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Tutto si può dire ma non che i patti tra di noi non fossero chiari. Lei, figlia del titolare dell'azienda, impegnata in amministrazione e contabilità, piccola ma carina, direi quasi perfetta; io, giovane di bell'aspetto, brillante venditore dei prodotti dell'azienda con ottimi risultati, uno dei migliori, sempre in giro per il nord Italia.
Ogni volta che avevo un problema amministrativo con la ditta lei era la mia interlocutrice; molto al telefono, a volte di persona. In poco tempo me ne innamorai.
Il corteggiamento durò qualche settimana, un invito, a cena, una bella serata, parlammo molto di me, del mio viaggiare e dell'azienda; un lungo bacio al momento del congedo e iniziò la nostra relazione.
Dopo sei mesi decidemmo di andare a vivere insieme; la proposta (indecente) che mi fece fu quella di farmi assumere dalla ditta con il ruolo di responsabile dell'intero parco venditori (significava raddoppiare lo stipendio e ridurre drasticamente i chilometri, le notti in albergo ed i pranzi a ristorante, dei quali, confesso, non ne potevo più); un salto di qualità nella professione e nel ritmo di vita che conducevo, pensai, e non feci molto caso alla contropartita. Mi disse semplicemente che, in cambio, in casa avrebbe comandato lei, in tutti i sensi; sarebbe diventata la mia padrona.
Accettai subito, perché l'amavo e anche perché, forse inconsciamente, mi stuzzicava l'idea.
Non feci molto caso alle iniziative che lei predisponeva a seguito del mio si; mi sembrò normale che la casa fosse intestata a lei (l'aveva pagata il padre), che le mie competenze fossero accreditate sul suo conto corrente (godeva di condizioni agevolate), così come le due macchine, intestate alla ditta per ragioni fiscali. In altre parole io non possedevo nulla, ma in quel momento non ci feci caso. Quando più tardi mi resi conto che nulla era mio e che il mio destino era nelle sue mani, era già tardi.
Il "percorso educativo", come lo chiamava lei, fu graduale. Si, c'erano stati dei segnali, come quando mi dava l'elenco della spesa da fare al supermercato, o mi faceva lavare i piatti la sera perché doveva guardare la televisione, oppure quando rientrava stanca dal lavoro ed io, se ero in casa, dovevo correrle incontro con le pantofole, levarle le scarpe e massaggiarle i piedi, affaticati e non sempre profumati. Piccole gentilezze, pensavo che tutto ciò rientrasse nei nostri patti e non vi diedi molta importanza.
Invece fu solo l'inizio; nel tempo che seguì imparai molte altre cose e lo feci sempre a mie spese; imparai ad esempio cosa non dovevo fare. Un giorno, mentre ero in studio a giocare con il computer, la sento rientrare e dopo il solito rito delle pantofole e del massaggio ai piedi, riprendo la mia attività. Dopo 5 minuti entra nello studio e senza dire una parola mi afferra per un orecchio e mi trascina letteralmente verso il bagno. Il mio imbarazzo è totale, anche perché la presa delle sue dita era molto decisa e mi costringeva a seguirla con la testa reclinata verso una parte (ritengo una delle cose più umilianti farsi trascinare per un orecchio da qualcuno; lo faceva il mio maestro elementare quando ci "accompagnava" fuori dalla porta). Arrivati in bagno, sempre tenendomi per l'orecchio, mi fa notare che dopo la doccia è rimasta qualche goccia d'acqua sul pavimento. Le dico che provvederò subito e la scongiuro di allentare la presa. La romanzina dura ancora un paio di minuti, poi finalmente mi molla l'orecchio, ormai color viola, ed io posso iniziare a rimediare alla leggerezza compiuta, asciugando il tutto. Quella sera riflettei molto su quella reazione così sproporzionata rispetto alla mia manchevolezza, ma non ebbi il coraggio di tornare sull'argomento.
Imparai anche che quando rientrava a casa il bagno doveva essere libero ed a sua disposizione. E come potrei dimenticarlo. Un giorno uscii dal bagno e me la trovai davanti, con uno sguardo seccatissimo, molto severo; la salutai dolcemente, scusandomi per non esserle andato incontro, ma non ebbi nemmeno il tempo di finire la frase che mi assestò un tremendo ceffone; fu così che imparai a chiedere sempre il suo permesso prima di occupare il bagno.
