Weekend con Sara
di Robert

Gabbia.com
Sara ed io ci siamo conosciuti tramite un annuncio in una messaggeria BDSM circa tre anni fa, il suo nick era toilet slut. Sono stato io a contattarla, attirato dal suo nome e dal contenuto dell’annuncio in cui lei si offriva a Mistress o coppia dominante come schiavetta tutto fare e soprattutto come latrina.
Avendo io la stessa predilezione per la pioggia dorata ho deciso di rispondere al suo annuncio per avere con lei qualche scambio d’opinione e per parlare delle nostre reciproche esperienze.
Cominciammo uno scambio di e-mail dal quale emerse che entrambi sognavamo di entrare a servizio presso una coppia e di metterci a loro totale disposizione come schiavi. Così dopo qualche mese decidemmo d’incontrarci. Fissammo l’appuntamento in un bar in zona stazione centrale a Milano.
Lei aveva allora 24 anni e io 26, eravamo due sconosciuti ma ci conoscevamo intimamente. Sapevamo i desideri più nascosti l’uno dell’altra e sapevamo di condividere lo stesso desiderio di sentirsi degradati ed umiliati. Io come sempre ero arrivato in anticipo e quindi la stavo aspettando seduto ad un tavolino all’esterno del locale, conoscevo il suo aspetto perché ci eravamo scambiati delle foto ma ero molto curioso di vederla dal vivo, di sentire la sua voce, il suo odore, di scoprire il suo modo di parlare e di muoversi…
La vidi arrivare da lontano, indossava una gonna nera, al ginocchio, non portava calze, aveva un golfino azzurro di lana leggera a maniche corte e delle scarpe da collegiale con il tacco basso. I capelli neri lunghi racchiusi in uno chignon. La carnagione bianchissima, i tratti del viso poco pronunciati, le labbra sottili e quegli occhi neri aperti sul mondo, facevano di lei una figura esile e delicata. Ero affascinato dalla sua andatura incerta ma veloce e la guardavo avvicinarsi emozionato come un bambino.
Temevo di non piacerle, avevo paura di non sapere cosa dire e che quello sarebbe stato il nostro primo ed ultimo incontro.
Fu invece il primo passo di una lunga amicizia che non sarebbe mai finita se solo… Se solo il destino non si fosse accanito su di noi in maniera tanto crudele, ma non è di questo che voglio parlare, non adesso.
In quel primo incontro decidemmo di unire i nostri sforzi e di cercare insieme una Padrona o una coppia che volesse sfruttare e godere delle nostre inclinazioni. Mettemmo diversi annunci sia in Italia che all’estero e finalmente, dopo molti contatti andati in fumo, arrivò quello giusto, dalla Svizzera.
Era una coppia francese che abitava a Ginevra. Marito e moglie di circa 40 anni senza figli. Nella loro risposta dicevano di essere interessati al nostro annuncio e ai servizi che offrivamo, ci chiesero le nostre foto e ci inviarono le loro. Sembravano fare sul serio, così dopo un paio di messaggi ci parlammo al telefono.
Visto che conosco il francese, emozionantissimo, chiamai io. Rispose Lei, quella che di li a pochi giorni sarebbe diventata la mia Padrona e l’oggetto della mia totale e assoluta devozione. Si chiamava Leah, la conversazione fu breve ed essenziale. Aveva un tono di voce freddo e sprezzante, mi disse immediatamente di non parlare se non su precisa richiesta e di limitarmi a rispondere alle sue domande. Mi chiese se fossimo interessati a passare un week-end di prova presso di loro a Ginevra. Avrebbero provveduto loro ai biglietti aeri e ci avrebbero fatto venire a prendere direttamente all’aeroporto. Accettai immediatamente, ci diede appuntamento per la settimana successiva e mi disse che avremmo ricevuto una mail con tutte le istruzioni. La mail arrivò infatti puntuale il giorno dopo, conteneva due ordini brevi ma perentori: non dovevamo portare assolutamente niente come bagaglio, nemmeno la biancheria di ricambio; e dovevamo presentarci vestiti elegantemente e in maniera assolutamente identica. Avevamo la libertà di scegliere noi i vestiti che ritenevamo più adeguati.
