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Lo studio era avvolto
nella semioscurità, la luce emanata dal grande camino non riusciva
ad illuminarne che una piccola porzione. I pesanti mobili alle pareti
davano l'impressione di voler rendere ancora più scura la camera,
mentre i trofei di caccia, appesi ai muri, parevano ghignare verso l’uomo,
avanti con l’età, che si crucciava dinnanzi ad una gigantesca
mappa del continente nero. Sulla scrivania di mogano la lampada a petrolio
gettava la sua fioca luce su numerosi fogli sparsi, su cui risaltavano
le fitte righe di una scrittura elegante.
L’uomo si volse a guardare i trofei delle sue imprese venatorie.
- “Voi sapete dove si nasconde!”
Da giovane era stato un giornalista affermato per i suoi resoconti delle
imprese del Royal Army di Sua Maestà la regina Vittoria. Ovunque
i corpi di spedizione si spingessero Sir William Blackstone era presente.
Fu proprio per quei suoi resoconti che la regina gli aveva conferito
il titolo di Baronetto con una rendita che gli aveva permesso di compiere
le sue imprese.
L’uomo tornò a guardare la mappa per poi sedersi alla scrivania.
I fogli contenenti i suoi appunti furono nuovamente letti alla ricerca
di un indizio che magari si nascondeva tra righe dei suoi ricordi.
Rilesse ogni riga dal momento dell’inizio dell’avventura
che lo sconvolgeva ancora…
….. Il reggimento si era messo in marcia da qualche ora. Il colonnello
aveva informato William che quel giorno avrebbero attraversato un tratto
di giungla. Le guide arabe, gli unici esseri umani che si erano spinti
così all’interno di quel continente alla ricerca di schiavi
da vendere, avevano assicurato l’ufficiale che le tribù
d’indigeni non avrebbero creato alcun problema.
I soldati si muovevano con grandi difficoltà, impediti com’erano
dagli zaini, lungo il sentiero tracciato in mezzo alla giungla dalle
guide alla testa della colonna. Le casse con i viveri e le munizioni
erano trasportate a spalla da portatori posti al centro della colonna
stessa.
William camminava a fianco del colonnello, non troppo distante dai portatori,
mentre s’inoltravano sempre più nella fitta giungla. A
mano a mano che la colonna si spingeva in profondità in quel
regno lussureggiante, l’istinto dei soldati si risvegliò.
Più volte William scorse molti di loro che si fermavano ad osservare
nel fitto dei rami, per poi riprendere cautamente a camminare.
Il colonnello disse a quel punto al giornalista di tenersi pronto mentre
richiamava una delle guide, alla quale domandò se aveva notato
qualcosa di strano. La risposta fu che erano seguiti ma che non c’era
niente di cui preoccuparsi. Gli indigeni non avrebbero attaccato.
Il colonnello, pur sembrando soddisfatto della risposta, tolse la Webley
dalla fondina, imitato immediatamente da William. I soldati avevano
assunto istintivamente una formazione di difesa, in quanto la lunghezza
della colonna non permetteva ad ufficiali e sottufficiali di impartire
gli ordini necessari. Il comandante chiamò un paio di portaordini
ai quali affidò il compito di informare rapidamente gli uomini
di tenersi pronti ad affrontare un combattimento.
Le rosse uniformi si stagliavano nettamente contro il verde della vegetazione,
fornendo un ottimo bersaglio agli eventuali nemici, che rimanevano ben
nascosti tra gli alberi. Man mano che l’ordine del colonnello
raggiungeva i soldati, questi inastavano le baionette, tenendo i fucili
puntati verso i lati del sentiero.
Improvvisamente nella giungla calò un terribile silenzio e, a
quel punto, i soldati si prepararono ad affrontare il combattimento.
I cani dei fucili furono abbassati, ma nessun segno dei nemici fu visto.
Verso mezzogiorno il colonnello, per quanto desiderasse attraversare
la giungla il più rapidamente possibile, sapeva che doveva dare
agli uomini un attimo di sosta per permettere loro di rifocillarsi.
La colonna si fermò permettendo ad una parte degli uomini di
ristorarsi mentre l’altra continuava a tenere d’occhio la
giungla.
Gli indigeni scelsero quel momento per attaccare. I soldati tentarono
di raggrupparsi per formare il quadrato, ma la fitta giungla impedì
loro di applicare quella tattica che tante volte si era dimostrata risolutiva.
I soldati cominciarono a cadere mentre nessun indizio dimostrava loro
che i loro colpi raggiungevano il bersaglio.
I portatori iniziarono a fuggire abbandonando le casse, mentre William
cercava di mettersi al riparo dalle frecce e dalle lance che sbucavano
dalla giungla. Non era un soldato, ma si accinse ugualmente a vendere
cara la pelle. A fianco del colonnello esplose tutto il tamburo del
revolver. Un albero gli forniva riparo mentre cercava un improbabile
bersaglio.