La seconda volta che si verificò un episodio analogo alcuni mesi dopo mi andò molto peggio; intanto i ceffoni furono due, poi mi prese per l'orecchio è mi obbligò ad asciugare la sua urina che nel frattempo aveva sgorgato sul pavimento in quanto il bagno era occupato. A questo punto la cosa non si ripetè più. Aveva ragione lei; "le cose vanno insegnate per bene", mi ripeteva spesso.
Il nostro rapporto, fuori di casa, era normale, come quello di tante altre coppie; frequentavamo amici, andavamo al cinema o a cena, qualche week end fuori città. Lo era per certi versi anche in molte occasioni all'interno della casa; ogni tanto era lei che decideva di ricordarmi i nostri rispettivi ruoli.
Capitò un giorno che non detti corso ad un suo ordine; ovvero non lo avevo capito bene, ma la cosa ebbe poca importanza. La disobbedienza non era tollerata nel nostro rapporto, ed io dovevo saperlo. Lo imparai così.
Mi chiamò "a rapporto" in cucina e seccamente ordinò: "in ginocchio; mani dietro la schiena e viso rivolto verso di me". Mi chiese conto della mancata esecuzione dell'ordine (non ricordo di preciso di cosa si trattasse, nulla comunque di fondamentale). Evidentemente non fui molto convincente nelle giustificazioni; mi arrivò un ceffone che mi fece barcollare. Si rammaricò di essere costretta ad "educarmi" e mi ripetè nuovamente la domanda, conoscendo benissimo la risposta; fu il motivo per un secondo ceffone, e così un terzo, ed un quarto. La domanda era sempre la stessa, provai a cambiare risposta, ma non servì a nulla; il quinto schiaffone mi fece quasi perdere l'equilibrio.
Aveva delle mani piccoline, ma molto ben tornite e nervose, ed anche uno solo dei suoi ceffoni riusciva già a lasciarmi il segno delle dita sulla povera guancia, quasi sempre la sinistra. Quella volta, la prima, provai una forte eccitazione; essere li', in ginocchio davanti a lei con una leggera sensazione di colpa, rimproverato come un bambino, senza sapere né quando né quante volte mi avrebbe fatto "sentire" le sue mani sul mio viso, mi fece scorrere un brivido lungo tutto il corpo, e così ancora oggi quando ci ripenso. Mi accorsi di amarla follemente ed il dolore rendeva sempre più crescente questo sentimento; quando la "lezione" finii, passai dei secondi interminabili a baciare ed adorare quella mano che mi aveva colpito così severamente. Sono certo che lei se ne rendeva perfettamente conto, e da quel giorno il suo potere su di me divenne ancora più forte.
Infatti non era ancora finita. La sera stessa mi disse prima di cena: "tu stasera salti la cena; ti ciberai solo dell'adorazione dei miei piedi e di ciò che eventualmente troverai in mezzo alle dita"; non osai replicare e mi trovai, per l'intera durata della sua cena, che nel frattempo le avevo servito, sotto il tavolo a baciare, leccare, succhiare e adorare i suoi piedi, appena usciti dalle scarpe da ginnastica dopo due ore di palestra. L'odore che emanavano era forte e questo aumentava la mia eccitazione; ogni tanto lei si divertiva a darmi degli schiaffetti con il piede nudo sfilato dalle ciabatte, oppure a schiacciarmi il piede contro il viso, premendo per raggiungere un contatto completo. Colta da una leggera sensazione di pietà mi gettò qualche avanzo di cibo, che io divorai direttamente dal pavimento, come lei mi aveva ordinato.
Il ricordo di quel giorno in cucina in cui mi aveva punito così severamente mi scorreva lungo le vene; ero eccitatissimo dal desiderio di provare nuovamente quell'umiliazione, di sentire le sue piccole mani stamparsi sul mio viso con inaudita determinazione, senza sapere quando avrebbe smesso. Aveva un arte nello schiaffeggiarmi: era fredda, severa, c'era un'attesa di qualche secondo, il silenzio che creava un momento unico di estrema sottomissione, il colpo era secco, forte, molto deciso, a volte seguito da parole educative di insegnamento. Raramente lo faceva con rabbia e impulsività. Pur essendo piccolina, sapeva farsi temere e rispettare.
Decisi così di ripetere quell'esperienza ed un giorno disobbedii ad un suo ordine di comprarle uno sciroppo per la tosse; lo feci consapevolmente, sperando in una bella romanzina inginocchiato al suo cospetto, condita da qualche sonoro ceffone, per poi adorarle la mano punitrice.