La cosa ci divertì molto. Sara propose di acquistare due completi da uomo, così fu e così ci presentammo il venerdì successivo all’aeroporto di Ginevra.
Per la persona incaricata di venirci a prendere non fu difficile trovarci, era un uomo sulla trentina vestito elegante ma sportivo, venimmo a sapere in seguito trattarsi di un loro caro amico, Antoine. Ci disse di seguirlo; una volta in macchina ci porse due mascherine nere e ci chiese di indossarle.
Dopo circa venti minuti la macchina si fermò, sentii che Antoine suonò ad un citofono e che si aprì un cancello automatico, la macchina entrò, fece qualche centinaio di metri e si fermò di nuovo. Antoine ci disse di scendere ma di rimanere bendati e di aspettare li fermi in piedi. Appena scesi, la macchina ripartì e noi restammo lì, soli, senza sapere dove ci trovassimo e senza sapere cosa avremmo dovuto aspettarci. Chiesi a Sara come si sentiva e lei mi disse di essere molto eccitata. Sorrisi dentro di me felice di averla al mio fianco.
Restammo così in attesa per un periodo che a me parve assai lungo, stavamo in silenzio e immobili ben sapendo che probabilmente qualcuno ci stava osservando. Finalmente sentimmo una porta aprirsi e dei passi venire verso di noi, una voce che non seppi giudicare se di uomo o di donna, ci disse che ci avrebbe legati ad un guinzaglio e ci ordinò di seguirla. Entrati in casa fummo condotti in una stanza dove ci fu chiesto di sederci. La voce ci disse che di fronte a noi c’erano due copie di un contratto che, se avessimo deciso di firmare ci avrebbe vincolato ai nostri Padroni fino alle 18 della domenica. Ci disse di aspettare a toglierci le maschere finchè non fosse uscita dalla stanza. Dovevamo leggere il contratto, eventualmente firmarlo e quindi bendarci di nuovo e aspettare. Così facemmo.
Eravamo decisamente spaesati, ma anche felici per quell’accoglienza, ci trovavamo in una stanza abbastanza grande, riccamente arredata con mobili e tappeti antichi e oggetti di valore. Sara mi guardò, non disse niente ma dal suo sorriso capii che era eccitata e ansiosa quanto me di iniziare quell’esperienza che così a lungo avevamo sognato.
Sul contratto c’erano i termini del nostro impegno verso di loro e i limiti (da noi precedentemente posti) che essi si impegnavano a rispettare. L’impegno prevedeva di essere al loro totale servizio 24 ore al giorno per i due giorni del nostro soggiorno. Si diceva inoltre che era loro diritto prestarci ad altre persone, uomini e donne e umiliarci pubblicamente.
Firmammo e ci rimettemmo le mascherine come ci era stato ordinato.
Dopo qualche minuto la porta si aprì nuovamente, poco dopo la stessa voce di prima ci disse di essere contenta che avessimo accettato e ci pregò di seguirla.
Fummo condotti in un'altra stanza e ci fu chiesto di toglierci i vestiti e di stenderci con la schiena sul pavimento sempre bendati. Presto avremmo incontrato i nostri nuovi Padroni ma prima avremmo dovuto essere lavati e rivestiti.
Era un pavimento freddo di piastrelle, ci sdraiammo e restammo lì in attesa. Poco dopo sentimmo nuovamente la voce di prima ma questa volta c’era un'altra persona. Parlavano francese con uno strano accento e facevano commenti su di noi. “Ma guarda che bei vermiciattoli che hanno abboccato all’amo questa volta” “Speriamo che i Padroni permettano anche a noi di usarli un po’” e altri commenti di questo tipo.
