Il seminarista
di Fate
Esisti? Regina e padrona quando lo desideriamo insieme, quando lo desideri tu, amica e complice sempre. Vorrei conoscerti intelligente, colta e affascinante; troppo giovane non riusciresti a sostenere il ruolo. Vorrei essere sottomesso da una donna perché è un gioco che mi eccita da sempre ma tutte le donne che ho conosciuto (intendo biblicamente) hanno solo inteso giocare, perché essere dominanti non era nella loro natura. Vorrei invece una relazione autentica, dove essere il tuo oggetto sessuale nasca da una passione comune, vera; decisa dal nostro destino che ha voluto Tu essere dominante e io, proprio io, la tua preda, umile servitore delle nostre fantasie. Esisti? Regina, padrona, complice e amante. Amante spregiudicata, di un uomo ai tuoi piedi, che desidera soffocare tra i tuoi solchi, implorare per ore un respiro dai tuoi più intimi anfratti. Ai tuoi ordini per soddisfare ogni tuo laido desiderio. Corpo su corpo, in una lotta impari dove io devo soccombere, voglio soccombere, perché la tua sarà la mia vittoria. Se esisti Regina, padrona, affascinante donna solo esclusivamente e autenticamente donna, incontriamoci.


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La finestra non era sufficiente per illuminare decentemente il gran soggiorno dove il seminarista era concentrato nella lettura di sacre scritture. La luce artificiale della lampada da tavolo proiettava le sagome dell’uomo, scrivania e libri confondendole in un’unica ombra china sul pavimento. Nel silenzio. Un vecchio pendolo scandiva i quarti delle ore che lentamente avevano ormai consumato un’altra afosa giornata. Lieve e lontano, sempre più insistente, fino a diventare fastidioso, un suono diverso ripeteva a intervalli regolari i suoi acuti quando, finalmente, riuscì a distrarre il ragazzo dai propri studi. Con la pigrizia di chi non aveva intenzione di sprecare energie per un’azione dovuta e sgradevolmente inaspettata, Raimondo attraversò la stanza e, imboccando il corridoio che conduceva all’ingresso, si diresse verso la porta principale dell’abitazione.

Sonia e Veronica erano stanche di cercare quello strano indirizzo e in torno, non c’era anima cui chiedere informazioni.

Vittore si era sviluppato negli anni sessanta e settanta con il contrabbando, ai margini dell’Italia, su alture che imboscano il confine con la Svizzera. Pareva attendere una sinistra calamità naturale che non arrivava mai.

Lasciato alle spalle il nucleo abitato, le due donne si erano perse.

La strada era stretta, rivestita di uno strato di sassi, erba, frammenti di tegole amalgamati con l’asfalto, cemento e terra.

Sembrava condurle a niente, come se non avesse ragione di esistere. Profanando un fitto bosco di robinie e castagni, contendeva la direzione al letto di un torrente, lambendo i suoi argini ora a destra, ora a sinistra e dove le acque rivendicavano con più fragore i loro spazi alla carreggiata, essa debordava in grosse piazzole che cedeva al fiume durante le piene. Ne scelsero una per accostare e fermarsi.

Nascosto dall’esuberanza dei sambuchi che quasi ne impedivano l’accesso, mentre manovrava per tornare indietro, dal lunotto della vettura a Sonia sembrò di scorgere un sentiero.

Riesci a leggere? —

Dove? —

Là, su quel cazzo di muro! —

Via… Via pari… Via per il bosco! E’ quella! —

Si, la via è quella, ma dove sono le case? —

Cazzo ne so! Ci passi con la macchina? —

Ci passo per forza, e se la rovino sarà peggio per quello stronzo che ha deciso di rapinarmi l’ultimo giorno di lavoro con questa consegna in paradiso. —

Percorsero il viottolo a passo d’uomo per circa dieci minuti. Finalmente, protetta da una cinta di beole sovrapposte dove ormai l’edera aveva costituito un rivestimento naturale lungo il perimetro e per tutti i suoi tre metri d’altezza, intravidero un’abitazione.

L’avrà un campanello questa specie di caserma? —

Dev’essere questo, però non riesco a leggere il nome… —

Dai! L’indirizzo è questo. Non ci sono altre case… —

Non c’è nessuno… oppure questo cazzo di campanello non funziona! —

Tu insisti, intanto io giro la macchina, se nel frattempo non rispondono, torniamo a Milano e fan culo alla consegna con pacco anonimo, in tutta Italia, isole comprese… —

Chi è? —

Sono Sonia. Devo consegnare un pacco ai signori Saleno. E’ giusto l’indirizzo? —

Si, però… I signori Saleno non sono in casa… —

Lo consegno a te. Mi firmi la ricevuta… —

Scusi, ma chi è il mittente? —

Non è scritto, anzi c’è scritto qualcosa.. ma non è molto chiaro. In ogni modo dev’essere un acquisto per corrispondenza —

Allora non credo di potermi assumere questa responsabilità, se lo ritiro, i signori Saleno perderanno il diritto alla restituzione… Perché vede, loro torneranno solo tra un mese e quindi… —

Un cazzo! Senti bello, noi non ci siamo fatte sessanta chilometri di strada, sbattute come troie in questo cazzo di paese, alla ricerca di questo cazzo di casa, per sentire le tue masturbazioni mentali. Adesso tu apri questo fottuto cancello, ci firmi questa fottuta ricevuta per il ritiro della merce o per quel cazzo che vuoi e su tua responsabilità, se proprio ci tieni, questo fottuto pacco noi lo riportiamo indietro, d’accordo!!? —

Basito all’interfono, Raimondo non sapeva cosa fare. Avrebbe allontanato un uomo che rispondeva in quel modo con la minaccia di chiamare i carabinieri. Una donna non lo spaventava ma lo intimidiva, sempre, perché era nella sua natura.