Non andò proprio così; si accorse che l'avevo fatto apposta e fu molto chiara: "stasera riceverai una punizione che ti insegnerà definitivamente ad eseguire sempre i miei ordini", disse appena rientrata dal lavoro. Ero tra l'eccitato e lo spaventato, ma solo perché non sapevo a cosa andavo incontro. Fu un'esperienza indimenticabile, nel bene e nel male.
Cenammo senza parlare, poi mi fece spogliare e mi mise nudo in ginocchio, con la faccia contro il muro, per tutta la durata di un film alla televisione che le interessava vedere; ai suoi piedi un paio di zoccoli in legno, che usava portare d'estate in casa. Fu una lezione durissima: ad ogni pausa pubblicitaria si alzava dalla poltrona e mi dedicava le sue attenzione con circa 10-15 colpi di zoccolo sulla schiena, sul sedere e dove le capitava, rimproverandomi per la mia indisciplina. Il film durò oltre due ore, con nove interruzioni pubblicitarie (quella sera ho odiato le TV commerciali); alla fine piangevo e non mi reggevo più in piedi; avevo la schiena piena di lividi viola. Quella notte non riuscii a chiudere occhio; nel dormiveglia sognai gli stacchi musicali che annunciavano la pubblicità. Aveva nuovamente ragione lei; "le cose vanno insegnate una volta sola e bene"; imparai perfettamente la lezione.
Per alcune sere dormii sul divano, in quanto i miei lamenti le davano fastidio; anche altre volte ogni tanto le capitava di infastidirsi della mia presenza ed in piena notte mi ordinava di cambiare stanza. Una volta in cui ero più assonnato del solito non capiì bene cosa volesse e mi rigirai dall'altra parte; mi scaraventò giù dal letto con 3 calci ben assestati, sul sedere, sulla schiena e l'ultimo sulla testa, a tal punto che mi ritrovai sveglio come un grillo e con le idee molto chiare su cosa dovevo fare.
Quando vedeva che il nostro rapporto sembrava quasi normale interveniva per ricordarmi i nostri rispettivi ruoli; come quella volta che avevo organizzato la settimana bianca con gli amici e, dopo aver preparato le valigie e perso altre due ore per caricare la macchina, mi disse che non saremmo andati da nessuna parte perché aveva cambiato idea. Tentai di replicare ma fu subito inutile; a me ovviamente il compito di disfare i bagagli e trovare una scusa con gli amici. Mi aveva fatto capire che le cose non decise da lei avevano poca possibilità di andare a buon fine.
I suoi piedi erano bellissimi, come le mani, piccolini, numero 37, ma perfetti. Ogni tanto, quando guardava la televisione sdraiata sul divano, mi ordinava di adorarli (dovevo farlo con le spalle rivolte alla TV, per non distrarmi); dovevo baciarli e leccarli, annusarli, accarezzarli e giocare con loro, succhiarle le dita, riceverli sul viso per sentire tutta la loro forza e fragranza, tutto mentre lei era dedita al programma televisivo. Quando si stufava me lo faceva capire chiaramente allontanandomi con una leggera pedata in faccia. In questi momenti l'eccitazione saliva a mille.
Una sola volta li usò per punirmi; non potrò mai dimenticare la scena. Ebbi una reazione di ribellione a tutta la situazione che si era creata, in pratica il gioco mi stava stufando e pensavo di riprendere la mia posizione di maschio normale nella coppia. Iniziai a parlarne, calmo ma sufficientemente determinato; fui interrotto non appena ebbi finito il mio concetto.
Non disse una parola, ma i suoi occhi erano fuori dalle orbite; mi faceva paura e soggezione al tempo stesso. Con fermezza si avvicinò a me e senza dire una parola mi staccò quasi un orecchio per la forza con cui lo prese tra le dita e mi trascinò letteralmente fuori dalla porta di casa; mi costrinse, sempre tenendomi per l'orecchio, in ginocchio davanti alla porta di ingresso con il viso appoggiato per terra. Si sfilò la pantofola e mi mise il piede nudo sulla faccia, premendolo e schiacciandomi il viso sullo zerbino, come se dovesse spegnere una sigaretta. "Questo piede - disse - ha già ricevuto l'ordine di sbatterti fuori da questa casa a calci in faccia; prova a vedere se riesci a fargli cambiare idea, ma dovrai essere molto convincente."