Tutto intorno era un inferno di spari, urla, ordini, sibili di frecce…
quei pochi soldati che riuscirono a raggiungere il punto dove lui e
il colonnello si trovavano cercarono di assumere una formazione che
permettesse loro di proteggersi a vicenda.
Il numero dei soldati si andava assottigliando rapidamente, il colonnello
si volse verso William.
- “Cerchi scampo nella giungla e cerchi di tornare indietro. Racconti
al mondo come sono caduti i miei uomini. Cercheremo di coprirla il più
a lungo possibile.”
William cercò di convincere il colonnello a fare la stessa cosa
con i suoi uomini. Il comandante gli spiegò che rimanendo a ridotta
avevano qualche speranza, ma se avessero iniziato a fuggire sarebbero
stati presto sopraffatti uno per volta
William iniziò ad arretrare dalla linea del fuoco guardandosi
attorno.Gli parve di intravedere un punto della giungla da cui non giungevano
le micidiali frecce e vi s’insinuò, cercando di allontanarsi
dal luogo del combattimento, con l’intenzione di ritornarvi appena
avrebbe avuto la certezza che tutto era finito.
Continuò a correre fin quando gli sembrò di non udire
più il rumore della battaglia, ma a quel punto si era perso.
Le guide arabe avevano assicurato che avrebbero attraversato solo la
parte più esterna della giungla, ma lui nella fretta di allontanarsi
doveva essersi diretto verso l’interno.
Si fermò per cercare di orientarsi fu allora che sentì
distintamente il rumore di qualcuno che lo inseguiva. Non si domandò
se fossero soldati che cercavano scampo o selvaggi al suo inseguimento.
Riprese a correre, per quanto gli permetteva quella giungla, che pareva
infittirsi ad ogni passo.
Ogni tanto si fermava a riprendere fiato ed ogni volta riprendeva a
correre più di prima, sentendo sempre più vicini i suoi
inseguitori. Non aveva idea del tempo che era trascorso da quando aveva
iniziato la sua fuga, l’orologio e la bussola li aveva persi durante
quella corsa infernale. Aveva abbandonato ogni altra cosa che lo appesantisse,
tranne la pistola.
Il sole era tramontato e le tenebre erano rapidamente calate sulla giungla,
William decise di fermarsi, sperando che anche i selvaggi trovassero
difficoltà ad inseguirlo. Con il buio un altro tipo di cacciatore
si era svegliato, forse più spietato di quello che fino allora
lo aveva inseguito, più silenzioso, più rapido, carnivoro.
William si arrampicò su di un grosso albero cercando rifugio
tra le sue fronde, sapeva che contro i felini quel rifugio non gli sarebbe
servito, ma almeno non rischiava di trovarsi circondato da selvaggi.
I rumori della foresta gli impedirono di riposare, ma fu lieto di questo,
si legò comunque con un pezzo di liana al tronco, per evitare
di cadere se la stanchezza avesse preso il sopravvento.
Alle prime luci dell’alba riprese a fuggire, non sapeva se si
stava allontanando o stava tornando al punto di partenza. Confidava
nella fortuna che fino allora lo aveva assistito.
Continuò a fuggire per altri due giorni durante i quali si era
nutrito solo di frutti e sempre correndo. I suoi abiti erano ormai laceri,
profonde occhiaie circondavano i suoi occhi, arrossati e spiritati,
una barba ispida aveva iniziato a ricoprire il suo viso.
Quella giungla sembrava non avere mai termine, era ormai convinto che
vi sarebbe morto, ma non si dava per vinto, continuò a correre
fin quando non si trovò di fronte una parete rocciosa. La giungla
non gli permise di vedere se avesse termine in una delle due direzioni.
Non si fermò a riflettere a lungo, era diverso tempo che non
sentiva più rumori alle sue spalle, ma perché correre
rischi? Una direzione valeva l’altra, decise.
Si tenne rasente alla parete, sperando che non lo riconducesse verso
i selvaggi, non disperando di trovare magari anche una fessura che gli
consentisse di attraversare quel bastione roccioso. Gli parve ad un
certo punto che questa compisse una curva. La speranza si accese forte
in lui, forse l’avrebbe condotto fuori da quella giungla.
Un altro giorno stava morendo e William non era ancora riuscito a vedere
la fine di quella che ormai sapeva essere un’enorme montagna.
Si fermò, ascoltò i rumori della notte,ma non gli parve
ci fosse una situazione di pericolo. Decise quindi di fermarsi a riposare:
un grosso macigno, franato probabilmente dalla sommità della
montagna, gli diede rifugio.