Frequentava poco le donne anzi, da un po’ di tempo non le frequentava per niente. Quelle brutte o più brutte di quanto poteva supporre d’esserlo lui, le trattava con indifferenza diventando insopportabile. Con quelle di una certa avvenenza invece, la soggezione lo condizionava. Faceva di tutto per apparire al meglio, scontando la pena di ottenere l’effetto contrario. Diventava goffo e impacciato nei movimenti più elementari, come se stesse imparando tutto per la prima volta. Si esprimeva con un impercettibile balbettio ma riusciva a conversare con proprietà e intelligenza. Accadeva allora che alcune ragazze dotate di uno spiccato istinto materno, forse perché attratte dalla possibilità di poter nutrire la loro vocazione alla protezione del cucciolo d’uomo, incredibilmente lo trovassero interessante. Raimondo non era brutto o bello, né alto né basso. Il suo fisico, pur non avendo mai fatto attività sportive, a diciassette anni, trascurando il colore bianco latte della pelle, gli permetteva di non sfigurare in canottiera. Albino, completamente glabro. I suoi occhi chiari privi di sopracciglia, conferivano al volto, stretto e regolare, un’espressione perennemente triste. Non rideva mai, qualche volta sorrideva e quando accadeva lo faceva contraendo il viso in una smorfia; non riusciva a rilassarsi, come se avesse paura di essere il solo a trarre divertimento da una situazione o una battuta che non avrebbe fatto ridere nessuno. L’ambiente che frequentava non concedeva molte occasioni allo svago. Raramente, approfittando della pausa per il pranzo, si recava trascinato dai suoi compagni di studi al bar, poco distante dal seminario. Una variegata fauna di gioventù popolava il locale e questo era, per lui, un ottimo motivo per evitarlo. Saltuariamente però si lasciava convincere giurando a se stesso che sarebbe stata l’ultima volta. Fu davvero l’ultima volta quando una ragazza, strafottente, sguaiata e senza ritegno, giocando con la sua timidezza, rispose sprezzante a un suo rimprovero.

Fica! Si, ho detto fica, che scandalo questa parola! Siamo stati tutti costretti un giorno a uscire per forza dalla fica e voi maschi, immolate la vostra vita al tentativo di rientrarci. Ci provate con la lingua, con le mani, con i piedi e col cazzo che vi riesce! Siete tutti cresciuti, ma ogni volta v’illude e sempre, chi prima e chi dopo, vi rassegnate. Stanchi e spossati da ogni tentativo. Delusi dell’essere solo riusciti a VENIRE ma non ad entrare completamente in questo buco nero che come vi attrae, vi respinge. —

E mimando con il bacino l’atto della copulazione...

Su e giù, Su e giù, Su e … Sarebbe piaciuto anche a noi donne rientrare nella fica sai? Il tuo Dio però ha dato la precedenza agli uomini. Prima i maschi e poi le femmine, e come si incazza con le lesbiche… non rispettano la precedenza. I gay? Si incazza anche con loro! Ci tentano dalla parte sbagliata, pensano d’essere nati dal buco del culo… Quegli stronzi! E’ così che funziona… No? E’ così che funziona il mondo vero? Solo quando l’ultimo maschio sarà rientrato nell’ultima fica disponibile, allora sarà finalmente il nostro turno fino all’ultima donna, che avrà l’intera umanità nel ventre, come ogni donna su questa fottuta terra. Questa fica adesso deve godere dei vostri tentativi. Sopportare la vostra inettitudine. La vostra arroganza. L’espressione della vostra faccia quando ogni volta vi esaurite senza completare l’opera, e chiedete: "Ti è piaciuto?". Si mi è piaciuto, riprova coglione! "Adesso sono stanco. Sono stressato… Un’altra volta amore va bene?". Va bene un cazzo! Faremo tentare un altro; e un altro uomo o donna invece di riuscire a entrare, da questa fica volente o nolente ne uscirà. Per noi donne, la parola fica, è solo un termine innocuo per indicare la fica. A voi uomini crea imbarazzo perché vi ricorda un eterno fallimento… Avete la precedenza! —

Pensando che fosse una pazza isterica, forse ubriaca, non replicò. Ma quel delirio fece vacillare il suo già debole ego e allontanò le compagnie che avrebbero potuto distrarlo dalla sua disciplina… Soprattutto quelle femminili.

