pennino della gabbia

I Giochi di Sara - 3
La partita a ping pong

di Massimo

           
           
           
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Dopo un intenso periodo di lavoro per entrambe, io e Sara decidemmo di prenderci una pausa di assoluto relax e andammo per tre giorni alla sua casa al mare. Era Ottobre e quindi non c’era nessuno nelle villette che circondavano quella di Sara. Il tempo era bello e il sole poi riusciva a dare un minimo di calore. Comunque il tempo passava tranquillamente, senza grandi occupazioni ma era quello che cercavamo. Ogni tanto facevamo una partitella al tavolo di ping pong che stava sotto il porticato della villetta. Fu così che a Sara venne in mente un altro dei suoi diabolici giochi erotici e sadici. Ed io fui ben contento di assecondarla. Sara decise di fare una sorta di sfida: avremmo giocato una partita a ping pong e chi avesse vinto avrebbe potuto ben bene sculacciare le natiche dell'altro. Ma lei stabilì un’altra regola: mi fece spogliare completamente e con una cordicella mi strinse un cappio intorno all’ uccello, imprigionando strettamente palle e pisello. L'altra estremità la fissò ad una gamba del tavolo, senza lasciare molta corda. In questo modo avevo meno libertà di movimento. Quindi lei si spogliò, rimanendo solo con una leggera gonna e le tette scoperte. Tanto c'era un alto recinto che impediva di farci vedere dal di fuori. Quindi iniziò la partita. Sara cercava sempre di mandare la pallina all'angolo opposto a quello dove era legato il mio cazzo: per prendere e rispondere ai suoi tiri dovevo allungarmi fino al limite, subendo la stretta del cappio. Rinunciavo a prendere qualche palla per non rischiare di farmi male sul serio. Ma comunque riuscivo a fronteggiare i suoi tiri, in fondo non era una giocatrice precisa. Al laccio che mi rendeva difficile giocare si aggiungeva la sua sottile conoscenza dei miei istinti, perché più volte fissai le sue tette ballonzolanti piuttosto che la pallina. Comunque riuscii a tenerle testa e finimmo pari. Visto che nessuno dei due prevaleva e la cosa si stava dilungando troppo, stabilimmo di fare un ultimo punto, il matchpoint. Ma prima lei andò a prendere da bere per tutti e due. Si sedette sul tavolo da ping pong vicino a me, che non potevo allontanarmi visto il laccio. Mentre beveva, dicendo che si sentiva accaldata per la partita, si versò dell’acqua sul seno. Per me fu una visione eccitante vedere l’acqua che scendeva dal collo lungo la pelle fino ai seni, da dove gocciolava poi cadendo per terra. Prima di riprendere a giocare Sara mi diede una micidiale sculacciata con la racchetta, veramente tremenda, che mi lasciò le chiappe ben rosse. Voleva ricordare cosa c’era in palio. Durante quest'ultimo palleggio lei riuscì a tirare una palla angolatissima ed io mi allungai di scatto pur di prenderla, urlando per il dolore provocato dal cappio che mi trattenne, ma riuscii a rispondere e la pallina tornò nel suo campo. Lei rispose al tiro mentre mi rimettevo in posizione e sfruttò il contropiede, così dovetti cambiare bruscamente passo e direzione per prendere la nuova palla. Una cosa a cui non avevo fatto attenzione era questa: io stavo giocando a piedi nudi ma prima il pavimento era asciutto, ora era cosparso dell’acqua che Sara si era versata addosso. Questo causò non solo la mia sconfitta nella partita, e sarebbe andata bene. Nel mio movimento improvviso scivolai e caddi all’indietro, lasciando la racchetta e portandomi d’istinto le mani all’indietro per fermare la caduta. Non avevo calcolato che avevo il laccio al mio uccello e la cordicella non era tanto lunga da arrivare fino al pavimento. Cacciai un urlo disumano quando il cappio