Si sentiva spossato, la fatica e lo stress di quella fuga infinita avevano
dato fondo alle sue risorse. Appoggiò la schiena al macigno e
si concesse di chiudere momentaneamente gli occhi. Quando li riaprì
pensò di averli chiusi solo un istante, ma si rese subito conto
che così non era, insieme al fatto che sentiva che qualcosa non
andava. Troppo silenzio, lo stesso che aveva sentito prima dell’attacco
alla colonna.
Si mise in guardia immediatamente, puntò la pistola verso l’oscurità.
L’attacco avvenne in modo silenzioso, l’unica cosa che sentì
fu un forte dolore alla nuca poi più nulla…
…Sir William si alzò dalla sedia per tornare ad osservare
nuovamente la carta geografica.
- “La zona dell’agguato è questa.”
Parlava con se stesso rifacendo lo stesso ragionamento che si ripeteva
da molti anni.
-“Eppure non è segnata alcuna montagna, ne sono riuscito
a trovarne traccia quando vi sono tornato. Avessi avuto almeno quella
maledetta bussola. Dove sarai nascosta!”…
Il ritorno della coscienza fu lento, inizialmente pensò che
fosse stato solo un sogno. Il letto su cui era coricato era morbido
e profumava di fiori freschi. Nella sua mente scattò però
un segnale di pericolo, le membra sentivano ancora il dolore della corsa
sfrenata. Non era stato un sogno.
Si rizzò a sedere nel mezzo del letto. Diede uno sguardo rapido
alla stanza in cui si trovava, trovandola aliena. Nulla che lui ricordasse
gli ricordava qualcosa di simile. Il suo primo pensiero corse all’arma,
che però, come si aspettava era sparita, come i suoi vestiti
o quello che ne rimaneva, come ebbe modo di costatare appena si alzò
dal letto.
Preso un lenzuolo, se lo avvolse al corpo, poi perlustrò la ricca
camera. Non aveva fatto che pochi passi quando la porta si aprì.
Per quanto il suo strano abbigliamento glielo consentisse, tentò
di darsi un certo portamento.
Una splendida fanciulla, perché tale doveva essere, comparve
vestita appena da veli leggeri che mettevano in evidenza le sue forme.
William rimase abbagliato da quella bellezza, prima di osservare che
non era una selvaggia ma bianca come lui, anzi la sua carnagione gli
ricordava la purezza del latte. I suoi capelli corvini mandavano riflessi
blu con i raggi del sole, ma furono i suoi occhi a catturare maggiormente
la sua attenzione, verdi come due smeraldi
Assorto nella contemplazione della meravigliosa sorpresa, quasi non
si accorse che la fanciulla aveva parlato. Con grande fatica portò
la propria attenzione a ciò che stava dicendo. Non riusciva a
comprendere nessuna delle parole che quella bocca meravigliosa stava
pronunciando.
Questo lo sorprese ancor di più. Più volte con gli amici
si era vantato di aver tolto d’imbarazzo più di un ufficiale
di sua Maestà, traducendo i vari idiomi che aveva incontrato.
La fanciulla si rese conto di non essere capita, gli indicò quindi
una panca su cui era disteso un telo di lino bianchissimo. William lo
prese e pensò di bardarsi il corpo come fosse una toga.
La giovane con una risata argentina lo fermò. Rapidamente gli
mostrò come coprirsi usandolo come fosse un perizoma. Incurante
della sua nudità gli sistemò il telo, facendoglielo passare
tra le gambe, a coprire i genitali. Con una cintura di fibre vegetali
lo fissò in vita mentre i lembi ricadevano verso i piedi lungo
le gambe.
Finita la vestizione la fanciulla gli fece cenno di seguirlo. Attraversarono
ampi saloni, rivestiti d’avorio splendente. William pensò
di essere finito nel paradiso terrestre. Giunti davanti ad un’enorme
porta d’ebano con disegni in avorio, questa sua impressione finì.
A guardia della porta due guerrieri neri, armati di lunghe lance e di
una specie di sciabola, li fermarono.
La fanciulla disse poche parole e le due guardie aprirono il varco.
Solo allora William si concesse di guardarle e per poco non espresse
a parole la sua sorpresa: non erano uomini ma delle splendide donne
di colore, il cui sguardo, però, non era meno feroce di alcuni
loro colleghi maschi, che lo avevano inseguito nella giungla.
- “Sono nel regno delle Amazzoni!”
La sua voce fece voltare la fanciulla e lui si affrettò a fare
un gesto di noncuranza. La ragazza a quel punto gli fece capire che
doveva rimanere in silenzio. William si guardò attorno e si rese
conto di essere in presenza delle maggiori autorità di quel regno
e la propria convinzione di essere in quel mondo leggendario si fece
più certa.
