I sette giorni di Uccellino ed Orso
di OdP
Per il mio amore perduto, per quel che è stato, per quel che non è stato, per i miei errori, per le tue debolezze, per te dolce principessa solo per te, perché tu un giorno possa tornare a dormire nella conchetta. Ti amo uccellino.
Gabbia.com

IL PRIMO GIORNO
La città era nel buio più profondo, l’aeroplano aveva accumulato un grandissimo ritardo perché era dovuto restare in quota sopra la città per più di mezzora a causa del forte vento sulla pista che impediva l’atterraggio, Uccellino era nervosa e non riusciva a stare ferma seduta sul sedile posteriore del taxi. Erano ormai passate alcune settimane da quando Orso le aveva rivelato la vera natura del suo carattere raccontandole tutto quello che avrebbe desiderato da lei e Uccellino aveva provato a scordare quell’esperienza, aveva tentato di odiare il suo amante per quell'umiliazione alla quale l’aveva sottoposta ma qualcosa dentro di sé le impediva di cancellare il ricordo non facendo svanire l’emozione violenta dell’attimo. Quando il taxi si fermò davanti all’hotel Uccellino, scese con un balzo pagò la corsa e trafelata entrò nella hall trascinando la valigia sul pavimento di marmo lucido. “bonsoir Madame” le disse cordiale il portiere “buona sera, ho una prenotazione ..... per caso è già arrivato il Signor ..... ” rispose lei “oui Madame è già arrivato però deve essere uscito perché la chiave della camera è qui al suo posto”. Uccellino ebbe un piccolo gesto di stizza afferrando la chiave dalle mani del portiere e dirigendosi verso l’ascensore, “stupido” pensava “ho ritardato e lui è già uscito”. Uccellino aprì la porta della camera e quasi gettò la valigia per terra liberandosi delle scarpe e dalla pelliccia. In realtà Orso era seduto seminascosto nella hall, in una vecchia poltrona di cuoio rosso e l’aveva osservata riflessa in uno specchio per tutto il tempo che lei era rimasta alla reception. Orso sentiva di adorare quella deliziosa ragazza, era pazzo dei suoi grandi occhi, del suo sguardo trasparente e del suo sorriso triste, non riusciva a resistere alla voglia di alzarsi e correre in stanza per abbracciarla, con uno sforzo riuscì a contare fino a dieci prima di alzarsi dalla poltrona e, camminando il più lentamente possibile, dirigersi verso le scale per salire verso la sua amante. Orso non bussò neanche entrando nella stanza, spalancò la porta e la richiuse sbattendola, Uccellino era in bagno ma quando senti i passi di Orso si precipitò verso l’ingresso. La vide bellissima, Uccellino corse nelle sue braccia lasciandosi cadere come per farsi sollevare da lui. Caddero allora abbracciati verso il letto che li accolse in un morbido benvenuto profumato di lavanda. Per interminabili minuti le loro bocche si unirono in un sensuale lunghissimo bacio, Orso la stringeva a se e Uccellino si abbandonò sempre più persa in languide sensazioni. Si addormentarono così abbracciati per qualche ora, poi Orso destandosi, baciò la fronte di Uccellino la quale aprì gli occhi guardando teneramente il suo amante. La la spogliò delicatamente e l’aiutò ad infilarsi sotto le coperte, Uccellino provò un brivido quando Orso spogliatosi completamente si mise a letto al suo fianco. La la baciò ancora appassionatamente abbracciandola stretta stretta, con la mano destra accarezzava il suo corpo il ventre piatto, i seni turgidi, la schiena liscia e vellutata, poi con delicatezza incominciò a masturbarla tenendole la gambe spalancate con le sue gambe. Il tocco di Orso si faceva sempre più insistente, le dita avevano aperto il sesso già umido e con l’indice ed il medio le stava toccando le pareti interne della fica. Uccellino ansimava, Orso le sussurrava parole dolci e sconcezze in un orecchio, Uccellino adorava e detestava allo stesso tempo farsi insultare durante l’amore, farsi chiamare “troia” oppure “puttana” subito dopo esser stata chiamata “bimba” la sconvolgeva ma le donava sensazioni profonde. Allora Orso si staccò da lei le aprì le sollevò le gambe e la penetrò con decisione, Orso la guardava in fondo agli occhi mentre ritmicamente le entrava ed usciva dal ventre, Uccellino lo guardava capendo senza bisogno di parole quello che Orso voleva da lei, la marea dell’orgasmo stava travolgendo i due amanti lui non ce la fece più godendo un fiume di seme caldo nel suo ventre chiamandola “amore mio” Uccellino chiuse gli occhi rantolando una frase apparentemente senza senso “tutto ...... tutto quello che vuoi ...... tutto quello che chiederai” Uccellino discese così il primo gradino della scala che scendeva, nel buio, verso l’abisso nascosto in fondo a lei, Orso prese due sciarpe di seta e le legò i polsi e le caviglie facendola dormire così immobilizzata al suo fianco, un sottile collare di coccodrillo rosso le venne allacciato al collo, e quando nel corso della notte Uccellino ne ebbe la necessità Orso non le permise neppure di andare in bagno obbligandola a liberarsi della leggera cascata dorata in un vaso di cristallo mentre lui la guardava nella penombra. L’abisso aveva aperto le sue porte e la richiamava verso di se, Uccellino non aveva paura perché sentiva la mano forte dell’amante che la sorreggeva nella caduta.


