Patti chiari (2)
di Magister

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Ormai erano 2 settimane che vagavo nei pressi della stazione, mangiando di nascosto gli avanzi dai treni a lunga percorrenza fermi per la manutenzione; avevo finito i soldi che avevo in tasca quando "Lei", mia moglie, quella sera nella quale l'avevo contraddetta in pubblico mi aveva dato il benservito al termine di un periodo di matrimonio/educazione /dominio che, evidentemente, non l'aveva soddisfatta pienamente. Ormai avevo maturato la mia decisione; sarei tornato da lei supplicandola di riprendermi alle sue condizioni; meglio sottomesso a mia moglie che lasciarsi lentamente morire di stenti, anche se ero cosciente che il livello di dominazione da parte sua sarebbe notevolmente cresciuto.

L'aspettai sotto casa quella sera stessa, erano passate da poco le 23 quando una macchina scura si fermò davanti al portone e scesero 2 persone; riconobbi subito lei, piccolina, perfetta nelle sue misure, ben curata in ogni particolare; lui non l'avevo mai visto prima; sembravano affiatati.

Uscii dal buio dello scantinato dove avevo atteso circa 3 ore sperando di non incontrare alcun condomino (chissà perché pensavo ancora alla mia reputazione, non immaginando il mio futuro) e mi feci avanti: "ti dovrei parlare" dissi timidamente. Lei, dopo un attimo di incertezza su chi fosse quel barbone uscito dal sottoscala che le stava rivolgendo la parola, mi riconobbe e con tono lievemente ironico rivolto al suo accompagnatore disse "ti presento mio marito, te ne avevo parlato, ricordi ?"; poi, rivolgendosi a me: "adesso non posso, non vedi che sono occupata ?", e finendo la frase iniziò a baciare l'uomo davanti a me, con sensualità crescente, come mai ci eravamo baciati noi due nei momenti migliori.

Rimasi esterrefatto, soffrendo dentro di me come un cane per quella scena; era la prima volta che vedevo mia moglie in intimità con un altro uomo e non vi ero preparato; vidi le due lingue che si cercavano e le mani di lei che gli accarezzavano la nuca, come se io non esistessi; per fortuna durò solo una decina di secondi. "Passa domani mattina alle 9, non prima, ma non ti presentare in quelle condizioni, non vedi come ti sei ridotto ?" e dicendo questo prese per mano l'uomo e si avviò verso quell'appartamento dove solo qualche settimana prima io entravo e uscivo quando volevo. Ero ancora innamorato di lei e soffrii molto per quella scena; l'immaginazione del dopo non fece che peggiorare il mio stato d'animo.

Dormii nel sottoscala, mi lavai con la pompa del cortile all'alba, quando nessuno sarebbe stato sveglio alla finestra, ed alle 9 in punto suonai il "nostro" campanello.

Mi ero ripassato mille volte le parole ed il modo per dirle, ma in ogni caso la situazione era molto difficile; mi stavo giocando la mia vita e lei, naturalmente, ne era perfettamente consapevole. "inginocchiati subito e non mi toccare assolutamente, mi fai schifo !" fu la sua accoglienza. Le feci il discorso che lei si aspettava, chiedendole di riprendermi con se, a qualunque condizione lei avesse voluto, sia perché l'amavo, sia perché non avevo altra scelta di vita. "SCHIAVITU' ASSOLUTA!" fu la sua risposta senza alcun margine di negoziazione. "Non ci sarà alcun limite a come io deciderò di usarti e ciò fino a quando io lo vorrò, quindi nessuna certezza e nessuna garanzia; prendere o lasciare".

Accettai. Non mi ero fatto nessuna illusione e sapevo che con lei i patti sarebbero stati chiari fin dall'inizio.

Dopo una bella doccia uscimmo a fare shopping (così disse lei); arrivati alla macchina, feci per salire, ed ebbi modo di rendermi subito conto dell'aria che tirava; sentii prendermi per i capelli con forza e sbattermi la testa contro la carrozzeria della macchina urlando: "non si apre la porta ad una signora ?" La gente che passava si fermò allibita a guardare la scena ed io diventai di tutti i colori per la figura. Le aprii la portiera (posteriore a questo punto) e mi misi alla guida; destinazione un sexy shop.

Appena entrati furono chiarissimi i ruoli, anche se il personale, con molto tatto, faceva finta di non capire chi fosse il destinatario degli acquisti. La sceneggiata potè durare molto poco. Davanti allo scaffale delle fruste disse "Ne vorrei provare alcune; tirati su la maglia". Ogni più remota dignità se ne stava andando e mi misi in posizione davanti a lei porgendo la schiena nuda. Mi colpì con 2-3 colpi per 5 tipi diversi di fruste, con i commessi del negozio che ridacchiavano di nascosto, commentando tra di loro. Erano le prime frustate della mia vita e rimasi inebetito, nel più rigoroso silenzio; lei non rideva e non commentava, agiva e basta, come se io fossi molto meno che una bestia. Ne scelse tre, senza chiedermi nulla.