Realizzai in un attimo che fuori di lì non sarei stato nessuno, non avrei avuto alcuna possibilità di lavoro nel mio settore, né un tetto per dormire, né soldi per vivere. Iniziai a leccare quel piede che mi schiacciava la faccia, passai la lingua dolcemente su tutta la pianta come so che a lei piaceva, le succhiai una per una le dita, supplicandolo di non dare corso all'ordine che aveva ricevuto. Feci tutto ciò terrorizzato che qualche vicino potesse passare in quel momento e vedere quella scena (ero una persona molto stimata nel condominio). Sentìì dei rumori di gente che stava scendendo a piedi dal piano di sopra e la mia angoscia cresceva sempre di più. Fu lei, mentre i passi si avvicinavano, a sollevare il piede dicendo "basta così, per questa volta ci hai convinti" e spalancando la porta di casa mi permise di rientrare (camminando in ginocchio a testa bassa) giusto in tempo prima del passaggio dei coinquilini. "Qualora ti tornasse in mente di riprendere l'argomento, non pensare che finirà così bene" concluse, una volta rientrati in casa. Era il suo cartellino giallo.
Il giorno che mi mostrò il cartellino rosso, fu quando rientrammo a casa dopo una cena da amici. Come capita in tutte le coppie (all'esterno e in società eravamo una coppia normale) in uno dei vari discorsi da salotto di quella serata ebbi una posizione diametralmente opposta alla sua; in pratica le diedi torto, mettendola in minoranza. Capìì che forse avevo esagerato quando, dopo dieci minuti e ben prima che la serata finisse, si alzò e gentilmente mi comunicò (ordinò) che era ora di rientrare.
Durante il tragitto in auto si sedette di dietro e non disse una parola, e ciò cominciava ad inquietarmi; giunti sul pianerottolo di casa, mi fece aprire la porta, si fece consegnare le chiavi con un gesto della mano e, rivolgendosi a me per la prima volta nell'ultima mezz'ora disse: "Alt; inginocchiati e metti la faccia sullo zerbino". Eseguii l'ordine senza ribattere; si respirava un'aria molto tesa e cominciava a trasparire la sua decisione. Lei entrò, lasciando la porta aperta; con eleganza si tolse la giacca e mi porse i piedi affinchè le sfilassi i sandali, cosa che feci con la consueta delicatezza, sfiorandole più volte i piedi nudi come so che le piaceva.
Finita l'operazione, in un silenzio agghiacciante, mi mise un piede sulla faccia, schiacciandola sullo zerbino come la prima volta, forse premendo con maggiore forza; le sue dita quasi mi entravano nel naso per farsi annusare. Passarono molti interminabili secondi, nessuno dei due parlava, la sua forza ed il suo potere erano tutte in quel piede che mi premeva il viso ed io sentivo sempre più forte la sensazione che ogni mia parola sarebbe stata inutile, qualunque cosa avessi detto, finchè mi comunicò la temuta sentenza: "Tu, da stasera, non abiti più qui". Tolse il piede, io alzai d'istinto la testa e la guardai con gli occhi imploranti. Era esattamente ciò che aspettava; con uno sguardo glaciale fece un piccolo passo indietro, prese un po' di rincorsa, alzò il piede e mi stampò una pedata fortissima in piena faccia; vidi in un attimo arrivarmi davanti agli occhi la pianta di quel piede che più volte avevo adorato, sentii il dolore del duro tallone che con crudeltà mi colpii tra naso e bocca, forse rompendomi il setto nasale, facendomi crollare sanguinante all'indietro. Chiuse la porta ed io non osai suonare.
Quella notte dormii in macchina e la mattina dopo in banca cortesemente mi dissero che non avevo alcuna facoltà di prelievo sul conto corrente. Ma la beffa più grande la ebbi quando mi presentai sul posto di lavoro e nel mio ufficio trovai una persona che gentilmente mi mise in mano una lettera nella quale, in sostanza, mi si comunicava il licenziamento in tronco (previsto dal mio contratto particolare), comunicandomi, dopo i ringraziamenti di rito per la preziosa collaborazione, che le mie competenze verranno prontamente liquidate sul conto corrente tal dei tali (quello su cui non avevo più facoltà di prelievo).
Sto facendo queste riflessioni nell'atrio della stazione ferroviaria; ormai è tre giorni che dormo qui con i miei amici barboni, mangiando il cibo che si riesce a racimolare dagli avanzi rinvenuti sui treni a lunga percorrenza. Sono tre giorni che non mi lavo, sto finendo i pochi soldi che avevo in portafoglio e sto meditando come tornare da lei.
Mi prenderà ancora ? A quali condizioni dovrò sottostare ?. Ci potranno essere ancora dei patti chiari tra di noi ?
Continua (forse)
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