Improvvisamente sentii un getto forte e caldo arrivarmi in faccia! Mi stavano pisciando addosso, e lo stesso probabilmente stava accadendo anche a Sara. Ci fu immediatamente ordinato di aprire la bocca e di bere tutto il piscio, era urina forte ed odorosa ma ero felice di eseguire quell’ordine anche perché immaginavo fosse quella della donna che ci aveva ordinato di spogliarci. Invece mi sbagliavo di grosso, poco dopo infatti mi trovai in bocca un cazzo gocciolante che mi fu ordinato di leccare e pulire ben bene. Sentivo Sara mugolare di piacere, immaginavo che stesse subendo quello che avrei sognato subire io, ossia pulire la fica bagnata di lei. Invece mi trovavo con quel cazzo in bocca che entrava e usciva dalla mia bocca arrivandomi fino in gola. Era un pene di piccole dimensioni e nemmeno totalmente in erezione. Cercai di immaginarmi chi fosse quell’essere che stava usandomi come suo cesso. Era la prima volta in vita mia che succhiavo un cazzo e dovetti trattenermi dal vomitare.
Mi stava scopando in bocca e di lì a poco liberò nella mia bocca un fiotto caldo e aspro di sperma. A mia totale sorpresa devo dire di aver molto apprezzato quel trattamento e quel piccolo e morbido cazzo che mi ha così calorosamente dato il benvenuto.
Ci fu poi ordinato di metterci in ginocchio e finalmente ci fu tolta la maschera. E’ difficile descrivere lo stupore che ci colse alla vista dei due esseri che avevano abusato di noi poco prima. I nostri due “stallieri” erano infatti due transessuali asiatici, straordinariamente belli e dal cranio completamente rasato. Di bassa statura, avevano un seno piccolo ma ben pronunciato e sodo e un corpo molto ben modellato. Sembravano due anguille e, come potemmo constatare in seguito, delle anguille avevano sicuramente l’agilità. Indossavano un sottile collare in pelle senza borchie con solo un anello per il guinzaglio e un imbracatura di cuoio e catene attorno al torace esile. Erano due figure inquietanti – identiche in altezza – indistinguibili l’una dall’altra.
Ci fecero fare una doccia lavandoci con cura quindi ci asciugarono e ci dissero di seguirli camminando a quattro zampe completamente nudi. Finalmente avremmo incontrato i nostri Padroni. L’introduzione era stata in grande stile e in cuor nostro sapevamo che il bello doveva ancora cominciare!

Sara ed io avevamo ormai perso la cognizione del tempo, per quanto mi sforzassi non riuscivo ad immaginare da quante ore fossimo arrivati in quella casa, inoltre eravamo affamati, non avevamo mangiato niente tranne il misero spuntino che avevamo ricevuto sull’aereo.
I due transessuali ci fecero camminare per un tempo che potrei valutare attorno ai dieci minuti, su superfici di vario tipo: piastrelle, moquette, marmo, legno e infine ghiaia. Venimmo infatti condotti all’esterno, probabilmente in giardino. Era una sera di fine estate e l’aria era piacevolmente fresca.
Avevamo le ginocchia doloranti e piene di escoriature a causa del lungo tragitto su quella superficie sterrata. Ad un certo punto sentimmo una voce di uomo esclamare: “Ah les voilà! Enfin ils sont arrivés!" poi una voce di donna che con fredda cordialità ci disse “Soyez les bienvenus Sara et Luca, mon mari et moi on est très heureux de vous avoir ici! On s’amusera bien ensemble, vous verrez." A quest’ultima frase seguì un ghigno gelido e perveso che a me sembrò abbastanza inquietante ma anche molto promettente.
Fummo fatti fermare, i due transessuali ci staccarono la corda con cui eravamo legati e ci intimarono di rimanere fermi a quattro zampe. Finalmente ci tolsero la maschera. Il momento che tanto avevamo aspettato era finalmente arrivato! Non vedevo l’ora di vedere i nostri Padroni.
