si concedeva più a me contribuiva a farmi provare ancora maggior piacere. Sapere che quelle calze sarebbero state uno strumento di seduzione utilizzato per altri corrispondeva ad ammettere di provare il piacere di "guardare ma non toccare", come mi disse una volta, visto che toccare non mi sarebbe stato concesso oltre. Inoltre il piacere diveniva più grande anche a motivo del fatto che, chi le avrebbe indossate ora, era una persona straordinariamente sexy. Se mi avesse permesso di regalarle calze sarebbe stato già bello per me. "Ti prego, acconsentimi questo regalo, sei così bella...... Non voglio sfinirti, ma tu dimmi solo il colore che preferisci" bisbigliai alla cornetta, avendo ormai assunto tono supplichevole. Fu forse per questo che cedette. "Va bene, ma il fatto è che non voglio che tu ti faccia illusioni......" Fu un'inutile precisazione. Conoscevo i miei limiti, sapevo che lei ormai era a livelli superiori. Non avrei mai più osato stimarmi all'altezza di essere nuovamente preso in considerazione. Mi bastava che lei accettasse il mio dono. "Figurati, dimmi solo che colore preferisci, ti prego" ribadii con falsa trascuratezza. "Avorio, ma non chiedermi il perché" si lasciò sfuggire. Immaginai che fosse il colore che piacesse a Carlo e così uscii a comperarle. Mentre ero in casa la sera, ogni tanto le rimiravo, immaginandole sulle gambe superbe di Lyse. Ero felice. Immaginai addirittura di essere al posto di Lyse. Avrei saputo come fare impazzire il mio uomo, lasciandomi carezzare a lungo, forse tutta la sera, prima di cedere all'estasi dei sensi, prima di incendiare di passione il "mio profe", facendolo morire dal desiderio, per poi averlo, su una sedia, su un tavolo, su un divano, mentre l'ex fidanzato, a casa, pensava a me. Andò avanti così per settimane. Le telefonavo sbavando al solo pensiero di sentire anche soltanto la sua voce. A volte non la trovavo in casa ed allora immaginavo che fosse col suo uomo. Le lasciavo messaggi di breve cortese saluto sulla segreteria, ma mai richiamava. Quando poi riuscivo a parlarle ero invece come bloccato, impacciato; riuscivo, a malapena, a salutarla. Mi sembrava come se lei sopportasse che io la cercassi, che le facessi domande anche intime (mi raccontava persino del modo in cui faceva all'amore) ma appena mostravo intenzioni di avere rapporti diversi mi richiamava al mio ruolo. Teneva a me come a un cagnolino affettuoso, ma era pronta a rimettermi in gabbia a cuccia non appena aveva il sentore che potessi disubbidirle. Dovevo imparare a contenermi, solo così la chance di stare assieme a lei, altrimenti sarei stato dato indietro. Così, piano piano, imparai a contenermi, ubbidendole. Volle che perdessi quella poca sicurezza che avevo. In cambio permetteva che andassi a trovarla, potevo sbirciarle le gambe, di nascosto, cercando di fissare le immagini come fossi una macchina fotografica, affinchè le sue immagini potessero rimanere nella memoria quando da solo potevo darmi piacere. Lei, invece, diventava sempre più sicura di sé, ogni giorno più attraente. Una volta finalmente permise che la raggiungessi e trascorressi il pomeriggio da lei, aveva voglia di parlare, sfogarsi. Mi sentivo ormai come un suddito di fronte ad una sovrana. Quando mi accolse indossava una gonna nera di pelle, calze color avorio, stivali lucidi neri ed una camicetta color ghiaccio. Era cambiata anche nel modo di vestire, ai tempi in cui mi frequentava era contraria, per principio ambientalista, ad indossare abiti in pelle. Ora probabilmente tali ideali erano stati sacrificati ad un altro ideale, che invidiavo: quello di piacere all'uomo cui sentiva di appartenere. "Vieni, entra Silvio, siediti" bisbigliò superiormente. Mi accomodai sul divano. "Vuoi bere qualcosa?" "Grazie" ribattei. Versò del whisky e sedette al mio fianco. "Sono delusa" cominciò "Carlo ha un'altra". E così mi raccontò di come lei avesse fatto per lui tutto ciò che le chiedeva e ciò non fosse comunque bastato a tenerlo. Era delusa, eppure ancora lo voleva. Mentre eravamo