La morte del playboy
di Anselmo


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Una banalissima sera d'estate, il solito itinerario di caccia: oramai avevamo creato una vera e propria tradizione per andare a rimorchiare a colpo sicuro.
I soliti locali, le solite faccie anonime dietro un paio di occhi azzurri incorniciati da stopposi capelli biondi... una routine per noi in quella nota stazione di villeggiatura dell'alto adriatico, frequentata per lo più da tedesche e austriache nei mesi estivi.
Anche la tecnica di approccio oramai era protocollata, nessuno di noi si distaccava dal solito clichè: ogni domanda ed ogni risposta erano state programmate secondo una sorta di algoritmo che avevamo affinato col tempo.
Quella sera nell'aria sentivo però strane vibrazioni, il Cielo minacciava pioggia e per non correre rischi andammo a colpo sicuro in un locale al coperto, che conoscevamo per essere frequentato da ragazze rovinatissime, spesso minorenni, nella quasi totalità ubriache fradicie o impasticcate già verso la mezzanotte.
Appena entrati, dopo i soliti salamelecchi di benvenuto del gestore (visto che siamo gli unici clienti con un aspetto dignitoso), avviandoci come da abitudine a compiere un giro di esplorazione perimetrale rimango folgorato dal seno di una ragazza che stava seduta da sola sul bordo di un divanetto sorseggiando un drink.
Avvisati gli altri che avrei tentato l'accosciata al divano, puntai dritto verso di lei.
Come spesso accade, l'ormai collaudatissima frase (ovviamente in inglese) d'approccio produsse un buon feedback; lei mi disse che in effetti era sola ed avrebbe ballato volentieri.
Una volta in piedi, notai che aveva nell'insieme un'ottima sagoma fisica ed anche il viso non era poi tanto male.
Per uno strano scherzo del destino, tuttavia, commisi l'errore di non seguire le buone tradizioni del gruppo. La ragazza (austriaca), infatti, voleva soltanto ballare: ogni volta che provavo ad avvicinare un contatto un po' più intimo si allontanava di un passo e faceva uno sguardo di disapprovazione.
Secondo la nostra tradizione, questo significava inequivocabilmente che quella sera non avrei potuto combinare niente di buono con lei, pertanto sarebbe stato più conveniente mollarla in mezzo alla pista da ballo e cercare di approcciarne un'altra (anche perchè attorno a me ne avevo viste un paio più attraenti).
Mi sentii invece un istinto sinistro che mi portava a sostenere quell'inutile sfida.
Diedi fondo a tutto il repertorio, ma senza risultati apprezabili, e tentai come ultima chance di usare l'arma scorretta: erano ormai due ore che ballavamo come due imbecilli ed a me facevano male le gambe, quindi la invitai a bere qualcosa (fare lo sponsor non è molto onorevole per un playboy, ma non avevo alternative). Ordinai due CubaLibre, avvisando il barman (vecchio marpione) che dovevo guidare, quindi l'alcohol andava da una parte sola...
Ci mettemmo seduti a bere, e poco dopo (credendo che cominciasse a sentire gli effetti) provai a baciarla. Ancora una volta mi stoppò perentoriamente, ma aggiunse subito dopo: "non qui!"
Chiaramente immaginavo volesse uscire, invece mi prese per mano e mi portò sul "cubo" più visibile della discoteca.
Non capivo cosa avesse in mente, nè potevo immaginare cosa mi sarebbe capitato di lì a poco.
Tuttavia già gongolavo pensando ai miei amici che nel frattempo non avevano concluso nulla.
Mi disse allora con tono perentorio "ecco, adesso puoi baciarmi"; ma appena mi avvicinai mi prese con forza dietro la nuca stringendo forte e lacerando la pelle del mio collo con le unghie.
"Idiota, non ti ho detto di baciare la mia bocca. Baciami i piedi!" Credendo scherzasse, mi misi a ridere, ma lei strinse ancor più la presa e mi fulminò con uno sguardo tremendo.
Colpito dalla sua decisione, mi sentii davvero in suo potere, mi inginocchiai e chinai il capo a terra per obbedire al suo ordine, accompagnato dai suoi artigli nell'operazione.
Non appena fui prostrato lasciò la presa con la mano, fece un passo indietro per rendere la scena ancor più visibile, protese prima un piede e poi l'altro affinchè io potessi baciarli.
Ormai ero spacciato, la mia immagine era inesorabilmente distrutta, sapevo che avrei dovuto cambiare locale e forse anche paese, ma la cosa peggiore era pensare che dopo pochi minuti tutti quelli che conoscevo avrebbero saputo il fatto per opera dei miei "compagni di caccia".
Non avevo il coraggio di alzare più gli occhi da terra, ma lei mi agevolò ulteriormente in questo.
Subito mi calcò la faccia sul suolo con la suola di una scarpa (sembrava la destra), quindi mi mise una catenella argentata attorno al collo e la assicurò con un piccolo lucchetto.
Con un primo strattone quasi mi soffocò, tenendomi sempre assicurato al suolo con il piede, mentre sentivo altre ragazze ridere attorno a me.
Tolse allora il piede dalla mia testa, diede un secondo strattone per farmi alzare il capo all'altezza delle sue ginocchia, quindi mi ordinò di seguirla.
Camminai a quattro zampe dietro di lei attraverso tutta la pista da ballo, sotto gli sguardi divertiti di centinaia di persone.
Fu così che scorsi poco dinanzi uno dei buttafuori (che oltretutto credevo fosse un amico, comunque mi conosceva bene), al quale la ragazza bisbigliò delle parole all'orecchio, cui lui fece seguire un cenno di approvazione col capo.