Cercando di non tradire alcun’emozione decise di farle entrare.

Per favore chiudete il cancello altrimenti esce il cane —

Il cane!? Morde? —

No, è un cucciolo, diventando grande, forse… —

Le due si incamminarono per il vialetto che attraversava il parco fino a congiungersi con una scalinata, ultimo ostacolo alla porta di ingresso. Dal terrazzino sopra il quale le stava aspettando, Raimondo le vide e il disagio dell’attesa si trasformò in un autentico stato di ebetudine. Stupende. Dotate di un fisico tornito e modellato da anni di palestra, mora Sonia e rossa Veronica. I rilievi dei muscoli delle gambe e delle braccia formavano un sensualissimo disegno con le morbide sagome dei fianchi, glutei e seni, tanto sodi, che sembravano scolpiti nell’ebano. Nulla era esagerato in quel tripudio di curve ma tutto così copioso, così perfetto. Le loro carni erano asciutte e abbronzate in bella mostra, magnificate dai riflessi del sudore e dal portamento di quelle pantere. Il corpo di Sogna era libero da ogni vestito o impedimento, a eccezione di due fasce, simili a sciarpe di organza nera che, senza nascondere nulla, le proteggevano il petto e un perizoma dello stesso colore. Veronica, più sportiva, indossava solo una maglietta gialla che, bagnata, le aderiva come una seconda pelle fino a mezza coscia. Entrambe camminavano in equilibrio su delle zattere di sughero alte almeno quindici centimetri. Salirono le scale cercando gli occhi di Raimondo per un informale saluto e quando colsero l’imbarazzo che la loro presenza aveva trasmesso a quel giovane, come due gatte che avvistano un topo, si scambiarono uno sguardo di intesa.

Ciao! Ecco il pacco. —

Ci fai entrare un momento per favore? Abbiamo due esigenze opposte e impellenti da soddisfare: bere qualcosa di fresco e fare pipì —

Senza aspettare un permesso che davano per scontato, entrarono nell’abitazione.

Deciso a prendersi il pacco, firmare la ricevuta e liquidare l’imprevisto in pochi minuti, lui le seguì come ipnotizzato. Con gesti meccanici chiuse la porta alle sue spalle, girò la chiave nella serratura, poi la ripose nella tasca dei pantaloni.

Dov’è il bagno? — Chiese Veronica con un tono che tradiva una certa fretta.

Raimondo non aveva ancora proferito parola e quando lo fece, la sua voce, come appena desta da un lungo riposo, sembrava in difficoltà a uscire da una gola diventata troppo stretta.

Sul pia… pianerottolo a destra, in f… fondo al corridoio, la po… por… ta di fro… nte alle scale che salgono alle stanze —

Non ho capito un cazzo! —

Disse Veronica guardando la sua amica con un’espressione divertita e incredula. Allora Raimondo decise di risolvere il problema in altro modo.

Seguitemi! —

Esclamò; e si mosse in direzione del soggiorno.

Percorso il corridoio, sulla destra c’era un ampio pianerottolo che univa le scale dalla cantina alle camere. Indicò a Veronica la porta di fronte alla rampa ascendente che conduceva alle stanze da letto e seguito da Sogna, entrò nel soggiorno. Un enorme divano di pelle gialla troneggiava su un tappeto caucasico dai colori pastello, arredando l’angolo opposto all’ingresso del salone. Alla sua sinistra, nel centro di quella che doveva essere l’area pranzo, una miriade di fogli scritti a mano, come a voler nascondere gli spazi non occupati dai libri, coprivano la superficie rettangolare di un vecchio tavolo di legno dalla struttura massiccia. Sonia, dopo essersi liberata del pacco, incuriosita dall’unica cosa in disordine nella gran sala colse con un’occhiata, il nome di Raimondo in calce a un quaderno indeciso a cadere dall’improvvisata scrivania. In procinto di afferrarlo, la voce del ragazzo la distrasse.

Ha qualche preferenza? —

Come? —

Acqua, birra, aranciata… —

Acqua! Fresca e naturale, grazie —

Uscito dalla cucina, appoggiò una bottiglia colma d’acqua e due bicchieri sulla mensola adiacente al divano. Lei intanto, si era beatamente stravaccata con una gamba accavallata al bracciolo e l’altra pigramente abbandonata, sorretta dal bordo del cuscino, fino a lambire il tappeto. L’orlo rilassato della veste troppo succinta svelò il triangolo nero e gl’incavi depilati che sembravano sorreggerlo dove le cosce diventano glutei. Se n’accorse, ma con malizia non fece nulla; anche Raimondo se n’accorse e cercando in ogni modo di evitare che il proprio sguardo cedesse alla spudorata provocazione, si rese vittima inconsapevole di un gioco molto perverso che quella femmina aveva solo iniziato.