Nell’immenso salone erano presenti diverse donne sia bianche che
nere. Un vasto tavolo di marmo, di forma semicircolare, occupava il
centro di quel luogo. Al centro della semiluna erano sistemati due troni,
uno d’ebano ed uno di marmo bianco. Dietro entrambi i troni poderose
guerriere di colore stavano rigide a guardia delle due donne assise
su di essi.
Colei che occupava il trono di marmo era indigena: un peplo bianco faceva
risaltare maggiormente la sua carnagione scura, intorno al capo portava
una specie di corona di piume di uccello. Il suo sguardo si posò
con noncuranza su William.
L’altra occupante del trono d’ebano era bianca come l’accompagnatrice
di William. Il colore latteo della sua pelle contrastava con il peplo
nero che la ricopriva. Il suo capo era adorno di una corona bianca,
avorio probabilmente, pensò William. Quest’ultima non degnò
minimamente d’attenzione il nuovo arrivato, impegnata a discutere
con le donne che le stavano a fianco.
William immaginò che quel consiglio fosse lì riunito per
decidere della sua sorte, così quando la sua accompagnatrice
gli fece cenno di genuflettersi, non ci pensò due volte, nel
tentativo di ben impressionare le regine.
Non seppe cosa fu detto alla fanciulla che lo accompagnava, sta di fatto
che si allontanò da lui mentre due guerriere gli si affiancarono,
afferrandolo per le braccia. William si sentì perduto, pensò
di essere stato condannato e si aspettò il peggio.
Un forte sospiro di sollievo gli uscì dalla bocca quando si rese
conto che le guerriere lo sospinsero verso il fondo della sala bloccandovelo
con le loro braccia possenti .
Un forte mormorio si levò dal consiglio appena fecero il loro
ingresso due donne. Le regine imposero il silenzio, mentre le nuove
arrivate si avvicinavano al tavolo, accompagnate da due guardie.
Le due donne erano praticamente nude, eccettuato il perizoma che una
delle due portava come William.
Il giornalista osservò che una era bianca, di una bellezza simile
alla sua accompagnatrice, l’altra era nera, come tutte le guardie.
William fu colpito dalla grazia del suo incedere: l’uomo la paragonò
ad una pantera, fiera e mortalmente bella. I muscoli sotto la pelle
d’ebano guizzavano, segno di un corpo allenato.
Le nuove venute si posero al centro della semiluna formata dal tavolo.
William non riusciva a capire cosa stessero dicendo le consigliere,
si rese conto però che le due donne stavano subendo un processo
e dalle espressioni delle regine le cose non andavano molto bene per
loro.
Le donne, genuflesse al suolo col capo per terra, si limitavano a rispondere
con un cenno della testa quando veniva posta loro qualche domanda e
sempre per confermare ciò che veniva loro chiesto.
Ad una domanda della regina nera entrambe negarono con veemenza sollevando
la testa con fierezza. Lo sdegno che sollevò quella risposta
era secondo solo all’ira che William lesse negli sguardi delle
regine.
Immediatamente furono fatte rialzare, brutalmente afferrate da diverse
guardie. Prima che fossero separate entrambe allungarono una mano verso
la compagna di sventura. Rauche urla provenienti dalla regina bianca
indussero le guardie a separare le mani delle due condannate.
Le due guardie di William sembravano inorridite come tutte le donne
presenti nella sala e finalmente William iniziò a capire quale
crimine avessero commesso le due ree: erano amanti.
A William veniva da ridere, ripensando alle leggende che volevano le
amazzoni omosessuali. Si era fatta l’idea che avessero rapporti
eterosessuali solo per riprodursi. L’ira e lo sdegno di tutte
le presenti erano, forse, dovuti al loro rapporto misto, pensò.
Le due regine abbandonarono la sala seguite dalle consigliere, nel salone
rimasero solo una squadra di guerriere ed un gruppo di vestali o almeno
così parvero le compagne della sua accompagnatrice.
Viste come si erano messe le cose, William temette di dover assistere
all’esecuzione delle due donne.
Osservò ciò che stavano preparando le guardie insieme
alle vestali: tra loro gli parve di vedere la sua accompagnatrice, ma
non n’era molto convinto, dato che queste si somigliavano più
o meno tutte.
Le guardie consegnarono la condannata nera alle vestali mentre loro
si occupavano della sua compagna bianca.
L’ex guerriera fu posta su un cavalletto col viso rivolto verso
la compagna bianca, che a sua volta fu denudata dalle guerriere, per
poi essere posta piegata su un cavalletto simile all’altro.
Osservando la scena, William soffermò il suo sguardo sui corpi
nudi delle condannate, giungendo alla conclusione che erano gli esemplari
femminili più belli che avesse mai avuto modo di vedere. Sarebbero
state degne di essere al fianco di re e principi.
Il suo sguardo cadde sulle parti intime dell’ex vestale, di cui
la posizione del cavalletto permetteva di avere ampia visione. Ciò
che vide lo impressionò, stravolgendo l’immagine che si
era fatta di quelle bianche fanciulle.