seduti, lei mi sfiorò la mano con le sue unghie rosse e mi disse: "Spogliati" Mi misi in piedi e lo feci in fretta, impacciato, mentre lei continuava a rimanere seduta, fumando tranquillamente una sigaretta. Rimasi in boxer e calze, di fronte a lei, che mi guardò lentamente, accavallando le gambe; poi, con un cenno del capo, senza alzarsi dal divano, aggiunse: "Tutto". A capo chino tolsi anche gli ultimi indumenti, in silenzio. Nell'ingresso squillò il telefono e lei si alzò per rispondere. Parlava alla cornetta e mi guardava mentre io rimanevo immobile, sembrava lei non avesse fretta di concludere la telefonata, scherzava e rideva con l'interlocutore. Ebbi l'impressione che si trattasse di una conoscenza relativamente nuova perché lei rispondeva a domande su di sè, le cui risposte sicuramente sarebbero già state note a chi la conoscesse. Trascorse al telefono circa dieci minuti mentre ero in piedi, nudo, ad attendere. Lei concluse con un vago appuntamento per il giorno successivo la chiaccherata con il suo interlocutore. Quindi, mi raggiunse e mi girò attorno, sembrava mi valutasse. Si mise nuovamente a sedere sul divano, indolente. "Mi desideri?" chiese. Abbassai gli occhi sul pavimento mentre sentii la mia voce uscire "Tantissimo". "Vieni" concesse, indicando, con un l'indice sinistro, i suoi piedi. Mi accovacciai per terra e posai le labbra sull'orlo degli stivali. Lei tirò in alto la gonna fino a scoprire il reggicalze. Credetti che mi indicasse il modo e cominciai a leccarle le gambe, le calze, senza avventurarmi, in un primo tempo, troppo in alto. Con la mano mi carezzava dolcemente la nuca, come si accarezza un cagnolino. Ero giunto in prossimità degli slip, trasparenti, neri. Feci per spostarli quando mi sentii tirare per i capelli. "No" sussurrò lei. Cominciai allora a leccare gli slip, mentre lei, mollando la presa, ricominciò a carezzarmi. Mi stava guidando. Lei voleva avere piacere in quel modo, era talmente sensibile che godeva della mia sottomissione attraverso gli indumenti. Chiese "Davvero, da quando ci siamo lasciati non hai più fatto l'amore?" "Ti sono rimasto fedele. Adoro questo tuo profumo" ribattei. "Bene, non voglio che tu abbia altre storie, mi fa piacere sapere del tuo desiderio per me, anche se non lo puoi sfogare. Voglio che tu sia in grado di vivere per me, senza che io neppure debba sfiorarti. Continua. Convincimi a tenerti". Muoveva le gambe, mentre godevo del suo profumo e del suo odore. Così avevo sempre desiderato essere. Nudo ai suoi piedi. Potevo guardare quegli stivali neri lucidi da cui proseguivano le calze avorio e la gonna mezza sollevata. Ora a lei, con me, piaceva a quel modo. Lui avrebbe voluto fosse per sempre, ma era convinto che, anche allora, lei stesse pensando a Carlo, ai suoi baci infiammati, alle sue labbra, al suo sesso. Mi stava facendo fare le fuse alle sue mutandine soltanto perché era arrabbiata con Carlo, solo per quel giorno. Lei era solamente rilassata, abbandonata ai suoi sensi, ancora completamente vestita seduta sul divano. "Ora basta, Silvio" disse ad un certo punto e mi allontanò da sé. Mi aveva mostrato abbastanza, quelle cose non erano per me. Mi aggiornò poi che quella notte si era recata nuovamente da Carlo. Gli aveva raccontato anche di quell'ultimo nostro incontro. Carlo aveva voluto scoparla in bocca, l'aveva offesa per quanto mi aveva concesso, dicendole che era una buona a nulla, d'altronde se era stata con un finocchiello come me... Però lei aveva goduto ed ora, se io veramente volevo avere ancora chance di vederla dovevo chiedere il permesso di frequentarla al suo prof. A me aveva semplicemente concesso di annusarla, forse anche per eccitarsi con Carlo, sì che ne potessi ricordare di nuovo l'odore, ero ormai considerato alla stregua di un cagnolino. Ero comunque grato alla mia padroncina. Nei giorni successivi, a lungo la cercai, inutilmente. Non era in casa. Lei, da parte sua, non si fece sentire. Solo dopo due settimane di inutili tentativi decisi di recarmi personalmente a cercarla. Mi