IL SECONDO GIORNO
Che piacere godersi il sole seduti sulla panchina di un parco in una giornata di tardo inverno. Orso e Uccellino avevano rinunciato a visitare il Louvre, troppa gente attendeva ordinatamente in coda nel cortile per entrare e quindi si erano diretti verso il giardino delle Tuilleries. Pranzarono poi in un cafè sull’isola di Saint Louis rimanendo per circa due ore affacciati sulle vetrine che davano sull’abside della cattedrale di Notre Dame, Orso avrebbe potuto rimanere per ore a fissarla mentre parlava con il capo leggermente piegato sulla spalla sinistra. Verso le tre Orso disse a Uccellino che era tardi e bisognava muoversi, pagò il conto ed appena uscito fermò con un gesto della mano un taxi che stava passando. Durante il viaggio Uccellino chiuse gli occhi ed appoggiò la testa sulla spalla del suo amante felice e tranquilla come solo quando era in compagnia del suo Padrone. “Amore mio scendi siamo arrivati” le disse Orso dolcemente, Uccellino scese dal taxi ed entrò preceduta da lui in un grande portone di casa antica. “Ti voglio bellissima amore mio perciò ti ho prenotato una seduta in un famoso istituto di bellezza .... vedrai ti troverai a tuo agio io ti vengo a prendere verso le sei” Uccellino annuì e poi baciò Orso sulle labbra proprio quando la porta del salone di bellezza si aprì ed una gentile signorina vestita con un camice bianco la invitò ad entrare. Orso baciò Uccellino sulla fronte e le disse “alle sei .... piccola mia”. Uccellino fu fatta accomodare in un piccolo salotto dove già due eleganti signore erano in attesa sfogliando riviste di moda e chiaccherando a bassa voce. “venga Madame mi segua” Uccellino sollevò lo sguardo per vedere a chi appartenesse quella dolcissima voce che parlava un italiano molto ingenuo e si trovò di fronte ad una ragazza di origine orientale esile e molto femminile di circa venti, ventidue anni, che le tendeva la mano in un gesto molto cortese. “Suo marito ha prenotato per lei un trattamento completo si troverà molto bene la prego solo di rilassarsi e di abbandonarsi penserò io al suoi bisogni qualunque cosa abbia voglia non si faccia scrupoli e mi chiami” poi sempre con una voce molto sottile continuò “io mi chiamo Mihn, sono di origine vietnamita ma sono nata in Francia lei e suo marito da che città d’Italia venite?” Uccellino non rispose era intenta a pensare se dire o meno che lei ed Orso non erano sposati poi ritenne di non dire nulla. “Prego signora si spogli e indossi questo accappatoio e lasci pure le sue cose sulla poltrona penserò io a riordinarle” “la porta della sauna è in fondo al corridoio le consiglio una doccia calda prima di entrare e poi se resiste resti dentro per un quarto d’ora, poi faccia una doccia fredda si asciughi e ritorni in questo camerino si sdrai sul lettino e si rilassi io tornerò più tardi” Uccellino si spogliò lentamente, adagiò i vestiti in ordine sulla poltrona e poi indossò il soffice accappatoio si ciniglia bianca. Entrò nella sauna dopo essersi tolta l’accappatoio e lasciato le ciabattine di spugna al di fuori della porta. Il caldo all’interno della sauna era forte ma tutto sommato sopportabile Uccellino stese un asciugamano sulla panca di legno e si sdraiò. Ad un tratto, nella penombra, si accorse di non essere sola, le due signore incontrate nell’ingresso erano li anche loro nude che sedute vicine si massaggiavano a vicenda versandosi addosso mestoli di acqua fresca. Uccellino finse di chiudere completamente gli occhi ma girandosi sulla pancia continuava a spiarle con la coda dell’occhio. Le due donne incuranti di lei continuarono ad accarezzarsi sensualmente per poi incominciare a baciarsi ed allungare le mani verso i rispettivi incavi delle cosce. Uccellino era leggermente imbarazzata e quindi valutando di aver passato abbastanza tempo nella sauna uscì per rinfrescarsi con una doccia fredda. Quando Uccellino rientrò nel camerino si stese sul lettino e rimase alcuni minuti ad occhi chiusi coperta dall’accappatoio. Ad un tratto ala porta si aprì e Mihn rientro quasi senza fare rumore. “buongiorno signora le è piaciuta la sauna?” “si grazie è stato molto bello e rilassante” rispose Uccellino “la prego si può alzare un attimo?” chiese Mihn, Uccellino si alzò e la ragazza stese sul lettino un lenzuolo “si può riaccomodare” Uccellino riprese il suo posto a pancia in giù sul lettino Mihn le sfilò delicatamente l’accappatoio e disse “ora passiamo al massaggio, ma prima pensiamo ai capelli” prese una bottiglietta di vetro ed incominciò a versare sui capelli di Uccellino un olio denso e profumato “è un olio di fiori molto buono per i capelli, viene dall’Asia” la ragazza una volta unti i capelli li avvolse in un candido panno di lino “devono rimanere così per mezz’ora”. Mihn si lavò le mani e poi dopo aver preso un’altra boccetta di olio profumato incominciò a massaggiare la schiena di Uccellino. Il massaggio era delizioso le piccole mani di Mihn si muovevano delicate e veloci sul corpo di Uccellino, la quale ad occhi socchiusi si godeva la piacevole novità. Per più di tre quarti d’ora la piccola vietnamita massaggiò Uccellino, poi dopo aver asciugato l’eccesso di olio rimasto sulla pelle la fece alzare e la condusse verso un bacile dove, dopo averla fatta piegare in avanti le sciacquò i capelli dall’olio eliminando poi l’acqua passando un pettine molto sottile. Uccellino aveva perso la cognizione del tempo, non sapeva che ore fossero o quanto tempo aveva passato in quel luogo, sapeva solo di avere la pelle morbida e vellutata ed i capelli lucidi e morbidi, insomma si sentiva