William intravide il sesso della donna bianca e pensò di aver
visto male, pensò che l’emozione di ciò che stava
per accadere gli avesse giocato un tiro mancino. La concitazione delle
guerriere gli copriva la visuale e solo quando fu legata saldamente
al cavalletto poté vedere con chiarezza.
No, i suoi occhi non l’avevano ingannato, non era una donna era…
non trovava le parole sconvolto per la rivelazione. Tra le gambe della
condannata era apparso un sesso maschile. William capì che erano
state condannate per aver avuto rapporti etero.
Sapeva dell’esistenza di quegli esseri, addirittura conosceva
un paio di persone che preferivano avere rapporti con loro piuttosto
che con vere donne. William era shockato: sapere era ben diverso che
vedere. Eppure quel corpo ermafrodito lo attirava più della prigioniera
nera.
Non ebbe tempo di continuare a riflettere su quella scoperta perché
la punizione delle due condannate aveva avuto inizio.
I due gruppi, le guerriere e le vestali, disposero i cavalletti in modo
che i visi delle condannate fossero uno di fronte all’altro a
poca distanza. William suppose che in quel modo entrambe avrebbero potuto
vedere l’espressione del viso della compagna ed allo stesso tempo
sapere cosa le sarebbe stato inflitto attraverso le pene che subiva
l’altra.
Dal punto in cui era trattenuto William poteva vedere solo il fondoschiena
della bianca ed il volto della nera, ma le loro urla gli giungevano
distintamente.
Le guerriere si erano divise in due gruppi, le componenti di uno di
questi si era munita di larghe strisce di cuoio con le quali iniziarono
a colpire i glutei della rea loro affidata e lo stesso avevano fatto
le vestali dal lato opposto.
Le guerriere colpivano con forza il fondoschiena della bianca che ben
presto divenne violaceo. La “donna” urlava disperatamente
il proprio dolore, mentre le sue aguzzine infierivano sui globi esposti.
Era per William un crudele spettacolo, degno di quelle selvagge, ma,
nonostante quei pensieri, iniziò ad apprezzare il movimento convulso
dei glutei: il loro espandersi appena colpiti dal cuoio, il loro ondeggiare
per effetto del colpo, la contrazione dei muscoli per il dolore.
A fatica cercò di mantenere un atteggiamento distaccato, da mero
osservatore. Gli parve che la condannata nera urlasse con minore intensità.
Inizialmente imputò la cosa alla resistenza della donna, del
resto era una guerriera.
A meglio osservare, gli sembrò che la forza che imprimevano le
ex compagne della bianca fosse minore rispetto a quella delle guerriere,
forse perché non erano avvezze ad usare la forza.
Si ricredette man mano che la punizione proseguiva. Le aguzzine bianche
erano metodiche, avevano cominciato piano, ma poi fu un crescendo e
le urla della condannata nera raggiunsero la stessa intensità
della sua compagna.
Questa era già svenuta un paio di volte e tutte le volte fu rianimata
dalle sue aguzzine, mentre col metodo adottato dalle altre permise alla
sua compagna di resistere più a lungo prima di svenire per la
prima volta.
William non sapeva in che condizioni fosse la parte punita del corpo
della nera, ma se erano pari a quelle della donna bianca le sue urla
erano più che giustificate. Il suo fondo schiena era ormai un
unico livido, tumefatto e in alcuni punti la pelle si era lacerata.
Ormai non guardava più la sua compagna, teneva il capo appoggiato
al cavalletto, stremata.
Le guerriere non le concessero un minuto di tregua. Rendendosi conto
che non avrebbe sopportato ulteriori colpi, passarono a torturarle il
sesso.
Le aguzzine bianche intensificarono i colpi sulla nera, vedendo che
le loro antagoniste erano passate ad altre torture e ben presto le condizioni
della nera furono simili a quelle della sua compagna. Dalle bocche delle
suppliziate non uscivano più urla ma gemiti che straziavano William.
Eppure quello spettacolo lo aveva eccitato. Sotto il perizoma sentiva
crescere il proprio sesso, vergognandosi di quella erezione, ma a nulla
valsero i suoi scrupoli. Gli stimoli visivi e sonori che riceveva furono
più forti.
Il secondo gruppo di guerriere, intanto, aveva sostituito il primo,
dedicandosi al sesso della loro vittima. Avevano stretto lo scroto ed
il pene della loro vittima tra due asticelle e, lentamente, iniziarono
a comprimere i genitali tra le due stecche. Le urla del poveretto tornarono
a farsi sentire, ma le aguzzine non furono soddisfatte fin quando non
ritennero strizzati a sufficienza i genitali. Una di loro si occupò
quindi di masturbare la rea, il cui sesso iniziò ad inturgidirsi,
vuoi per le manovre della guerriera, vuoi per la compressione cui era
sottoposto.