Molte donne e molti uomini forgiano la propria cattiveria con i soprusi subiti nel corso di una vita ingrata. Sonia, al contrario, aveva coltivato la sua appagando un curioso piacere che, essendo molto bella, sembrava sempre alla sua portata. Nel tentativo di afferrarlo e goderne appieno, esso però si scomponeva e mentre una parte le restava tra le cosce per drogarla con la sua tossica essenza, la più consistente si spostava di un palmo verso gli abissi del vizio e della perversione dove, volta per volta, la stava trascinando. Quella vana rincorsa iniziò quando appena tredicenne, provò un’intensa soddisfazione nell’umiliare un cugino un paio d’anni più giovane ma molto meno cresciuto di lei. L’evidenza di un petto generoso e le nuove pose da femmina ormai compiuta, per il bambino, rappresentavano un’irresistibile opportunità di scherno. Piuttosto che dolersene però, intuito il loro potenziale intimidatorio Sonia un giorno decise di approfittarne. Fingendosi risentita, con un balzo felino immobilizzo il piccolo a terra soffocandone i lamenti tra gli stessi seni che poco prima avevano suscitato la sua ilarità. Poi un’idea più audace alimentò in lei un fremito di acerba libidine. Tra il pollice e l’indice, chiuse il naso del ragazzino in una morsa ermetica, cavalcò il suo viso e scostando con l’altra mano l’orlo delle mutandine gli ordinò di baciarle la fica.

Nell’intenzione di sottrarsi a quella laida imposizione, il poveretto, con le braccia vincolate al suolo dalle gambe della cugina, si contorceva in modo scombinato. Muovendosi come poteva, cercava di evitare il contatto con quell’umida cavità che nonostante i suoi sforzi avvertiva sulla bocca provando un tremendo disgusto. Sonia, inebriata dal possesso completo di quel debole corpo e dalle vibrazioni che nel disperato tentativo di liberarsi le trasmetteva tra le cosce, era in sadica attesa. Lui consumò l’ultima riserva di energia e rassegnato, come un insetto esausto nelle maglie di una ragnatela, si arrese. La piccola mantide cominciò allora a strofinargli lentamente la fica e tutto il solco del culo sulle labbra socchiuse. Sotto il proprio peso, le apriva agli umori dei suoi anfratti e alle lacrime del pianto che il giovane non riusciva a trattenere. Estasiata, appagava finalmente le proprie inconfessabili voglie. Lo costringeva a subire quella lasciva punizione sfogando tutti gli istinti che aveva imbrigliato nelle remore della sua pubertà. Tale era il godimento che non volle fermarsi fino al primo orgasmo, in cui gemettero all’unisono: di supremo piacere lei, d’intima e profonda vergogna lui.

Abusò ancora spesso di quel parente e, col ricatto della delazione, lo ridusse a docile schiavo delle sue perversioni. Trascorsi i loro anni dell’adolescenza, lo zio misteriosamente scomparve e la moglie si trasferì all’estero con un vecchio amante e, naturalmente, il figlio, che finalmente liberò da quella persecuzione. Sonia si congedò dal cugino baciandogli le labbra un’ultima volta. Con un morso le lacerò e le leccò. Lavava con la lingua il sangue che le imbrattava e intanto, gli sussurrava le parole del commiato.

La ferita, questa ferita si rimarginerà presto. Vedrai. Rimarrà solo una piccola cicatrice. Sarà testimone per tutta la tua vita del rancore che provo per quello che mi hai fatto patire. Azzardati a far parola con qualcuno su quello che è successo tra noi e ti rovino l’esistenza. Sosterrò che mi hai violentato, sverginato e costretto alle più infami umiliazioni. Sulla tua bocca da depravato ho marchiato la prova della mia disperata ribellione. Sono sicura che tu custodirai il nostro segreto, come hai già fatto. Io mi masturberò, pensando al tormento che ti ho dato e al ricordo che ne avrai per tutta la vita. Addio amore e guardati dalle donne come me! —

In seguito, sacrificò altri disgraziati all’indecenza delle proprie pulsioni e su quella strada, che percorreva senza alcun rimorso, incontrò Veronica con la quale condivideva la stessa vocazione alla malvagità, finalizzata alla soddisfazione dei loro sensi. Non erano sadiche o, perlomeno, non lo erano comunemente. Consideravano il dolore fisico che procuravano alle loro vittime come l’inevitabile conseguenza dei soprusi che commettevano; utile strumento per annichilire chi doveva sottomettersi al giogo della loro lussuria L’esaltazione della loro libido traeva linfa però solo dall’umiliazione del povero predestinato e dalla sua disperata impotenza.

Quello che trovavano irresistibile, non era la sofferenza fisica di un polpo che sottratto all’acqua, si contorce nell’inutile tentativo di vincere la morte, ma il dramma della sua agonia. L’agonia di un animale che brama e s’attende l’estremo atto di pietà. Indugiare su i suoi movimenti di silenziosa e vana ribellione. Deliziarsi dell’abbraccio con il quale sembra implorare la sua vita al più forte. Averne in pugno la sorte, insieme giudici e carnefici senza pietà.

Si eccitavano nel ridurre lentamente le loro prede allo sconforto che s’insinua tra lo sfinimento e la rassegnazione, approfittando di quello stato di prostrazione per abusarne a volontà, senza tregua, fino a raggiungere l’apice del piacere.