Non facemmo dei grandi acquisti; a lei piaceva usare le mani, i piedi e altri oggetti naturali per "educarmi"; ricordo perfettamente le sedute educative, inginocchiato al suo cospetto per ricevere i suoi memorabili schiaffoni accompagnati dal motivo della "lezione", o i suoi piedi da adorare quando me lo ordinava. Tuttavia l'oggetto che le piacque di più fu un collare luminoso e sonoro, che provò più volte, apparentemente divertita. Quando lei premeva un telecomando il collare suonava (c'erano più suonerie, come per i telefonini) e delle lampadine che lo contornavano si accendevano ad intermittenza; a 100 metri di distanza chiunque avrebbe notato quel collare lampeggiante.

Lo tenni addosso, mi mise un guinzaglio corto un metro ed uscimmo; tentai di replicare osservando che questo mi sembrava troppo, la strada era piena di gente, ma lei diede uno strattone al collare e, facendo finta di non aver sentito nemmeno una delle mie parole, si incamminò con passo deciso verso la macchina; io dietro, come un bravo cane con la sua padrona. Non c'era un passante che non si accorgeva di noi due, commentavano e si davano di gomito divertiti. Naturalmente le aprii subito la portiera.

Il mio ritorno al lavoro il giorno dopo fu tremendo; lei davanti ed io a guinzaglio, passammo in rassegna tutti gli operai e molti dei miei ex collaboratori; non ebbi il coraggio di alzare lo sguardo per incrociare i loro occhi. Mi portò alla produzione, mi presentò al capo reparto dandogli delle istruzioni che io non sentii (lei era la figlia del titolare, lavorava in amministrazione) e mi salutò con un inquietante "ci vediamo più tardi, per il caffè".

Avevo ancora in testa la lezione della mattina; come sempre era stata chiarissima quando, dopo avermi fatto inginocchiare mi disse. "quando io ti chiamo con il telecomando tu devi venire da me nel minor tempo possibile e inginocchiarti al mio cospetto in attesa di ordini, qualunque cosa tu stia facendo; sono stata chiara ?. Annuii, sapevo benissimo che una sola parola in più mi sarebbe costata sicuramente almeno qualche ceffone.

Erano circa le 11 di mattina, stavo sistemando alcuni scatoloni come mi aveva detto di fare il capo reparto, quando il collare cominciò a suonare e ad illuminarsi; mollai gli scatoloni, feci un cenno al capo e mi avviai verso l'amministrazione. Non ci fu un collega che non interruppe il suo lavoro per seguire la scena. Non essendo pratico sbagliai anche le scale e dovetti tornare indietro, perdendo indubbiamente del tempo prezioso. Arrivai, salutai le 4 impiegate nella sala (quando ero il capo dei venditori avevo fatto loro più di qualche bella lavata di capo quando mi sbagliavano gli ordini, ma erano altri tempi), bussai la porta a vetri dell'ufficio di quella che oserei ancora chiamare mia moglie, comunque della responsabile dell'amministrazione, ed entrai assumendo la posizione in ginocchio che a lei piaceva tanto (era di piccola statura, e così mi dominava meglio).

Premette un bottone sul telecomando, che si fermò a 1 minuto e 28 secondi; il collare smise immediatamente di lampeggiare e suonare. Le impiegate avevano interrotto il lavoro per osservare cosa stava succedendo, e dal basso del capannone facevano altrettanto tutti gli operai, con la testa verso l'alto, dove, grazie alle pareti di vetro, si potevano intravvedere gli uffici posti al primo piano.

Si alzò dalla scrivania, e facendo di tutto perché tutti sentissero e vedessero, disse a voce alterata: "1 minuto e 28 secondi per fare 4 scalini ?", e incamminandosi senza nemmeno guardarmi mi afferrò per un orecchio, come usava fare quando voleva insegnarmi qualcosa o per umiliarmi, e mi trascinò fuori dall'ufficio; dovetti strisciare in ginocchio molto velocemente perché non le rimanesse tra le dite il mio povero orecchio paonazzo, passammo davanti alle impiegate sino a raggiungere la vetrata grande dalla quale si vedeva bene tutto il capannone (e viceversa). Fu così che dovetti incrociare gli sguardi dei colleghi operai rivolti all'insù verso di me, mentre non feci ormai nemmeno caso alle impiegate, paralizzate sulle loro scrivanie.

Mi mollò l'orecchio, ormai color viola, solo quando fu certa che tutti avessero visto quella scena; fece un numero interno di un reparto e dall'alto vidi un ragazzo giovane, atletico, alzarsi e andare a rispondere. Disse due parole e vidi il ragazzo partire di corsa verso le scale. Dopo pochi secondi fu dietro di noi.

Lei guardò l'orologio, e con la frase "18 secondi, bravo, puoi tornare al lavoro"?congedò il ragazzo, che salutò con riverenza e scomparve.

Mi girò un po' intorno senza dire nulla, nel gelo generale che si era creato in ufficio; tutti si attendevano che succedesse qualcosa, ma nessuno sapeva cosa. Io ricordavo molto bene questo suo atteggiamento di attesa e suspance, ed era sintomo di lezione educativa in arrivo. Non mi sbagliai.