Ma, quando finalmente riacquistammo la vista, dei nostri Padroni nessuna traccia! Ci trovavamo in un giardino, ai piedi di un patio di ferro e vetro in bel stile Liberty eravamo ai piedi della scala che portava al patio. Era un giardino molto bello con stagni e aiuole fiorite, molto ben illuminato. Sebbene immaginassi che i nostri Padroni fossero seduti nel patio, non riuscivo vederli. Restammo lì in attesa per qualche istante finché, ad un certo punto la voce della Padrona molto gentilmente ci disse in un italiano dal forte accento francese ma corretto: “Poverini dovrete essere affamati ormai. Sono diverse ora che non mangiate. So invece che siete già stati dissetati!” Anche a questa frase seguì lo stesso ghigno di prima. Io risposi che si, infatti avevamo molto appetito e che avremmo mangiato volentieri qualcosa! Al tempo stesso cominciavo a spazientirmi, ancora una volta si negavano alla nostra vista.
Non li avevamo ancora visti eppure eravamo già totalmente asserviti alla loro volontà ed ai loro capricci. Mi sentivo debole, stanco e frustrato.
Inoltre mi sentivo molto umiliato per il fatto che ancora non si erano degnati di farsi vedere. Ci consideravano davvero niente più che degli schiavi e degli oggetti. Quello che eravamo come persone era loro del tutto indifferente. Sara ed io ci aspettavamo di venir accolti come degli ospiti.
Pensavamo che ci saremmo dapprima presentati quindi che avremmo chiacchierato un po’ e magari bevuto qualcosa insieme prima di cominciare a giocare.
Ovviamente ci eravamo sbagliati completamente, quell’accoglienza aveva messo subito le cose in chiaro, non eravamo dei loro amici o delle persone con cui vale la pena scambiare due chiacchere. Eravamo i loro toilet slaves e come tali venivamo trattati! Devo dire che l’averci negato quel minimo di formalità e di conoscenza “introduttiva” è stato per entrambi un colpo molto duro ed un'umiliazione difficile da digerire. In questo modo ci avevano negato ogni possibilità di essere considerati persone con una propria esistenza ed una propria personalità. Sarebbe stato sufficiente un saluto scambiato in piedi, faccia a faccia tra persone “libere” per cambiare completamente le cose e dare un senso tutto diverso alla nostra sottomissione. Ci rendemmo conto in seguito, che fu proprio quella fortissima violenza iniziale a permettere a Sara e a me di vivere quella degradazione totale che avevamo sognato senza in realtà aver la benché minima idea di cosa si trattasse.
Comunque eravamo affamati e in cuor nostro fummo felici quando vedemmo dei pezzi di cibo misto a saliva semi-masticato pioverci addosso. Si, ci stavano lanciando dei bocconi di carne e verdure orami resi poltiglia. Il cibo cadendo per terra si sporcava di ghiaia diventando così ancora meno appetibile.
Anche questo fu un duro colpo per noi, soprattutto per Sara. La guardai e mi accorsi che aveva il respiro che le si spezzava in gola, cercava di masticare quel cibo misto a ghiaia con la sua consueta forza di volontà ma
vedevo che stava singhiozzando e che delle lacrime colavano sul suo viso. Ci era vietato parlare tra di noi ed anche toccarci per cui cercai il suo sguardo e le sorrisi. Mi sorrise a sua volta e mi guardò negli occhi per un lungo attimo. Fu allora che mi accorsi di non capire! In quegli occhi lessi la disperazione di una persona profondamente umiliata, nuda a quattro zampe in un luogo sconosciuto a casa di persone sconosciute mangiando come una bestia affamata degli avanzi di cibo sputati con indifferenza. Quell’esile e delicata figura emanava una forza d’animo enorme che se diretta all’esterno sarebbe stata capace di chissà quali cose. Ma la direzione che prendeva era un'altra, quella forza era rivolta contro se stessa ad un unico scopo, la degradazione e l’umiliazione della sua persona e il piacere masochista che quella sofferenza le regalava. Non capivo lei e non capivo me stesso, animato dalla stessa pulsione; ma soprattutto non capivo e forse non capirò mai quel lampo di felicità che lessi nei suoi occhi in quella sera di fine estate.