Non erano interessate a persone che in ogni modo potevano compiacersi di una simile perversione; perché per loro non era un gioco e se falsa era la vittima, falso diventava anche il loro dominio. Tutto scadeva nella banalità. Umiliare e sottomettere erano atti di licenziosa passione da perseguire senza ipocrisie. Il loro vero diletto scaturiva solo da un tormento inferto realmente, fortemente, senza alcuna clemenza, fino ai margini dell’umana sopportazione. Il loro piacere per essere totale e assoluto non poteva essere condiviso. Disperderne l’intensità nel paradosso dei masochisti, nel gioco delle parti, significava sacrificarne l’anima alla finzione; ingannare la loro depravazione con la rappresentazione di una farsa, piuttosto che appagarla con le emozioni di una vessazione realmente compiuta.

Per questo Raimondo, timido, probo, vergine e così vulnerabile rappresentava per loro il polpo ideale.

Sei un prete? —

No, ma lo diventerò —

Don Raimondo… suona bene, ma non ti annoi qui, tutto solo con i tuoi libroni? Non hai la ragazza? —

Non c’è nessuna ragazza e sono solo perché dovrei concentrarmi su argomenti piuttosto impegnativi —

Dai! Voi farmi credere d’esserti intanato in questo posto, solo, per studiare? Quanti anni hai? —

Diciassette, anzi ormai sono diciotto… — Poi prevenendo la sua obbiezione, aggiunse perentoriamente:

E non ho la ragazza, perché non mi interessa avere la ragazza! —

Ok, niente ragazze, ma amici, compagni di studio, qualche cazzo di parente… a proposito, i Saleno sono tuoi parenti? —

Si, sono fratello e cognata di mia madre. Imiei zii insomma —

Stesso sangue dunque… e vocazioni così diverse! —

Cosa intende dire? Che significa? —

No, niente, stavo solo pensando… secondo te cosa c’è in quel pacco? —

Non ho idea, in ogni caso non sono affari miei — Il tono stizzito di quella risposta spinse Sonia a insistere e provocare Raimondo in modo più sprezzante e affatto allusivo.

Certo… certo, che cazzo te ne frega se quel puttaniere del fratello di tua madre e la vacca di sua moglie, mentre tu badi alla loro alcova studiando da prete, scopano come ricci in qualche amena località per scambisti. Svegliati bimbo! Tu stai cercando la divina ispirazione nella casa del diavolo… —

Veronica intanto, senza che lui se ne accorgesse, era dietro a Raimondo, e sfiorandone il collo con il mento si divertì, impostando la voce in tono confidenziale e vagamente ironico, a sostenere la tesi della sua amica.

… in un posto di perdizione. Quel tavolo, sotto i tuoi sacri testi, probabilmente odora ancora dello sperma dell’ultima scopata che gli zii si sono goduti prima di partire, amore mio… —

Raimondo avvertì il fiato caldo che accompagnava quelle parole al suo orecchio e spaventato, si allontanò dalle due ragazze. Per evitare di essere nuovamente sorpreso alle spalle, appoggiò la schiena al muro che sosteneva lo stipite della porta e, rassicurato da quella nuova posizione, finalmente riuscì a guardarle negli occhi.

Ma come vi permettete! Adesso basta, non sono disposto a tollerare oltre le vostre ingiurie e le vostre volgarità… Cosa credete di sapere! Chi sono o cosa fanno i miei zii, i SIGNORI Saleno. Per favore, datemi la ricevuta che devo firmare e andatevene! —

Indifferente a quello sfogo, come se non la riguardasse minimamente, Sonia si alzò dal divano per recarsi a sua volta in bagno. Raggiunse la soglia del corridoio e sfiorando con due dita la guancia di Raimondo diventata rossa di sdegno, disse solo:

Io vado a fare pipì —

Con un sorriso beffardo strizzò l’occhio a Veronica e, placidamente, accentuando volutamente il movimento delle anche, lasciò la stanza.

Perché ti arrabbi tanto amore mio? I tuoi zii hanno tutto il diritto di divertirsi come gli pare, non devono rendere conto a nessuno lo hai detto anche tu, non sono affari che ci riguardano però, scusa, se una compra dei manuali da cucina per corrispondenza non li riceve in un pacco come quello non credi? —

Senta, non ho nessuna intenzione di disquisire con lei sulle possibili composizioni dei pacchi in funzione della merce acquistata per corrispondenza, quindi, per cortesia, le rinnovo l’invito, mi dia la ricevuta da firmare e per favore lei e la sua amica, uscite da questa casa, altrimenti… —

Veronica sollevò il telefono e con un gesto deciso strappò il filo che lo collegava al resto del mondo.