Il primo ceffone si stampò sulla mia faccia senza preavviso, come piaceva a lei, senza dare il tempo di prevenire il colpo: "19 secondi, …..", disse, ma sul momento non capii. Il secondo arrivò poco dopo "20 secondi…"; sapevo bene, per l'esperienza precedente, che quando mi "accarezzava" con la sua piccola mano, ben tornita, io dovevo stare immobile a sua disposizione finchè lei riteneva giusto far durare la lezione. Non c'era mai regolarità nei tempi di esecuzione; le sue pause erano volute, creavano un misto di attesa e terrore, mentre in quei momenti l'adrenalina mi saliva a mille, non saprei se più per la paura o per il piacere. Infatti dopo una pausa che mi fece illudere la fine di questa umiliante situazione mi arrivarono il terzo, un quarto di rovescio e subito dopo il quinto ceffone, scanditi dai numeri "21, 22, e 23 secondi….". Solo a quel punto realizzai dove sarebbe arrivata; avrebbe colmato a suon di sonori schiaffoni il divario tra i 18 secondi impiegati dal ragazzo ed il minuto e 28 secondi del mio tempo.

Arrivò a 48, quasi tutti dalla stessa parte, la mia guancia sinistra, prima di porgermi la mano da baciare e adorare come mi aveva insegnato (senza lingua); era rosso anche il palmo della sua mano, ma questo a lei piaceva; la mia mandibola era indolenzita e sentivo i solchi delle sue dita sulla pelle. "Continuate voi ragazze, 10 secondi a testa, voglio sentire schioccare le mani come un applauso cadenzato…, forza !", disse alle impiegate, rientrando nel suo ufficio.

Dopo un po' di comprensibile smarrimento la prima delle ragazze mi si avvicinò; era la grassona del gruppo e aveva delle mani grasse e robuste. Probabilmente si ricordò di una mia battuta sul suo peso fatta in non so quale occasione con una collega, tutto meno che riservata, e non mi fece alcuno sconto; anzi, il suo sguardo sembrava godere della situazione e consumò le sue 10 battute in poco tempo, con qualche serie di manrovesci ben assestati, da vera professionista. Si vedeva che non era la prima volta che prendeva a schiaffi un uomo.

La seconda, per mia fortuna, era mancina; fu quasi un sollievo essere schiaffeggiato dall'altra parte; mi considerai fortunato per quella circostanza e contai 68 senza quasi accorgermi.

La terza era magra e gracile; con lo sguardo mi chiese scusa; sapevo da sempre che aveva un debole per me e, anche se non l'avevo mai filata nemmeno col pensiero, ero sempre stato cortese con lei; si chiamava Gabriella. Mi stava colpendo quasi con delicatezza; non c'era in lei né forza fisica né tantomeno cattiveria. "Ceffoni, non carezze….., ceffoni.!!", si udì urlare dall'ufficio. Gabriella aumentò leggermente la forza, ma più di tanto proprio non era in grado di fare, per mia fortuna. Con gli occhi la ringraziai.

Aveva appena concluso il suo turno quando il suo capo (e la mia padrona) si materializzò dietro di lei. Girarsi sentendo una presenza alle spalle per lei fu istintivo.

La tremenda "cinquina" che le si stampò sul suo dolce viso raggelò ulteriormente tutto l'ambiente e non solo lei, che barcollò perdendo l'equilibrio e cadde trascinandosi per terra il contenuto di mezza scrivania. "Questo è un ceffone, cara Gabriella…"; "Ma signora, come si permette ?", ribattè lei dopo alcuni secondi di smarrimento.

Lei invece se lo poteva permettere, anche se sono certo era la prima volta che accadeva una cosa simile in quell'ufficio; non disse una parola, com'era nel suo stile, compose un numero di telefono; dall'altro capo rispose un conoscente e dopo alcuni convenevoli disse "ricordi quella ragazza, esperta in contabilità, che mi avevi tanto raccomandato: mandala qui domani mattina, mi si è liberato un posto" "Preparate i conteggi per Gabriella fino ad oggi a mezzogiorno", ordinò alle altre e rientrò nel suo ufficio. Calò nell'aria una tensione che si tagliava con un coltello.

La quarta era alta, non bella, ma con mani e piedi molto grandi; "sai, ho famiglia, ho bisogno di lavorare", mi preavvisò, prima di scaricare sulla mia povera faccia le ultime dieci signore sberle con l'energia di chi difende il suo posto di lavoro.

A lezione ultimata lei uscì dall'ufficio e rivolta a me ordinò un the freddo al limone e fece ordinare da bere anche alle ragazze; Gabriella piangeva in un angolo e non fu degnata di alcuna considerazione. Andai al bar sottostante a fare rifornimento e mi accorsi che tutti, anziché il collare, mi guardavano la guancia sinistra. Dovevo essere messo male, ma non trovai uno specchio per vedermi.

Da quel giorno ogni mattina, quando mi chiamava per la pausa caffè, non superai mai i 20 secondi per percorrere quel maledetto piano di scale.

Continua (forse)