molto bene. Mihn per mano la ricondusse al lettino e la fece sdraiare per poi sparire dietro un paravento e ritornare con in mano un rasoio e del sapone in schiuma “suo marito si è raccomandato tanto di rasarle la .... insomma di rasarla molto bene”. Uccellino capì perché Orso le aveva vietato di farlo da sola “.... maiale .... “ pensò. Mihn incominciò ad insaponarle in monte di Venere e solo quando lo coprì di morbida schiuma incominciò a depilarla con il rasoio. Ad un tratto, come un pupazzo che esce da una scatola magica, Orso entrò nella stanza, a Uccellino venne spontaneo di coprirsi già ma con cosa? Orso si chinò su di lei e la baciò appassionatamente, “stai bene amore mio ?” “si grazie” Uccellino era imbarazzantissima perché Mihn non aveva smesso di rasarla se non per salutare Orso con un timido cenno del capo. Orso si sedette sulla poltrona ai piedi del lettino proprio dove poteva guardare l’abile opera di depilazione di Mihn. L’atmosfera si era fatta tesa Orso guardava senza parlare, Uccellino incominciava ad eccitarsi ed aveva paura che Mihn se ne accorgesse perche con le dita sottili ogni tanto scostava le grandi labbra per completare la depilazione. Uccellino non riuscì a credere ai suoi occhi quando vide che Orso si era slacciato i pantaloni aveva tirato fuori il cazzo eretto e si stava masturbando, nel frattempo Mihn aveva finito di rasarla e dopo aver lavato le ultime tracce di sapone le stava spalmando una crema per lenire il bruciore del rasoio però lo stava facendo molto intensamente quasi masturbandola. Orso si alzò dalla poltrona, si avvicinò, le prese delicatamente la testa e le appoggiò la punta del cazzo sulle labbra dicendole “prendilo in bocca fino in fondo .... fammi godere come sai fare” Uccellino obbedì aprendo la bocca ed accogliendo il cazzo di Orso con la sua lingua. Mihn intanto la stava masturbando con la mano destra mentre con la sinistra si era aperta il camice bianco, aveva scostato il lembo delle mutandine e si stava lei stessa toccando senza ritegno. Uccellino godeva con le piccole dita di Mihn, Orso con la sua morbida bocca spingendole il cazzo in fondo alla gola Mihn pronunciava sottovoce parole incomprensibili, tutti e tre stavano per godere; a Uccellino scoppiò il cervello ed il pancino mentre Orso le scaricò in bocca il suo piacere, Mihn ansimava godendo e si chinò su Uccellino baciandola ed infilandole la lingua in bocca. Uccellino rispose al suo bacio cercando la lingua con la sua il fatto di avere in bocca lo sperma di Orso rendeva il tutto più strano. Mihn si stacco da lei e si ritirò in un’altra stanza, Uccellino restò immobile per un paio di minuti poi, aiutata da Orso si asciugò si rivestì ed infine uscirono insieme dal salone di bellezza; erano le sette e mezzo della sera c’era solo il tempo di ritornare in albergo cambiarsi e poi la notte sarebbe appartenuta ai due amanti.


IL TERZO GIORNO
“Si fermi qui” disse Orso ad un tratto “ma messieur ...... il parco di notte è molto pericoloso ...... è molto buio ed è anche frequentato malissimo” rispose stupito il taxista “grazie lo so, quanto le devo” disse Orso ignorando il fiume di parole dell’uomo ed estraendo il portafoglio dalla tasca interna del cappotto. Il taxi si allontanò velocemente mentre il conducente bofonchiò qualcosa contro gli italiani a bassa voce. Uccellino non capiva perché Orso avesse voluto scendere così lontano dall’albergo però si fidava del sua amante e lo seguiva tenendolo per mano anche se la ghiaia dei vialetti rallentava di non poco il suo incedere sulle scarpe dai tacchi a spillo che Orso le aveva comperato nel pomeriggio. Il vento era calato e la notte era più mite rispetto al giorno prima il passeggiare di notte in un luogo pericoloso e buio come il parco dava i brividi di piacere a Uccellino, in fondo pensava tra se e se non ci può capitare niente di grave visto che ogni tanto si intravedevano in lontananza le luci blu delle auto della polizia di pattuglia. Camminarono a passi lenti per un bel pezzo di strada fino a quando giunsero sul viale che dal fiume, attraversando il parco, arrivava fino alle vicinanze del loro albergo, questo fatto rendeva un poco più sicura Uccellino anche se in lontananza, illuminate dai fari delle auto si intravedevano delle figure. Dopo poco giunsero sul luogo dove Uccellino aveva notato queste figure e si accorsero che erano in realtà dei travestiti brasiliani in attesa di clienti, “Viados” Uccellino si ricordò del nome. Quando passarono molto vicino a quelle ambigue creature Uccellino non poté far a meno di notare che sotto le pellicce erano praticamente nudi, solo pochi capi di biancheria intima fasciavano i corpi statuari e Uccellino notò i turgidi seni di silicone irrealmente sodi per essere veri. A prima vista si sarebbero potuti scambiare per delle vere donne ma le voci cupe, a malapena strozzate da falsetti fasulli non avessero rivelato la loro vera natura. I travestiti al passare delle auto dei possibili clienti si aprivano le pellicce per mostrare i corpi agli automobilisti ed i più audaci mostravano anche dei cazzi eretti di notevoli dimensioni. I viados si accorsero di Orso ed Uccellino e come d’incanto rivolsero i loro schiamazzi e le frasi contenenti proposte oscene irripetibili verso di loro ignorando le vetture che, rallentando, sfilavano al loro fianco. Uccellino alzò il bavero e cercò di affrettare il passo ma Orso con una stretta di mano la rassicurò e la condusse lontana dal gruppetto di travestiti. Uccellino incominciava ad essere stanca della camminata però capiva che l’albergo non era ormai