Altrimenti cosa amore? Telefoni ai nostri e chiedi aiuto? —

Raimondo si era reso conto di non poter completare quella minaccia in alcun modo, la casa era isolata e lui aveva scelto di trascorrere almeno tre settimane solo, imprudentemente e maledettamente solo. Forse quelle due, dopo averlo provocato un po’ si sarebbero presto annoiate e se ne sarebbero andate. L’espressione di Veronica, mentre si stava avvicinando, sembrava però confutare le sue speranze. Roteando il busto su se stesso tentò di guadagnare l’uscita ma, questa volta, l’abbraccio di Veronica lo impedì. Aiutandosi con tutto il corpo, vincolò Raimondo nuovamente alla parete e con un piede appoggiato a guisa di perno sul pavimento, piegò un ginocchio tra le sue gambe adagiandosi completamente su di lui. Afferrandogli i capelli lo costrinse a reclinare la testa da un lato mentre con l’indice dell’altra mano, dopo essersi titillata il buco del culo, profanava la sua bocca. Raimondo non riusciva a invocare aiuto. Veronica con la coscia gli tormentava i testicoli e con la fica la sua coscia. I seni appiattiti sul suo torace le amplificavano come uno stetoscopio, le pulsazioni impazzite di quel giovane corpo che languiva ridotto all’impotenza.

Sei tutto sudato amore. Senti caldo o hai paura? Non ti piaccio? Non sono il tuo tipo? Sei vergine, vero amore mio? Vorresti scoparmi ma non potresti farlo perché sei impotente! O sei un finocchio? Hai paura amore? Hai paura delle donne, di me, della mia fica, di queste tette? Le senti le mie tette? Le vuoi succhiare? Fallo! Lo facevi a quella puttana di tua madre! Allora forza amore mio! La senti la mia fica? Ha bagnato le mutandine, è calda, ha voglia di sentire la tua lingua che la scopa, che lecca. E’ umida e ha il sapore dell’ostrica, di una fica bagnata. Il mio culo è bagnato, bacia il suo succo, così amore… , ancora, così…, lecca, saziati, saziati!, saziati!! Mi senti, senti il mio corpo, senti la mia pelle, il mio odore, ilmio alito, il sapore del mio sudore, mi senti bastardo figlio di puttana!!? Mi senti amore mio…? —

Veronica scandiva piano le parole, sospirava ogni sillaba con voce greve, lentamente, dando al supplizio il tempo di compiersi senza fretta, concedendosi il piacere di assaporarne l’effetto con tutti i propri sensi. Le sue labbra si muovevano sfiorandone il collo e il volto. La lingua ne scorreva il profilo mentre il suo corpo si agitava, come in una danza, senza tregua, su quello di Raimondo.

Lui frastornato, appellandosi a tutte le proprie forze probabilmente avrebbe potuto sottrarsi a quelle molestie. Le sue membra, alleandosi, potevano respingere gli assalti di quella femmina eccitata ma all’idea di una lotta troppo equivoca e dall’esito incerto, desisteva...

Questa sera dormiamo qui! —

Senza curarsi di quanto stava accadendo, Sonia manifestò questa sua decisione come se l’approvazione dell’altra fosse scontata e, accendendosi una sigaretta, occupò nuovamente il divano, assumendo la stessa provocante posizione che aveva abbandonato per recarsi a pisciare.

Cosa? —

Distratta da quell’assurdo proposito, Veronica concesse una tregua a Raimondo e avvicinandosi alla sua amica per sincerarsi d’aver capito bene, ripetè la domanda.

Vuoi passare la notte qui? Ma questa sera ci aspettano al Bluse Point… Quelli ci fottono le vacanze! —

Non ci fottono un cazzo. Ho già chiamato, li raggiungiamo domani, o dopo… insomma se n’avremo voglia e quando cazzo ci pare! —

Notando l’espressione stupita di Veronica, guardando il telefono a pezzi sul pavimento, aggiunse:

Credevi che quello fosse l’unico apparecchio della casa? Ho telefonato dal piano di sopra, gran fica! A proposito su ci sono delle stanze con dei letti fantastici. Ehi quasi prete, tu non hai niente in contrario se ti facciamo compagnia per qualche giorno, vero? —

Raimondo era accasciato con il sedere per terra e le ginocchia alte che sostenevano le sue braccia conserte. La testa era abbassata tra gli avambracci con la faccia rivolta al pavimento. Trascorsi diversi secondi, fissandole con gli occhi di un cartone animato giapponese rispose alla sarcastica domanda di Sonia con un urlo liberatorio.

Ora basta!! Andate via!! Via!!! —

E scoppiò a piangere…

Le lacrime gli inondarono il viso e le ragazze, come squali all’odore del sangue, si avventarono su di lui.

Sprovvisto d’ogni tecnica di difesa, cercò d’allontanarle fendendo l’aria con le braccia e le gambe che muoveva a caso girando su se stesso. Sonia avrebbe potuto renderlo più inoffensivo di quel che era sferrandogli un calcio nei coglioni, ma in quel modo avrebbe rischiato di rompere il giocattolo, privandosi del piacere della sopraffazione. Così, mentre Veronica nell’intento di cavargli la camicia lo impegnava frontalmente, lei lo attaccò alle spalle e avvolgendogli un braccio alla gola, lo trascinò a terra. Nella caduta l’indumento, strappandosi, rimase nelle mani della sua complice scoprendo il torso sudato di Raimondo. In un lampo gli furono sopra. Sonia, scavalcandone il volto, andò a colmare con i glutei la cavità toracica, serrando i suoi avambracci tra le cosce. Davanti a lei, Veronica, seduta sulle ginocchia della loro giovane preda, impediva alle sue gambe distese al suolo qualsiasi cenno di ribellione.