Dall’altra parte doveva venire fatto qualcosa di simile anche
all’ex guerriera, poiché dopo aver visto armeggiare le
ragazze bianche tra le sue gambe, anche le sue urla si unirono a quelle
della sua amante.
La guerriera che si occupava di masturbare la bianca usava maniere piuttosto
dure per eseguire il suo compito e le compagne, non vedendo risultati
apprezzabili, la sostituirono con un'altra che adottò un metodo
più tenero. La vittima agitava il capo come voler negare a quel
supplizio la fine che invece volevano imporle le sue aguzzine.
La vittima nera invece cedette alle sue tormentatrici urlando la propria
frustrazione per aver goduto per mano loro. Soddisfatte per il risultato
ottenuto, le donne bianche lanciarono urla di giubilo, mentre, ancora
una volta, i due gruppi si alternarono nel suppliziare la donna nera.
Le guerriere indispettite per il vantaggio che avevano preso le rivali
bianche, eseguirono la sostituzione della compagna. La sostituta non
si fece scrupoli di prendere in bocca il sesso della vittima bianca.
La fellatio pose termine alla resistenza della vittima.
William si accorse che in un ultimo singulto d’orgoglio la donna
aveva fissato la compagna di sventura, proprio nel momento in cui la
guerriera vinceva la sua resistenza, facendola eiaculare. Soddisfatta
si sollevò e, mostrando alle compagne una mano, si diresse verso
l’ex guerriera e in segno di spregio le spalmò sul viso
il frutto delle sue fatiche.
Le aguzzine nere applaudirono a quell’atto di dileggio, mentre
le seviziatrici bianche approvarono con un gesto del capo.
Come le donne che torturavano la loro ex compagna, anche le guerriere
si diedero il cambio e, come le loro colleghe dall’altra parte,
si erano munite di sottili verghe, con le quali iniziarono ad infierire
sui poveri glutei della rea.
Il dolore di quella nuova battitura doveva essere terribile, dato che
i sederi delle vittime erano stati già abbondantemente puniti
in precedenza.
Entrambe le vittime svennero un paio di volte prima che quella tortura
volgesse al termine. William avrebbe voluto chiudere gli occhi per non
guardare, ma quei glutei tumefatti, ricoperti da un fitto reticolo di
strisce rosse, gli scatenò una prepotente emozione. Era sicuro
che sarebbe venuto spontaneamente se avessero continuato con la punizione.
Combattuto tra contrastanti emozioni, William si accorse che la fustigazione
era nuovamente terminata per entrambe le condannate. Le due vittime,
ree solo di essersi amate, ansimavano, mentre i loro corpi erano ricoperti
da luccicanti gocce di sudore.
I loro sessi portavano ancora i mezzi di tortura e William immaginò
che il sesso della bianca doveva dolere molto, sia per la costrizione
sia per la prolungata erezione.
La punizione, intanto, era nuovamente giunta ad una svolta. Dopo essersi
consultate, due rappresentanti di entrambi i gruppi tornarono verso
i rispettivi raggruppamenti. A quel punto le guerriere e le vestali
si fornirono reciproco aiuto e, a fare le spese di questa collaborazione
interrazziale, furono i capezzoli delle due colpevoli.
Sottili corde furono annodate ai capezzoli di entrambe. La bianca quasi
non percepì il nuovo dolore, mentre la nera lo espresse con un
alto gemito. La sua costituzione in quel momento non le stava facendo
un favore, mentre la compagna era quasi delirante.
I capi delle corde che pendevano dai quattro capezzoli furono tirate
e collegati tra loro a due a due. I teneri capezzoli furono così
distesi all’inverosimile. Il secondo gruppo quindi tornò
a dedicarsi ai sessi delle vittime.
Il dolore però quella volta era eccessivo e nemmeno con tutti
gli sforzi e le bassezze che applicarono le aguzzine sulle loro vittime,
riuscirono ad averla vinta. Dopo vari tentativi rinunciarono.
Ad un cenno delle aguzzine nere, William venne condotto dalle sue guardie
verso la vittima bianca. Una delle seviziatrici disse qualcosa ad una
guardia e questa le rispose con un cenno del capo ed un sogghigno. Colei
che aveva fatto la domanda abbassò il capo verso l’inguine
di William e questi ne seguì lo sguardo. Atterrito si accorse
che la sua eccitazione era ben evidente sotto il perizoma.
L’uomo temette di essere perduto, forse aveva commesso un qualche
sacrilegio. Il suo sguardo doveva riflettere il terrore che lo aveva
attanagliato perché la guerriera che lo osservava si mise a ridere
di gusto.