recai sotto casa sua e vidi le luci accese. Non resistetti a suonare il campanello. Avrei finto di essere passato di lì per caso, e averne approfittato per un saluto. Lyse rispose al citofono e mi aprì. Salii le scale e la trovai sulla porta ad attendermi, come sempre era bellissima, con un abito nero senza spalline che le scendeva alle ginocchia impreziosito da uno spacco laterale, portava scarpe aperte dal tacco alto e calze color carne; aveva un nuovo look da ragazzina, con un filo di trucco. La salutai disinvoltamente ma intuii subito che non fosse sola. Entrando notai infatti il suo uomo comodamente seduto sul divano. "Buonasera" salutai accennando a porgere la mano; non riuscivo a rivolgermi al sig. Carlo usando un tono confidenziale. "Ciao" rispose invece Carlo con tono che mi parve seccato, aggiungendo "capiti proprio mentre Lyse aveva intenzione di andare a farsi bella". Poi si rivolse a Lyse; "magari a lui...... a proposito, come si chiama?" "Silvio" rispose Lyse, dimessa. "Magari a lui" continuò Carlo "farà piacere aiutare a prepararti" "Farò presto" lo rassicurò lei avviandosi verso la camera, non prima di aver chiesto a me "vuoi aiutarmi?" La seguii imbarazzato. Non riuscivo a capire come Lyse potesse desiderare farsi più bella di quanto già non fosse. "Fate pure con calma. Io finirò di scorrere il giornale" aggiunse Carlo, mentre io e Lyse raggiungemmo l'altra stanza. Lyse si sedette sul letto, tolse le scarpe, poi si alzò, si fece aiutare a slacciare i bottoni del vestito sulla schiena, slacciò il reggicalze; quindi si sfilò le calze; rimase con reggiseno e mutandine. Prese alcune creme di bellezza, poi mi invitò a seguirla nella stanza da bagno. La osservai mentre spalmava di crema le mani e carezzava le gambe; in seguito mise lo smalto alle unghie, bianco sia ai piedi che alle mani. Infine truccò il volto. Mentre faceva questo mi raccontò i particolari di come Carlo avesse voluto godere della sua bocca l'ultima volta che la vidi. Poi, per punirla, aveva preteso che lei si depilasse il sesso e l'aveva schiaffeggiata lì, in modo insistente, fino a farla gemere. Fui sconvolto da quanto apprendevo, non riuscivo ad immaginare con quali sensazioni alcuni minuti dopo sarei nuovamente potuto comparire alla presenza di Carlo, sapendo che lui aspettava la mia richiesta di permesso di continuare a vedere Lyse. Forse era per questo che Carlo mi aveva incoraggiato a seguirla. Voleva mettermi in imbarazzo, di fronte alla mia ex, tuttora amata donna, di cui ora lui disponeva. Voleva vedermi tornare da lui ad occhi bassi. Implorarlo di concedermi il permesso di continuare a vedere Lyse. "Ma poi mi ha perdonato sai?" continuò a raccontarmi Lyse "Dal giorno dopo mi ha amato di nuovo. Ora Carlo prova piacere ad immaginare il tuo desiderio frustrato, sapendo che mi vorresti ma non puoi avermi. E vuole mettere alla prova anche me. Vuole essere certo che io non abbia desideri che per lui". "E tu?" chiesi col capo chino "come la prendi?" "Io lo amo" rispose "non hai idea di come possa rendere felice una donna". Ero eccitato e tanto teso per ciò che ora ascoltavo. "Stasera farete l'amore?" osai domandarle. "E' per questo che vuole che mi prepari. Non vedo l'ora che mi prenda. Non appena avrò terminato di prepararmi, tu dovrai trovare una scusa per andartene e lasciarmi sola con lui. Sono sicura che stasera sarà favoloso con me". Lyse notò il mio sguardo lascivo; senza osare parlarle le stavo chiedendo di fare sesso, la desideravo. "Non provare a metterti addosso idee strane o lo chiamerò e non mi vedrai mai più" mi anticipò. Così, socchiudendo gli occhi, mi limitai a sussurrarle spontaneamente "Beato lui". Lei mi posò un bacio casto sulla fronte. Era tutto. Lyse approvava che io stessi composto nel mio ruolo, desiderava Carlo che la stava aspettando e che la voleva bellissima. Continuai ad osservarla mentre lei scelse stivali, in velluto nero con applicazione in perline e tacco alto rettangolare, indossò poi un paio di calze fuscia, una camicia bianca in tessuto