Stai calmo biondino… fermo! Stai fermo! Ti voglio immobile sotto la mia fica! Ti voglio immobile sotto il mio culo! Voglio sentire i tuoi capezzoli nel buco del culo, così… così, cosa ti agiti? Fermo! Dove cazzo vorresti andare? Non ci scappi, no non mi puoi scappare… Adesso sei mio!! Il tuo corpo è già mio, prigioniero di questa fica, schiavo della sua passione... Stai giù! Ti stai stancando bastardo? Io non ho fretta… lo senti il mio buco del culo sulla tua pelle? Sul tuo cuore!!? Adesso allargo il culo, come quando cago, che sensazione sublime… lo sento! Sento le pulsazioni del tuo cuore attraverso il mio buco del culo… stai giù! Fermo! Così… bravo, sento le tue palpitazioni, mi appartengono, si… così bravo, sodomizzami con le palpitazioni del tuo cuore… voglio prendermi il tuo cuore nel culo! Voglio il tuo cuore nel culo e la tua anima nella mia fregna! Voglio la tua ragione. La senti la mia fica bagnata sulla tua carne? La senti come succhia? Vuole svuotarti Raimondo… Ti voglio risucchiare, con la fica, tutti i sentimenti! Li esigo tutti! Tutti tranne uno: la disperazione. Quella te la risparmio, ti deve appartenere… perché con quella dovrai farmi godere!

Hai sentito amore mio? Adesso cerca di collaborare altrimenti io e Sonia potremmo diventare veramente cattive con te… così, bravo amore mio. —

Sonia lo obbligava a star fermo mentre Veronica lo denudò completamente e inforcando i suoi fianchi tornò a sedere, questa volta, sul ventre di Raimondo, con il vergine cazzo disteso, imprigionato tra le chiappe.

E’ più forte di quanto pensassi... Senti come si contorce il nostro torello! —

Vedrai, o la finisce di piangere o la smette di muoversi … ma piangerà a lungo e presto si stancherà! —

Rispose Sonia abbracciando la sua amica e baciandola appassionatamente.

Raimondo si disperava oppresso dal peso dei loro più intimi alvei. Nel tentativo di liberarsi, si divincolava selvaggiamente, ma le sue forze a poco a poco scemarono, fino a secondare a stento i soli due movimenti vitali dell’espirazione e inspirazione. Sonia percepiva sulle natiche i suoi polmoni dilatarsi e contrarsi, assurgendo il piacere al ritmo dell’affannata respirazione di quel corpo stremato e sottomesso alla propria fica. Alla fica di Veronica. Alla loro voluttà.

Avvolta in un silenzio irreale ogni cosa nella stanza cominciò a roteare piano intorno a loro. Simili a maschere minacciose chine su di lui, i volti senza espressione di gente senza corpo sembravano volerlo divorare con enormi bocche sdentate, scure come la notte d’inverno. Gli arredi, ormai privi di sagoma e colore, confusi in un unico gran cono, avevano accelerato il loro moto in un vortice che aspirava quei grossi buchi neri senza soluzione di continuità. Ognuno rappresentava il negativo di una fotografia con impresso un istante del suo passato. Come dal parabrezza di un’auto in corsa sotto un diluvio di pioggia, gli occhi di Raimondo scorrevano le immagini dei suoi ricordi, delle sue emozioni. La sua vita si svolgeva selle pareti di quell’immensa figura geometrica, in una spirale che dalla base ascendeva fino a svanire nel punto infinitamente piccolo che, lontanissimo, ne costituiva il vertice. Intravide l’ultima diapositiva allontanarsi con il fantasma di se stesso che giunto all’estremo dell’ignoto ricadde sfinito, con un urlo terribile, schiacciandolo sotto il suo gelido peso.

Tremava, sentiva freddo e sudava. La stanchezza si era ormai completamente impadronita del corpo abbandonandolo al suo destino ma la ragione era lì, intenzionata a riprenderne il possesso, non ancora vinta dai soprusi delle due esaltate. Lui doveva assolutamente evitarlo. La sua mente doveva arrendersi, farsi da parte. Eludere ogni giudizio e congettura. Non doveva pensare al demonio e ai suoi sgherri. A Dio e angeli tentatori che soddisfatti, si sarebbero rivelati per compiacersi di quella forza d’animo e incoraggiarlo nella sua missione sulla terra. Non doveva pensare che quanto stava succedendo fosse un recondito desiderio, represso nei meandri del proprio subconscio e liberato da un infernale incantesimo per distrarlo dai suoi casti principi. No, non doveva pensare, ma ubbidire. Accettare impassibile le circostanze. Subire le angherie di quelle aguzzine. Doveva occultare il senno alla follia e sacrificare il corpo alla purezza della propria coscienza.