Come per rassicurarlo che tutto andava bene, gli diede un pugno su una
spalla, proprio come fosse stato un gladiatore, un loro compagno d’armi.
Il terrore però aveva avuto il suo effetto sull’eccitazione
di William e quando la guerriera si accorse del fatto, i suoi occhi
s’incupirono.
Il cronista rapidamente si rese conto che era la sua eccitazione quello
che desideravano quelle terribili amazzoni. Si rallegrò del fatto
che non correva alcun pericolo, ma ormai la tensione era spezzata. Per
un istante William desiderò che riprendessero a torturare le
due sventurate, per riprovare quell’intensa emozione. Si pentì
immediatamente del pensiero, ma questo non servì a cancellarlo.
Quella che ormai William riteneva essere il capo delle guerriere, sembrò
capire il suo stato d’animo e si mise a parlare in quella sua
lingua inintelligibile. William continuava a non comprendere cosa si
volesse da lui.
Il capo delle amazzoni sprimacciò rudemente la carne martoriata
della sua vittima, facendo innalzare un grido acuto alla suppliziata.
Poi, con disinvoltura, invitò il cronista a fare altrettanto.
Impossibile, pensò! No! non era possibile che si chiedesse a
lui di torturare quella povera creatura. Vedendo la sua ritrosia il
capo delle guerriere si diresse verso la controparte dell’altro
gruppo d’aguzzine. Discussero per un po’ e William capì
che stavano parlando di lui. A quanto pareva la sua partecipazione era
necessaria per condurre a termine il supplizio.
Da quel nuovo punto di vista i volti di entrambe erano perfettamente
visibili. Il viso della bianca esprimeva un profondo dolore, i delicati
lineamenti erano stravolti da quello che aveva dovuto subire. Ciocche
dei suoi lunghi capelli neri aderivano al volto bagnato dalle lacrime
e dal sudore.
Il viso dell’ex guerriera apparve a William più sofferente,
forse perché vedeva le sue ex colleghe, arroganti nella loro
forza. Ricordava perfettamente le movenze feline di quel corpo martoriato,
in contrasto con ciò che vedeva ora. Le labbra carnose assottigliate
nel tentativo di resistere al dolore. Nei suoi occhi scuri, però,
gli parve di vedere un’ombra della sua perduta fierezza, proprio
quando volse gli occhi verso la sua amante.
Il capo delle guerriere fece cenno al giornalista di avvicinarsi. L’uomo
sentiva su di sé lo sguardo di tutte le donne presenti nel salone.
Si volse ancora verso le due vittime e lesse nei loro sguardi una muta
richiesta di compiere ciò che gli sarebbe stato chiesto.
William pensò di essere in preda ad un delirio, doveva aver interpretato
male i loro sguardi, si volse ancora e i suoi dubbi sparirono. Le due
donne desideravano che adempisse al compito per il quale si trovava
in quel luogo.
I due capi delle donne gli fecero capire subito cosa gli veniva richiesto
in modo esplicito. La bianca estrasse il proprio sesso turgido appoggiando
il glande allo sfintere anale della vittima in suo possesso, imitando
l’atto della penetrazione.
William pensò che dovesse sodomizzare la prigioniera nera. Quel
pensiero stimolò la sua fantasia e un barlume della precedente
eccitazione mosse il suo sesso nel perizoma. Venne però fermato
dal capo delle guerriere appena si mosse per sostituire il capo delle
bianche.
Fu ricondotto dalla parte delle guerriere e gli fu fatto cenno che avrebbe
dovuto sodomizzare la loro suppliziata. L’uomo fu denudato, ma
il pensiero di penetrare in un corpo che non fosse quello di una donna
vera non lo entusiasmò anzi…
Le guerriere sembravano irritarsi sempre più e nei loro occhi
William iniziava a vedere bagliori d’ira. La loro “capa”
sembrò, a William, più comprensiva. Con le movenze feline,
tipiche della sua razza, gli si avvicinò facendo aderire il seno
al petto di lui, stimolandolo con il corpo.
William cedette a quella tentazione nera e dopo breve il suo sesso si
erse nuovamente. La donna non perse tempo, condusse l’uomo al
luogo dove avrebbe dovuto svolgere il proprio compito. Con naturalezza
prese il sesso di William in mano facendo aderire il glande al piccolo
orifizio al centro del sedere della vittima inerme.
Dalla parte opposta vide che il capo delle fanciulle stava facendo la
stessa cosa sull’ex guerriera. I suoi occhi erano piantati in
quelli del giornalista. William sentiva il calore proveniente da quel
piccolo pertugio, sentiva che la sua volontà stava per essere
sopraffatta dall’eccitazione di partecipare a quel rito pagano.
Un lontano suono di tamburi, che sembrava provenire da ogni direzione,
colpì i sensi di William. La forza selvaggia di quel ritmo che
diveniva sempre più incalzante stordì il giornalista.