strinse tremendamente pisello e palle sotto la forza del mio corpo che cadeva. Feci appena in tempo a bloccarmi. Fu molto peggio del più forte calcio alle palle che avessi ricevuto in vita mia. Veramente mi sentii arrivare i testicoli fino in gola. Non riuscivo a respirare dal dolore e mi spuntarono spontaneamente lacrime agli occhi. Tutto il dolore umanamente sopportabile si concentrava nei miei coglioni. Alla fine mi ritrovai in una posizione scomoda e ridicola: mi sostenevo con le gambe e le braccia distese all’indietro, sospeso a mezz’aria perché in questo modo il mio cazzo era ad un altezza compatibile con la lunghezza della corda. Ero in equilibrio precario. Qualunque movimento mi avrebbe aggiunto ulteriore strazio, quando già così il dolore era accecante. Mi sentivo le palle nelle stomaco, schiacciate da una pressa di cento chili. Venne Sara in mio soccorso, dicendomi in tono ironico che avrebbe dovuto avvertirmi perché era impossibile non scivolare su quel pavimento quando era un po’ bagnato. Ero così dolorante e teso che non replicai nulla. Aspettavo solo che mi aiutasse. Lei mi disse che aveva la tentazione di lasciarmi così com’ero ed esitò. Io la pregai, la supplicai. Pisello e palle erano paurosamente violacei. Non avrei retto a lungo in quella posizione e un mio cedimento avrebbe significato la seria compromissione della mia vita sessuale. Quindi lei si avvicinò e cominciò ad armeggiare delicatamente con le sue dita intorno al cappio. Purtroppo era diventato così stretto che non era facile scioglierlo. Allora Sara fece dei movimenti più decisi per liberarmi ma ogni gesto, seppur controllato, mi procurava fitte di dolore tremendo. E la situazione non sembrava migliorare. Io le urlai in faccia di prendere una forbice. Offesa dal mio tono mi replicò che non ne aveva bisogno e anzi continuò ad armeggiare sul cappio con nessuna attenzione e premura verso le mie sofferenze al cazzo e alle palle. Nel tirare e strattonare per sciogliere il nodo mi fece vedere le stelle e non potei trattenere delle urla. Vedevo nei suoi occhi l’eccitazione. Accompagnava il movimento delle sue dita al sottile piacere di procurarmi dolore, fingendo di scusarsi. Dopo un po’, con un gesto deciso e preciso tirò la cordicella. Questo movimento, nelle mie condizioni, fu come un altro calcione nelle palle, profondamente insopportabile e gridai con quanto fiato avevo in gola. Però a quel punto sentii che la cordicella aveva allentato la presa e finalmente Sara mi liberò da quell’incubo. Appena libero mi lasciai scendere fino a sdraiarmi per terra. Stetti immobile lì per un’ora, forse di più. Quindi a poco a poco presi coraggio e mi alzai lentamente e mi diressi verso la stanza da letto. Questo successe la mattina. Nel pomeriggio il dolore era ancora presente ma facendo attenzione a non toccare le mie parti basse era ben tollerabile. Senonchè si presentò Sara dinnanzi a me e mi disse che mi toccava scontare la sconfitta. Io la stavo per mandare a quel paese ma lei mi disse, con tono serio, che se non rispettavo il patto mi sarei scordato di scopare per un lunghissimo periodo. Io cercai di dissuaderla, di impietosirla ma alla fine mi diede un ultimatum. Alle quattro sarei dovuto presentarmi a lei per avere le mie sculacciate. Già una volta per aver litigato Sara si era negata a me per un bel periodo e non era stato affatto piacevole. Quindi, poichè il dolore ai coglioni si era notevolmente attutito, decisi di farlo. Alle quattro in punto andai da lei. Stava aspettandomi seduta su una comoda sedia, con indosso solo la gonna. In mano aveva la racchetta da ping pong ed io capii che sarebbero stati guai per il mio culo. Mi impose di assumere la posizione, che consisteva nel