In piedi, con la testa di Raimondo supino tra le sue gambe divaricate, Sonia aveva infilato una mano nelle mutandine e in quella posizione, si palpava la fica.

Non voltare la testa! Devi guardarmi… Gli occhi! Voglio i tuoi occhi aperti, spalancati… in adorazione della mia fica! Così! bravo il mio giovane animale... Così ti voglio! Ubbidiente e succube delle mie voglie. Adesso leccami i piedi! Forza! Lecca! Voglio sentire la tua lingua tra le dita dei mie piedi… la tua saliva scorrere sulle mie caviglie… Lecca bastardo! Umiliati alle mie voglie… fammi godere! Basta! Fermo! Ora devi solo guardare… Adorarmi! Devi adorare la tua nuova padrona e dea… la mia fica. —

Si sfilò il minuscolo triangolo di stoffa che indossava più per vezzo che per pudore e piegando lentamente le ginocchia, gli si accovacciò sul volto. Imprigionò le sue narici nel proprio laido penetrale e ne invase la bocca con le labbra carnose della propria peccaminosa fessura. Senza alcuna pietà s’attizzava il fuoco della libido con i suoi spasmi, soffocandolo tra le fradice brecce della propria lussuria. Godeva sentire il naso e la lingua della sua giovane vittima, forzarle i morbidi anfratti alla disperata ricerca di uno spiraglio da cui prendere fiato e percepire sulla clitoride e le carni più intime, le carezze dell’affanno di un respiro negato. Dosando con sadica destrezza il movimento delle anche, gli concedeva solo i sospiri che evitavano quello fatale prolungando, con la sua agonia, il proprio piacere. Nel frattempo, Veronica, si era introdotta nel culo l’incolpevole cazzo irrigidito dal supplizio. Il bacino di Raimondo, costretto a inarcarsi dalle convulsioni, premeva su i suoi glutei con il vigore della disperazione e lei, opponendovi il proprio peso, come un’amazzone infoiata, ne smorzava i contorcimenti cavalcandolo in una furiosa scopata. Nell’atto simbolico di imbrattarlo del peccato mortale, le due ossesse compivano il rito di un sacrilego battesimo: vomitavano e spalmavano la loro saliva sul corpo esausto e sottomesso di Raimondo che perdeva la verginità fornicando contro natura e contro la sua volontà.

Raggiunsero l’orgasmo ma non erano sazie. Scambiarono le loro posizioni e vennero ancora. Veronica aderì l’orifizio del sedere alle labbra di Raimondo, serrò le sue braccia e lo costrinse a respirare la mefitica aria che liberava dagli intestini. Sonia gli sollevò le gambe sulle proprie spalle e gli lacerò il culo profanandolo con i pollici. S’introdusse indici e medi delle mani congiunte nella vagina e masturbandosi, iniziò a penetrarlo ritmicamente. Ebbra del ruolo che stava usurpando agli uomini, ignorando le urla che soffocavano tra le natiche di Veronica, lo sodomizzò con la foga del demonio che sembrava possederla a sua volta. Poi, incrociando le proprie gambe con quelle di Raimondo, decise di bere il sangue che fluiva copioso dallo sfintere lacerato con l’afona bocca che le tagliava l’inguine. Strofinò con forza il grilletto e le piccole e grandi labbra sulla ferita e si procurò un nuovo indescrivibile orgasmo. Lui svenne.

Quando riprese i sensi era in posizione prona, con il viso girato di novanta gradi sul collo torto e le guance tra le cosce di Sonia, inginocchiata sulla sua faccia. Veronica, a cavallo delle sue chiappe, era in procinto di pisciargli in culo. Supplicava la loro pietà e mentre una lo costrinse a bere dalla propria fonte, l’altra gli riempiva da tergo il ventre dell’immondo clistere. Il liquido salato penetrava il suo deretano bruciando sulle carni martoriate. Lui gemeva e, trattenuto per i capelli deglutiva dalla fica di Sonia altra urina. Sembrava volessero allargargli il fondo dello stomaco, le troie, e annegare nel loro piscio quel che fosse avanzato della sua dignità.

Terminata la depravata minzione, lo obbligarono a pulire con la lingua le loro vulve lorde di sangue e d’ogni residuo organico. Gli fecero leccare i solchi delle natiche fino all’osso sacro, le loro cosce, gambe, piedi e, in ginocchio, il pavimento, che doveva risplendere come se nulla fosse accaduto.

Adesso puoi andare a cacare… stronzo! —

Disse Sonia finalmente soddisfatta.

Raimondo provò ad alzarsi ma ricadde carponi, vinto dalla spossatezza e dal dolore insopportabile che lo straziava proprio dove, a breve, sapeva dover infierire ancora per l’impellente necessità di evacuare. Come un cane invecchiato sulla strada, trascinava le sue membra tentando di guadagnare l’agognata porta. Senza riuscirci.

Aiutatemi… vi prego! Non riesco ad alzarmi… voglio andare… devo andare per forza in bagno! Vi scongiuro… Aiutatemi! —

Veronica non resisté: - Ti aiuto io amore mio… - E con un calcio lo distese lungo per terra.

Fate