lontano quando, ad u tratto Orso strattonandola verso un ramo secondario del sentiero, le disse “stai zitta, voglio farti vedere qualcosa” Uccellino scorse così in lontananza quello che lui forse aveva visto per primo; parcheggiata sotto ad un grosso albero c’era una grossa Mercedes argento con la portiera anteriore destra aperta. Orso spinse Uccellino dietro un folto cespuglio ed in un orecchio le disse di guardare con attenzione. Diversi uomini con fare sospetto passavano in continuazione di fianco alla macchina e, quando uno di loro si girò, Uccellino notò che in mano aveva il cazzo e si stava masturbando. “in questo parco” le disse Orso “spesso vengono delle coppie con gusti particolari, qualche uomo porta la propria moglie nuda per esibirla a degli sconosciuti, a volte questi uomini fanno anche toccare e scopare le mogli da questi sconosciuti” Uccellino strabuzzò gli occhi e fece per voltarsi ma Orso la trattenne impedendole di voltarsi. Intanto all’interno della macchina un distinto signore dai capelli grigi stava infilando, con lenti movimenti ritmici, un grosso vibratore nella fica di una donna distesa sul sedile, la testa della donna riversa sul sedile era nascosta alla vista, si riuscivano soltanto ad intravedere i lunghi capelli neri. Orso mise una mano sulla bocca di Uccellino spingendola fuori dal cespuglio, Uccellino cercò di divincolarsi per scappare ma Orso le prese un braccio e glielo piegò dietro la schiena facendole male “stai buona piccola, andiamo a dare un occhiata da più vicino” Uccellino cercò con scarso successo di mordere la mano ad Orso per liberarsi ed urlare e desistette dal cercare di muoversi quando Orso la fece fermare vicino ad una panchina. “Se prometti di non urlare ti lascio” Uccellino fece un cenno con la testa ed Orso lentamente le lasciò il braccio e levò la mano dalla bocca sempre però tenendole un braccio intorno alla vita. “Ti prego andiamo via” disse Uccellino con un filo di voce, “taci” rispose lui, “alza una gamba ed appoggia un piede sulla panchina” Uccellino eseguì l’ordine come un automa appoggiando la scarpa destra sulla seduta della panchina. Intorno all’auto intanto l’azione si era fatta torbida, l’uomo continuava sempre più velocemente a scopare la moglie con il vibratore ed i voyeur ora erano tutti intorno alla Mercedes e si stavano masturbando furiosamente. Orso aveva infilato la mano sotto la gonna di Uccellino e aveva incominciato a masturbarla, Uccellino rispondendo alle prime onde del piacere aveva reclinato la testa sulla sua ed aveva socchiuso gli occhi. Orso le aveva oramai sollevato la gonna e masturbava il clitoride con due dita, un osservatore casuale passando avrebbe sicuramente trovato bizzarro il quadretto che gli parava davanti agli occhi: un gruppo di dieci o dodici pazzi seminudi, di notte, in un parco pubblico in pieno inverno, pazzesco. Uno dei voyeur si girò casualmente e rimase di ghiaccio al vedere la coppia così vicini a loro. Ad uno ad uno i voyeur si voltarono e qualcuno incominciò a passo furtivo ad avvicinarsi a loro. Uccellino se ne rese conto e, sempre ad occhi chiusi, chiese di nuovo ad Orso di portarla lontano da quel luogo, lui la baciò su di un orecchio non rispondendo anzi aumentando il ritmo della mano che le frugava la fica donandole piacere. I voyeur erano ormai a stretta distanza dai due amanti, Uccellino con un occhio socchiuso vedeva le loro facce rosse ed eccitate ed i loro occhi che la mangiavano viva ma non poteva muoversi e scappare come avrebbe desiderato perché era tenuta stretta da Orso ed in parte anche dal calore che le saliva dal ventre verso il cervello. Ad un tratto uno sconosciuto tento di allungare la mano verso la gamba alzata di Uccellino ma Orso con lo sguardo di fuoco lo fece desistere dal tentativo, Uccellino era quasi al limite superiore dell’orgasmo e non lo poteva più trattenere tanto che rantolando si abbandonò al fiume in piena che l’attraversava, facendosi portare ed abbandonandosi piegando un poco le ginocchia, come per un segnale convenuto anche due o tre sconosciuti godettero ed uno sporcò anche le scarpe di Uccellino di gocce biancastre. Accadde allora che il signore in Mercedes, forse infastidito da quello che succedeva, accese i fari ed il motore, partendo verso il viale ad alta velocità svegliando la coscienza di Uccellino alla realtà. Il panico si impadronì di lei, con uno strattone si liberò delle braccia dell’amante mettendosi a correre in direzione delle luci. Orso, colto di sorpresa dalla reazione scivolò, cadendo, nel tentativo di afferrare Uccellino che fuggiva raggiungendola quando era quasi giunta al termine del sentiero secondario per il quale si erano poco prima avventurati. La afferrò per un braccio tirandola a se, Uccellino cerco di colpirlo in volto ma lui parò il colpo con il dorso della mano sinistra, “ti odio ... hai capito ... ti odio” urlava Uccellino “lasciami ... lasciami ti ho detto ... voglio partire ... voglio lasciarti per sempre” Orso prese un iniziativa che non avrebbe mai voluto considerare e diede uno schiaffo in pieno viso a Uccellino la quale tacette guardando allibita il suo amante. La strinse ancor di più vicina e le disse “perché mi odi Uccellino ... perché mi odi ... forse perché ti do tutto ciò di cui hai bisogno ... avanti rispondimi” Uccellino scoppiò in lacrime travolta da un pianto profondo ed irrefrenabile, Orso la prese in braccio e la portò così fino al letto nella loro stanza d’hotel. Durante il breve tragitto Orso raccolse le lacrime con la punta della lingua assaporandone il dolce sapore acre e salato.