mettermi ad arco sopra le sue gambe, poggiando con i piedi e le mani per terra, mentre il sedere era esposto verso l’alto e il mio bacino poggiava sulle sue gambe. In questa posizione il pisello premeva contro le sue cosce levigate e sentivo che questo mi eccitava, sebbene dovessi stare attento a non poggiare le mie palle doloranti. Quindi Sara cominciò a palpare il mio culetto, a pizzicarlo. Arrivò la prima sonora sculacciata data con forza con una mano. Presto ne arrivò un’altra e un’altra ancora. Le sculacciate cominciarono a cadere sonore sul mio sedere. Erano forti e ben studiate. Iniziò una serie di sculacciate che dapprima mi sembrarono sopportabili, anzi divertenti. Ma quando il loro numero divenne crescente, date tutte con vigore, si accumularono sul mio culetto e cominciarono a colorarlo di un rosso acceso. La serie continuava e continuava ed io cominciavo a sobbalzare ad ogni nuovo colpo inferto. Dopo un numero considerevole di schiaffi dati con energia e precisione, anche la sua mano era diventata rossa e decise di fermarsi. Con delicatezza mi accarezzò la pelle arrossata, disegnando con le dita strane figure sul mio sedere, mentre con l’altra mano mi afferrò e mi strinse il pisello, racchiuso tra il mio peso e le sue cosce nude. Io sussultai per la paura temendo che mi facesse qualcosa alle palle ma la sua intenzione invece era di aiutarmi a sopportare il seguito dandomi un po’ di piacere. Quindi decise di ricominciare e stavolta prese in mano la racchetta da ping pong. Sferrò un primo colpo con la racchetta che, oltre a riecheggiare rumoroso, provocò un certo bruciore. Arrivò il secondo colpo, il terzo e così via. I colpi erano energici e facevano male, tanto che ogni volta sobbalzavo al contatto. Piovvero altri colpi, con cadenza regolare, crudeli. Ognuno era un supplizio, una tortura. Contemporaneamente con la mano libera mi massaggiava il pisello. I colpi diventarono insopportabili, la pregai di cessare, la supplicai, ma lei rimaneva inflessibile e continuò a martoriare il mio culetto in fiamme. Mi scuotevo su di lei appena la racchetta toccava la mia pelle bruciante. Abbandonò il mio pisello e con la mano libera Sara prese a toccarsi la micia, prima superficialmente, poi inserendo un dito dentro e giocando con quel caldo e umido nascondiglio. Cacciò il dito e me lo offrii per succhiarlo, mentre altri colpi si abbattevano sul mio culo. Scoprii allora come era eccitata e almeno questo mi consolava e dava coraggio. Quindi tornò a massaggiare energicamente il mio pisello, ma con il pollice si accarezzava e stimolava la figa. Fece partire un’ulteriore serie di feroci colpi con la racchetta, più intensi e cattivi che mai. Sarebbe bastato anche solo un leggero tocco a farmi urlare ma lei invece colpiva con mano ben più pesante, spietatamente. Sembrava interminabile. Avevo le lacrime agli occhi e il pisello che stava per esplodere sotto la suo carezza. Anche lei mugolava accompagnando i movimenti del suo dito sulla bella passera. Sara finalmente chiuse la serie con un colpo terrificante, così tremendo che mi fece inarcare completamente sollevando piedi e mani da terra. Lanciò la racchetta per aria e corse a toccarsi fra le gambe, inserendo due dita e spingendole in fondo. Allo stesso tempo stava mungendo strettamente il mio uccello che, stretto contro le sue cosce, cominciò a eruttare seme bollente sulla sua pelle liscia, un lungo fiotto viscoso squisitamente liberatorio, ma al contempo fortemente doloroso visto lo stato assai malandato dei miei ciglioni. I miei gemiti emessi quasi gridando furono la goccia che fece traboccare il vaso di Sara, che raggiunse un tale dirompente orgasmo da tremare e agitarsi scompostamente sulla sedia.