Alle sue spalle il capo delle guerriere aveva fatto aderire il proprio
corpo al suo, stimolandolo. L’uomo sentiva il proprio cuore battere
follemente, il sangue pulsargli alle tempie, un ancestrale suono proruppe
nella sua mente, gli occhi verdi fissi nei suoi e tremila anni di civiltà
furono cancellati.
Dalla bocca di William proruppe un urlo animalesco, mentre la donna
alle sue spalle con un colpo di reni lo spinse a sodomizzare la suppliziata.
Allo stesso istante anche l’ex guerriera subiva lo stesso atroce
trattamento. William lesse lo sconvolgimento sul suo viso, mentre vedeva
i gran colpi che dava la sua stupratrice.
Il sangue di William fluiva selvaggio e avrebbe voluto imporre il proprio
ritmo a quella sodomizzazione, ma la donna alle sue spalle glielo impedì.
Si rese conto allora di non essere altro che un ulteriore mezzo di tortura
nelle mani delle guerriere. Era lei ad imporre il ritmo, sua la forza
dei colpi di reni, sua la vittima, sua la vendetta.
William non sentiva nulla, non le urla delle vittime, né quelli
d’incitamento delle aguzzine, solo il rumore martellante del suo
sangue nelle orecchie. Intorno a loro una danza selvaggia si era scatenata,
ogni danzatrice strattonava le corde che univano ancora i capezzoli
delle due povere sventurate. Le urla crebbero d’intensità
accompagnate dal forte suono di tamburi, ormai divenuto ossessivo.
Poi tutto ebbe termine … all’improvviso.
William era ancora nel diciannovesimo secolo. Il selvaggio che si era
sostituito al giornalista serio, era sparito aspirato dal silenzio che
era calato nel salone. Sapeva di aver goduto nel retto violato, era
conscio di essersi chinato sul corpo che aveva violato, sentiva il calore
della donna alle sue spalle.
Il silenzio fu rotto da urla di giubilo. Le guardie lo trassero da parte
mentre vestali dai capelli corvini si affrettavano a sciogliere la loro
compagna mentre le guerriere facevano altrettanto con l’altra
vittima.
William si adagiò in un angolo ad osservare quello che secondo
lui non aveva senso. Le due donne erano state suppliziate fino a condurle
ad un punto di non ritorno e ora sembrava che tutte le abitanti di quel
regno fossero liete di ciò che era avvenuto. Le due amanti, aiutate
dalle rispettive compagne si riunirono. Furono condotte a spalla di
fronte alle due regine, le loro mani si ricongiunsero e le sovrane le
unirono con una catena d’oro.
Il capo delle guerriere gli si avvicinò porgendogli una coppa.
Con un sorriso lo invitò a bere. William gliene fu grato. Sentiva
un forte bisogno di bere e quella bevanda sembrò placare ogni
sua necessità. Improvvisamente si sentì stanco e chiuse
gli occhi.
Quando li riaprì si trovò al limitare della giungla in
vista di un accampamento del Royal Army. Le rosse divise parvero un
sogno, si mise a correre e ad urlare per la gioia. Un gruppo di soldati
si diresse verso di lui, l’uomo non credeva ancora di avercela
fatta ad uscire vivo da quell’avventura. Improvvisamente arrestò
la propria corsa verso i soldati, non doveva essere lì, non poteva,
lui era nel regno delle amazzoni…
Al suo rientro in patria era già famoso, il suo resoconto dell’accaduto
alla spedizione aveva reso merito a quei soldati spariti nel nulla.
Parlò anche del regno delle amazzoni, ma fu presto consigliato
dal suo direttore di non insistere sull’argomento.
Gli amici iniziarono a commiserarlo per la sua ossessione nel cercare
quel leggendario regno, dagli studiosi non fu nemmeno preso in considerazione,
solo i cacciatori di tesori credettero in lui per un po’.
-“Lo troverò! So che esisti! Ho la prova di esserci stato!
Quale sortilegio ti permette di celarti?”
Da un cassetto della scrivania estrasse un medaglione, se lo rigirò
tra le mani, osservò le metà scura riflettere la fioca
luce della lampada e la metà bianca brillare. Ebano e avorio,
circondati e trattenuti insieme da un filo d’oro. Se lo era trovato
addosso quando, giunto all’accampamento dell’esercito, si
era liberato dei vestiti a brandelli. Fino a quel momento aveva temuto
di aver sognato tutto.
Tutte le sue congetture erano miseramente sfumate. Il rito, perché
così ormai lo considerava, non era così selvaggio…
nonostante la violenza costituiva una specie di risarcimento per le
compagne, che le due amanti dovevano fornire.
-“Non ho mai saputo il nome degli sposi di cui sono stato un testimone..”.
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