IL QUARTO GIORNO
...... Il momento era giunto, Orso aveva deciso che quello era il giorno più adatto a ciò che doveva irreparabilmente accadere. Avevano cento in un bellissimo ristorante con pareti di legno scuro, tavoli piuttosto bassi e larghe poltrone di cuoio. I camerieri si muovevano velocemente e discretamente quasi senza fare rumore servendo dell’ottimo cibo che Orso e Uccellino gustavano con piacere accompagnandolo da dell’ottimo vino rosso corposo. La risata cristallina di Uccellino risaltava nella quiete del ristorante provocando diverse reazioni nei vicini seduti ai tavoli accanto a loro. Qualche signora sentendo Uccellino ridere e vedendola così felice ripensava con tristezza a quando anche loro erano così felici accanto al loro fidanzato mentre alcuni compassati signori erano un poco infastiditi ben sapendo ciò che, nelle loro consorti, quella risata provocava. Quando uscirono dal ristorante il freddo era intenso e così Uccellino si alzò il collo della pelliccia per proteggersi il mento e la bocca. Orso conduceva Uccellino tenendola sottobraccio e lei si faceva guidare pensando che dopo quello che era successo la sera prima nulla avrebbe potuto più sconvolgerla. Ad un tratto Orso la spinse contro un portone di legno baciandola con passione e foga Uccellino rispose al bacio abbandonandosi nelle sue braccia. “Vieni amore mio” disse lui con dolcezza “entra e fai attenzione la porta è molto bassa”. Uccellino piegò il capo ed entrò nell’androne buio. Salirono due piani di scale al buio e cercando di non fare molto rumore vista l’ora tarda, giunti che furono davanti ad una porta Orso estrasse di nuovo le chiavi e fece entrare Uccellino in una stanza profumata di gelsomino. Uccellino cercò di parlare e di chiedere di chi fosse quella casa ricevendo per risposta un sorriso e due baci sulle palpebre. Orso le chiese allora se volesse togliersi la pelliccia ma Uccellino preferì tenerla addosso per riscaldarsi dal freddo della strada. In punta di piedi Uccellino seguì Orso verso il salotto illuminato da un piccolo camino dove ardeva un fuoco arancione. La fece sedere sopra un grande divano di foggia ottomana e poi si allontanò tornando quasi subito reggendo nelle mani una bottiglia e due piccoli bicchieri di cristallo. Versò un poco di liquore nei due bicchieri e ne porse uno a Uccellino la quale lo prese con due mani bevendo a piccoli sorsi il liquore dolce e profumato di arancia. Orso si sedette accanto a lei e le tolse la pelliccia, Uccellino si piegò verso la sponda del divano e reclinò il capo verso il bracciolo allungando le gambe, senza neanche togliersi le scarpe, sopra i morbidi cuscini di piuma. Passò poco tempo prima che Uccellino chiudesse gli occhi e si addormentasse leggermente, il fuoco le illuminava debolmente il viso, Orso stette a guardarla in silenzio ammirando l’eleganza del collo sottile e flessuoso e la brillantezza dei capelli che cadevano a cascata sopra il volto facendo risaltare ulteriormente la sua carnagione color ambra. Il tempo passava lentamente e Uccellino ad un tratto si svegliò accorgendosi che Orso era lì di fianco a lei che la guardava, lui le parlò dicendole ”Ti ricordi la prima notte?” Uccellino annuì “Ti ricordi che mi hai giurato di concedermi qualunque cosa ti avessi mai chiesto? Ora ti chiederò molto amore mio, sei ancora dell’idea di obbedirmi?” Uccellino con un filo di voce rispose “Quello che ti promesso l’avrai dolce Padrone mio, fammi quello che vuoi, sono tua ora e per sempre” Orso si chinò su di lei e la baciò a fior di labbra poi si alzò lentamente sparendo nel buio di un’altra stanza. Uccellino non era più sicura di niente, non sapeva cosa sarebbe successo e questo la turbava, solo allora vide che dal soffitto pendeva una lunga catena argentata. Orso tornò di fronte a lei e le disse “Sei ancora in tempo a dirmi di no e ti porterò lontano da qui .... la decisione è tua, solo