Non so se nel frattempo gli aveva dato del denaro, fatto sta che fui trascinato al guinzaglio nel bagno delle donne, dove l'energumeno mi immobilizzò le braccia dietro alla schiena, così che rimanessi inginocchiato dinanzi alla mia padrona senza poter muovere un solo muscolo.
Questa, slacciati i pantaloni mi prese la testa e la avvicinò alla vulva, stringendola in mezzo alle gambe.
"Non farne cadere neanche una goccia" mi ordinò, al che ovviamente le risposi "sì, padrona!".
Allentò leggermente la pressione delle gambe per consentirmi di prendere meglio posizione, quindi le strinse di nuovo ed iniziò ad espletare lentamente il suo bisogno.
Non so se fosse a causa dell'alcool ingerito, ma la sua sorgente dorata era di una acidità insopportabile.
Non potevo, tuttavia, sottrarmi a quella corvee, altrimenti chissà quali supplizi avrebbe potuto infliggermi.
Dopo un paio di inesauribili minuti, dopo che la sua vescica era stata travasata interamente nella mia bocca, sentii che la presa del buttafuori mi lasciava libere le braccia. Evidentemente lo aveva congedato.
Rimasi a terra esanime, anche perchè avevo dovuto subire una apnea estenuante, ed in quel mentre lei mi pose nuovamente un piede sulla testa.
Avevo la suola premuta sulla guancia, con la testa girata di lato. Lei iniziò a frizionare con forza, cagionandomi anche una leggera abrasione.
"Ti piacerebbe lucidarla, vero?" mi chiese. "Non desidero di meglio, padrona!" fu l'unica risposta che fui capace di proferire.
Ancora una volta, però, non era soddisfatta. Mi sferrò un calcio in pieno viso, strattonò nuovamente la catenella costringendomi nuovamente carponi, quindi mi disse "non qui, è troppo comodo per te!" Uscimmo quindi dal bagno, accompagnati da un applauso divertito di alcuni curiosi che attendevano di vedere la scena, quindi lei si diresse verso un divanetto del privé rialzato, con me al seguito che camminavo carponi come un cagnolino.
Sedutasi, mi ordinò di dispormi innanzi ai suoi piedi, quindi dovetti leccare le suole dei suoi sandali, molto adagio e prolungatamente, ovviamente sempre sotto lo sguardo di tutta la clientela del locale.
Dopo una ventina di minuti non sentivo più neanche il dolore alla lingua, tanto mi ero assuefatto.
Incredibilmente, però, tutto ciò che era accaduto mi piaceva terribilmente. Mi ero davvero affezionato alla mia crudele padrona, mi sentivo davvero a mio agio sotto i suoi piedi, come mai mi ero sentito in vita mia.
Lei, ancora non paga, accese allora una sigaretta, e mi fece cenno con le dita di avvicinarmi. Comprendendo subito le sue intenzioni, mi accovacciai accanto a lei a bocca aperta.
Lei mi accarezzava il capo con le dita della mano sinistra, facendomi sempre sentire tuttavia la forza dominatrice delle sue unghie, e con la destra ciccava la cenere nella mia bocca.
Quando giunse il momento di doverla spegnere, mi protesi con la lingua in avanti. Credo che sia rimasta stupita dalla mia devozione, infatti sorrise beffarda scuotendo il capo. Appoggiò delicatamente la sigaretta ancora accesa sul dorso della mia mano che era appoggiata a terra accanto al suo piede sinistro, quindi alzandosi in piedi mi schiacciò la mano e la strofinò con forza, producendomi un dolore disumano combinato dallo schiacciamento, dallo sfregamento e dalla leggera ustione.
Era ormai quasi l'ora di chiusura del locale, quindi decise di tornare in albergo.
Appena fuori, le venne in mente un'altra soluzione di tortura: utilizzare le mie mani in vece dei sandali.
Mi fece quindi poggiare le mani col dorso sul suolo, e salì con i piedi sui miei palmi.
Tanto ero ormai succube delle sue estremità che mi affrettai ad accarezzarne la parte interna (sudatissima) con quello che rimaneva della mia lingua.
Un nuovo calcio in pieno viso mi tramortì di nuovo "devi fare solo ciò che ti ordino" mi sgridò; "sì, padrona" risposi per l'ennesima volta.
La sua automobile era molto vicina per fortuna, saranno stati circa 50 metri, che dovetti percorrere camminando sulle ginocchia e con la mia padrona in piedi sulle mie mani: per questo mi è sembrato di dover salire sul Calvario con la croce sulle spalle.
Come immaginavo, utilizzò per l'ultima volta la mia testa come zerbino quando giungemmo dinanzi alla portiera della vettura, quindi mi legò con la catenella ad un segnale stradale sul marciapiedi di fianco e mi chiese: "cosa hai capito questa sera?" "Che sono nato per essere il tuo schiavo" le risposi prontamente.
"Sbagliato! Che quando incontri una ragazza austriaca devi inginocchiarti in segno di obbedienza, non cercare di rimorchiarla. Perchè tu al suo confronto sei solo un lurido verme!"
Chiuse lo sportello e mise in moto, lasciandomi legato lì con i dorsi delle mani ed il viso segnati dalle abrasioni, ed i pantaloni di C.K. orribilmente
lacerati sulle ginocchia.
Fui liberato, ancora in stato confusionale, dopo 3 ore da un venditore ambulante.
Ma la mia mente è ancora lì, dove lei mi ha legato, ad aspettare che la mia padrona torni a prendermi perchè possa servirla tutta la vita.

Anselmo