stropicciato e una minigonna a portafoglio denim. Notai che non aveva indossato intimo. Dava un'impressione sexy e sbarazzina. Era inimmaginabile la naturalezza con la quale sapeva passare da abiti molto eleganti, da vera signora, ad un abbigliamento da sensuale lolita. "Potremo vederci ancora?" chiesi. "Sai che devi chiederlo a lui" rispose lei con fare indifferente. "E potremo...." Non mi lasciò terminare la domanda, intuendo ciò che stavo per chiederle. "No, quello no." affermò decisa "Ma se ti fa piacere continuare a vedermi pur sapendo di non avere speranze, puoi andare a chiedergli il permesso di venire a trovarmi, ogni tanto. Potresti aiutarmi a prepararmi per lui, darmi consigli da uomo...se ne sei in grado" aggiunse schernendomi con affetto, mentre si accomodava sul letto sollevando una gamba per indossare lo stivale, osservandola. Poi mi fissò. Mi misi sulle ginocchia. "Credi che accetterà che ti venga a trovare?" chiesi con tono dimesso, timido. "Non saprei. Puoi provare" replicò Lyse in un tono che dimostrava come la cosa non le interessasse poi molto. Poi mi guardò maliziosa ed aggiunse ammiccando con sfida ...."se lo desideri". "Ma ora basta, lasciami sola con lui. Vai!" aggiunse. Lyse si avviò quindi, davanti a me, verso la stanza dove il suo Carlo stava sfogliando il giornale. Da sopra gli occhiali lui le indirizzò uno sguardo d'ammirazione che sicuramente contribuì ad innorgoglirla di essere la sua donna, disponibile giovane amante. Comparvi al suo seguito, aspettai che il sig. Carlo ebbe finito di rimirarsela; poi andai incontro al sig. Carlo porgendogli la mano. "La saluto, professore, devo andare" bisbigliai. Carlo pareva non aver tempo per considerarmi. Gustava la sua Lyse, resa docile, la sua piccola vogliosa puledra. Si limitò a farmi un breve cenno con il capo disinteressaro a me. Stavo aspettando l'occasione per parlare, ma non sembrava arrivare. Dovetti chinare il capo e chiedere: "Professore, posso chiederle il permesso di continuare a vedere Lyse, di tanto in tanto?" Carlo si alzò lentamente dal divano e si mise in piedi al mio fianco. Mi fissò in silenzio. Avevo il capo abbassato. Era implicita, per me, l'ammissione di non nutrire pretese di qualsivoglia genere per questa concessione. Era naturale il riconoscere che al sig. Carlo spettasse l'insindacabile decisione. Carlo circondò Lyse con un braccio attorno al fianco. "Come dici?" mi chiese con naturalezza. "Le volevo chiedere il permesso di continuare a vedere Lyse" ripetei con voce tremolante e sguardo abbassato, "...ogni tanto" aggiunsi poi al fine di agevolarne il permesso. Notai che la mano del sig. Carlo lentamente era scesa a carezzare il fianco della "sua" giovane compagna. Poi il sedere, lentamente, attraverso la gonna. "Mi desideri?" sussurrò il sig Carlo ad un orecchio di Lyse. Lui le portò poi la mano libera sul seno, mentre con l'altra continuava a carezzarle il sedere. Strusciandosi su di lei aggiunse "E tu? Lo vuoi vedere il tuo Silvio?" "A me non importa. Lo vedrò se lo permetterai tu" ansimò Lyse tra le braccia di Carlo, di fronte a me, ancora in attesa di risposta. La mano che le accarezzava il sedere arrivò al sesso. "Va bene" decise il sig Carlo "ma tu lo sai" disse rivolto a me "che Lyse quando parla con me, ti chiama femmminello?" "Non ha importanza per me sig. Carlo. Le sarei comunque grato se accettasse di ricevermi a volte" supplicai. Carlo strinse forte il sesso di Lyse attraverso la gonna. "Se tu non vorrai amore, per me non importa trovarmelo tra i piedi" le sussurrò lei che si abbandonava al ritmo delle sue mani come fossero una calamita per il suo sesso. "No" giocò lui "diglielo tu che può venire un paio di volte la settimana: lo userai per tenere un po' in ordine questo cazzo di casa, lo farai vestire da cameriera e soprattutto non ti farai più veder nuda da lui". Lei si mise sulle ginocchia di fronte al sig. Carlo, mentre io osservavo. Lyse desiderava il sesso di Carlo. Tra le sue labbra. continua |
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