tua” Uccellino disse soltanto “versami ancora del liquore, mi darà coraggio, ti prego sii più deciso, ordina e non chiedere ed allora sarò tua solo tua” “Sia come vuoi amore mio” Orso posò una borsa di cuoio marrone sul pavimento e le servì ancora del liquore. Uccellino bevve d’un sorso tutto il liquore e con fare deciso si alzò dal divano e raggiunse il centro della stanza. Con un gesto deciso ma languido allo steso tempo si slacciò le spalline del vestito e lo fece cadere fino ai piedi rimanendo nuda, eccezion fatta per le calze autoreggenti di pizzo nero e le scarpe. Orso aprì la borsa e le disse “dammi i polsi” Uccellino non esitò allungando le braccia verso l’amante il quale le mise due bracciali di morbido cuoio con degli anelli di acciaio lucido, chiusi da due lucchetti. Uccellino venne spinta più vicino alla parete poi Orso le sollevò le braccia e assicurò i due lucchetti alla catena che cadeva dal soffitto, Uccellino era stirata verso l’alto e faceva molta attenzione a non perdere l’equilibrio sugli alti tacchi. Orso le accarezzò i capelli e la schiena dicendole “ti amo .... sei bellissima” Uccellino chiuse gli occhi, si portò di fronte a lei le prese i capezzoli tra pollice ed indice delle mani torcendoli ed allungandoli. A Uccellino sfuggì un piccolo sospiro ed Orso lasciò la presa ma solo per prendere dalla borsa due piccole mollette di metallo che mise sopra la punta dei capezzoli. Uccellino gemeva e si mordeva la labbra ma era decisa a resistere, Orso prese allora un’altra molletta di metallo ancora più piccola e con dei piccoli dentini aguzzi e con appeso un piccolo campanellino di bronzo, si piegò e con due dita scostò le grandi labbra di Uccellino per poi cercare il clitoride. Quando lo ebbe trovato lo accarezzò prima con un dito e poi con la punta della lingua, Uccellino apprezzò molto quelle attenzioni tanto che per un istante si scordò del dolore che le proveniva dai capezzoli. Successe tutto d’improvviso mille fuochi di artificio si accesero nella testa di Uccellino quando Orso le strinse la molletta proprio sul del clitoride, “ti prego levala .... levala non resisto” Orso si alzò e le sussurro in un orecchio “hai deciso prima .... ora non puoi tornare indietro .... a meno che .... “ colpita nell’orgoglio Uccellino decise stoicamente di resistere ancora dicendo in tono sprezzante “vai avanti, sono più forte di te e te lo dimostrerò” Orso si staccò da lei, prese una lunga canna di giunco appoggiata sull’architrave del camino e, camminando a lenti passi si portò alle sue spalle. “Uccellino sei pronta? Sei veramente pronta? Se vuoi smettiamo ora, e nulla cambierà tra noi in ogni caso” “Baciami e fai quello che devi fare, te ne prego” rispose lei. Orso la baciò a lungo e poi si rimise dritto dietro di lei “Ti amo Uccellino” le ripetette e poi caricando il braccio e torcendo il busto colpì Uccellino sulle natiche. Il colpo scosse Uccellino che però non ebbe il tempo di pensare perché Orso la colpì ancora con la stessa forza ancora sulle natiche. Due, quattro, sette, dieci, dodici volte Orso colpì Uccellino prima che lei, ruotando sui tacchi si girò verso di lui abbandonandosi a peso morto appesa alla catena, urlando ogni qual volta la bacchetta lasciava un segno rosso sulla sua pelle. Orso la colpì ancora sui seni striandoli di rosso e cercò di colpire il monte di venere depilato. Uccellino cedette e cominciò a piangere Orso la vide bellissima, gettò la bacchetta l’abbracciò sorreggendola, le slacciò i bracciali di cuoio e la sollevò posandola sul divano. Uccellino piangeva e singhiozzava di dolore e di emozione, Orso prese un piccolo barattolo, lo aprì e spalmò i seni con un sottile velo di crema profumata per lenire il dolore, poi prese la pelliccia, la coprì e le accarezzò i capelli fino a quando lei si addormentò restando a vegliarla fino al mattino, quando la prima luce li sorprese vicini ed abbracciati.