Mangiammo tutto quanto ci fu degnato di ricevere senza lasciare nemmeno una briciola sul suolo. Di nuovo ci raggiunse quella voce femminile: “Il cibo è stato di vostro gradimento?” “Si Signora” mi affrettai a rispondere. Sentimmo allora dei passi e finalmente vedemmo quelle persone sconosciute ma che già così profondamente erano riuscite ad umiliarci. Si fermarono, mano nella mano al bordo del patio tanto che, stando a quattro zampe dovevamo tenere la testa tutta reclinata all’indietro per riuscire a vederli.
Alla loro vista la sorpresa fu, ancora una volta grande. E ancora una volta mi resi conto di come fantasie e realtà raramente coincidano. Mi sarei aspettato una Mistress nero vestita con e stivali di PVC, e un Master con gilet di pelle nero e frustino in mano. Invece quella che vedemmo apparire era una coppia che si teneva per mano, di una quarantina d’anni. Erano entrambi piuttosto alti, molto eleganti e dall’aspetto fine e raffinato. Emanavano un aurea di autorità tangibile e quel senso di naturale superiorità che solo chi è ricco da generazioni e viene educato nelle migliori università può avere.
Lui un bell’uomo, molto robusto capelli neri tagliati corti un viso dai tratti marcati con un naso aquilino. Lei snella ma non magra un corpo bellissimo che non evidenziava alcun segno dell’età. Aveva un viso splendido, capelli neri a caschetto, un naso piccolo e diritto. Aveva degli occhi verdi con un taglio molto affilato che esprimevano un aria di fredda arroganza.
Indossava una gonna grigio fumo al ginocchio e una camicia di seta bianca aperta in modo da lasciare intravedere un seno abbondante. Delle calze di seta nere e delle meravigliose scarpe con un tacco di circa 6-7 centimetri.
Quello fu un altro colpo ed un ulteriore umiliazione per noi, l’assoluta estraneità da qualsiasi immaginario BDSM o fetish del loro abbigliamento e la totale normalità dei loro comportamenti rafforzarono ulteriormente il nostro senso di estraneamento e accentuarono la nostra umiliazione. Li guardavamo a bocca aperta con lo sguardo inebetito dalla sorpresa e dalla condizione in cui versavamo. Ci guardarono per un po’ facendo commenti tra di loro che non riuscivo a capire. Poi d’un tratto ci fecero cenno di avvicinarci, salimmo allora la scaletta del patio, sempre a quattro zampe e ci fermammo ai loro piedi.
Lei si sporse verso di noi e ci accarezzò allo stesso modo in cui si accarezza un cane. Lui andò verso il tavolo e tornò verso di noi con in mano due grossi collari di cuoio a cui era attaccato un anello per il guinzaglio. Ci infilarono i collari, prima a Sara e poi a me, quindi fecero cenno ai due asiatici – che fino ad allora era rimasti in piedi immobili alle nostre spalle – di portare loro i guinzagli. Ci attaccarono scesero le scale e si incamminarono nel vialetto che dal patio portava alla casa. Eravamo i loro cagnolini da passeggio, io quello della Signora e Sara quello del Signore.
Era orami molto tardi e sia io che Sara eravamo stanchi morti e non vedevamo l’ora di poterci riposare un po’. Speravamo che ci avrebbero indicato il luogo del nostro giaciglio e che ci avrebbero permesso di andare a dormire. Ovviamente non fu così, avevano in serbo altre cose per noi quella sera.
Entrati in casa ci dissero che io ero stato assegnato al servizio della Padrona e Sara a quello di lui, avremmo dovuto stare sempre a quattro zampe e seguirli ovunque andassero sempre in silenzio. Fu così che, per la prima volta dal nostro arrivo, mi separai da Sara.

Continua