IL QUINTO GIORNO
...... Orso rientrò tardi verso le sette e mezza, era stanco e pallido in volto, il freddo intenso l’aveva sicuramente provato, Uccellino aveva oziato per tutto il pomeriggio, dato che, dopo la colazione fatta appena rientrati la mattina presto dalla misteriosa casa della sera precedente si era subito addormentata. La cameriera avendo notato il cartello “non disturbare” sulla porta non era passata neanche a rassettare la stanza mentre Orso era uscito senza fare rumore e senza svegliare la sua dolce Principessa. Orso rientrò tardi e dopo aver gettato sul letto un pacchetto si diresse in bagno dove dopo essersi tolto velocemente i vestiti si infilò sotto la doccia. Uccellino si alzò dal letto e lo raggiunse in bagno entrando nella doccia senza neanche togliersi la sottile camicia da notte in seta che indossava. L’acqua tiepida bagnava i due amanti stringendoli in un abbraccio sensuale, Orso prese Uccellino e la strinse a se Uccellino chiuse gli occhi e si abbandonò ad un lungo bacio che parve non avere mai fine. Orso adorava la sua donna era preso da una misteriosa droga ogni qual volta si trovava vicino a lei, il cazzo eretto provava il suo desiderio e Uccellino si strusciava contro di lui come una gatta in calore. Le sfilò la camicia da notte la sollevò girandola ed spingendole la schiena contro le piastrelle. Uccellino fece forza sulle braccia ed avvinghiò le gambe attorno alla vita di lui. Orso con una mano guidò il cazzo dentro Uccellino che umida ed eccitata lo accolse nella fica mentre con i denti segnava il collo del suo amante. Orso muovendo il bacino spingeva il cazzo molto in fondo al ventre di Uccellino ed approfittando del suo leggero peso spostò la mano sulle natiche di Uccellino aprendole con le dita ed accarezzando il bocciolo di rosa con la punta dell’indice. Uccellino ebbe un sussulto quando Orso incominciò a penetrarle con il dito la sua intimità posteriore ma poi convinta anche dalla lingua di lui che dal collo si era spostata sulle orecchie leccandole a fondo si abbandonò completamente godendo senza ritegno, con il cazzo nel pancino ed un dito in fondo al culo, proprio nel momento in cui Orso le scaricava tutto il suo piacere dentro di lei. Riposarono un poco fino a quando il telefonò suonò, Uccellino tentò di rispondere ma Orso con un gesto abbastanza sgraziato le strappò il ricevitore dalle mani. “Oui Madame .... non mancheremo .... stia tranquilla non arriveremo in ritardo“ Orso parlava veloce e Uccellino cercava di immaginare chi fosse dall’altra parte del filo. Quando Orso riattaccò Uccellino non chiese nulla ben sapendo che non avrebbe mai ricevuto alcuna risposta, Orso si alzò dal letto e porse a Uccellino il pacchetto con il quale era rientrato dicendo “presto indossa tutto questo, dobbiamo uscire dolce amore mio” Uccellino annuì alzandosi in piedi per aprire il pacchetto. Orso aveva comprato per lei un reggicalze stringivita nero, un modello molto simile a quelli degli anni 50 e 60, delle calze nere velate con la riga, un paio di scarpe con il tacco molto alto e sottile ed un piccolo reggiseno praticamente inesistente, fatto solo di una fettuccia di raso che dal basso sosteneva il seno lasciandolo completamente esposto. Orso aiutò Uccellino ad indossare il bustino stringendo molto il nastro di seta posto sul retro, Uccellino trattenette il respiro per rendere la sua vita ed il torace ancora più piccoli di quello che già erano e poi indossò le calze e le scarpe. Orso tenendo in mano la sua pelliccia le disse “principessa dove vuoi mangiare questa sera?” “non ho fame, non mi va di mangiare nulla, magari più tardi” “bene, meglio così, arriveremo puntuali” replicò Orso porgendole la pelliccia “non mi fai neanche indossare una gonna?” “no amore mio, sei molto più bella così” ed in effetti Uccellino non era mai stata così sensuale ed affascinante. Uscirono per strada e non presero il taxi sotto l’albergo ma camminarono per un poco, Uccellino aveva paura che allungando il passo la pelliccia, aprendosi avrebbe rivelato che sotto era praticamente nudOrso Salirono infine sopra un taxi, giusto in tempo perché Uccellino incominciava ad avere freddo. Orso chiese al taxista di fare un giro un poco più largo per godere dello stupendo spettacolo della città illuminata. Uccellino risplendeva di un pallore lunare il collo di pelliccia nera faceva da corona alla sua bellezza, Orso la guardava rapito dal suo fascino, ricordandosi di avere visto una tale angelica bellezza solo a Londra in certi quadri preraffaelliti. Il velo di rossetto sulle labbra appariva come una macchia di sangue su di un lenzuolo dopo un delitto, e la vittima era la sua capacità di resistere a lei, la più bella donna del mondo intero. Il taxi si fermò riportando Orso alla realtà, davanti a loro, una volta scesi dal taxi si parava un severo palazzo ottocentesco di pietra grigia Orso suonò al citofono e qualcuno apri il portone. Salirono fino all’ultimo piano e quando sbarcarono dall’ascensore entrarono in un portone lasciato semiaperto. Un’anziana governante vestita di nero si fece innanzi a loro prendendo il cappotto che Orso le tendeva. “Madame vi aspetta” disse la donna “grazie conosco la strada” rispose Orso, la governate sparì come era apparsa, senza fare rumore. Orso guidò Uccellino dentro una bellissima stanza con le pareti coperte di quadri ed i pavimenti ricoperti di soffici tappeti persiani, Uccellino si sedette sopra un divano mentre lui si accomodò sul bracciolo accanto a lei. Una porta si aprì ed una donna entrò nel salotto, Orso si alzò in piedi e disse “bonsoir Madame”. Madame Pauline era una bella donna di circa cinquanta cinquantacinque anni, molto alta e magra lunghi capelli rossi ed occhi grigi, quando era più giovane era stata una delle più note e care professioniste della città e poi con il trascorrere degli anni e contando su di una serie di importanti amicizie aveva capito che piuttosto che vendere se stessa era molto più facile e redditizio sfruttare i corpi altrui. Aveva così aperto un’elegantissima casa d’appuntamenti dove, pagando fortissime cifre, era possibile soddisfare qualunque desiderio anche il più segreto ed imbarazzante. Pauline era vestita molto severamente; una corta gonna in pelle, una camicia di foggia maschile con i polsi chiusi da gemelli, calze scure ed un paio di scarpe con il tacco appena accennato. “buonasera Orso, è un piacere rivederla” disse con voce dolcissima “così lei è la sua amante” chiese Pauline, Orso annuì e Uccellino abbassò lo sguardo rifugiando il mento nel collo della pelliccia. “Orso lei è un caro ragazzo ma ha sempre avuto il vizio di circondarsi di donne sicuramente attraenti ma troppo vistose ed a volte, purtroppo, volgari, mi scusi per la franchezza caro amico ma stavolta approvo in pieno la sua scelta” Pauline accarezzò i capelli di Uccellino e con delicatezza le sollevò il volto fino ad incrociare gli sguardi “sei molto bella amore mio, come ti chiami?” “mi chiamo .... Uccellino” Pauline rise dolcemente “Uccellino .... Uccellino .... che nome delicato, quasi virginale cosa ci fa un angelo pallido insieme ad un mostro perverso come Orso” Uccellino rituffò lo sguardo sul tappeto ma Pauline le sollevò la testa un’altra voltOrso “Alzati ti voglio vedere meglio” Uccellino girò lo sguardo verso Orso il quale le sorrise e con un cenno con gli occhi le disse di obbedire a Madame. Uccellino si alzò lentamente e, senza che nessuno avesse pronunciato alcun ordine, si levò la pelliccia facendola cadere dolcemente ai suoi piedi. Pauline si spostò verso una scrivania in un angolo della stanza e si appoggiò con le gambe. Uccellino era nuda in mezzo la stanza, ORSO e Pauline la guardavano con bramosia, “girati piccola troia” disse Pauline e Uccellino incrociando le braccia sul seno si girò e porse la schiena allo sguardo di Madame. Pauline parlò “segni recenti di una dura fustigazione, caro Orso lei non perderà mai il vizio, ma forse ha ragione lei le femmine si affezionano più ad una mano dura piuttosto che al latte nel piattino, la frusti ancora più duramente e vedrà che non la perderà mai più” e poi “forse nessun uomo le ha mai fatto provare quello che sta vivendo in questo momento, mi diceva che l’ha conosciuta tramite un amico? Che cosa buffa e poco comune, ha veramente molto potere su questa donna anche solo dopo così poco tempo, la vizi caro Orso, le conceda amore e cose terrene, la copra di attenzioni e regali e, mi creda, non la lascerà mai, sarà sempre ai suoi piedi desiderosa di tenerezza, baci, emozioni, umiliazioni e castighi. Godrà del suo piacere e del dolore che le vorrà donare, non le dirà mai di no, la tenga cara giovane amico, un tesoro così prezioso si trova una sola volta nella vita, guai a lasciarselo scappare tra le dita come sabbia del mare”. Pauline parlava con aria dolce e malinconica, pensando con nostalgia ai tempi passati, ad un’infanzia cruda e violenta, forse con il rimpianto di non essere mai appartenuta veramente a nessuno, stanca forse del potere che aveva sempre esercitato sugli uomini, una bella tiranna destinata a concludere la sua esistenza in una bella torre di avorio, molto bella ma molto lontana da qualunque altro edificio. Pauline si spostò quasi senza fare rumore e si sedette sopra una larga poltrona rimboccandosi la gonna fino alle cosce e scoprendosi il pube coperto da una leggera peluria rossa come i capelli. “Vieni Uccellino, inginocchiati davanti a me, fai presto voglio la tua bocca, ho voglia di te” disse Pauline mentre a Uccellino venivano i brividi ed un leggero capogiro. Uccellino esitava mentre Pauline chiudendo gli occhi abbandonava la testa sopra un bracciolo della poltronOrso Orso prese la sua dolce schiava per le spalle e la fece inginocchiare davanti alla poltrona. Uccellino era ormai confusa, completamente in balia della situazione, come un automa si abbassò appoggiando le mani a terra e avvicino la bocca verso la fica profumata di Pauline. Appoggiò piano la bocca sul monte di Venere socchiuse le labbra, allungò la lingua vero il clitoride come avrebbe desiderato che facessero a lei se si fosse trovata dall’altra parte. Il sapore di Pauline non era sgradevole, leggermente salato ma non acido, molto simile al proprio ogni qual volta che Orso dopo averla frugata profondamente le infilava due dita in bocca o come quando, nel corso delle loro prime telefonate, le faceva leccare le dita, chiedendole di immaginare di essere intenta a leccare un’altra donna. Uccellino non voleva deludere Orso e neppure Pauline quindi cercava di far provare piacere colpendo con la lingua le parti che a lei procuravano molto piacere, Pauline si era slacciata la camicia e con pollice ed indice si stava strizzando con forza un capezzolo e leccando con voluttà le labbra. Uccellino incalzava Pauline con la lingua e con la bocca e Pauline godeva inarcando la schiena sulla poltrona e piantando un tacco non molto dolorosamente nella schiena della piccola Uccellino che giaceva a quattro zampe davanti a lei. Ad un tratto Pauline prese da un cassetto di un piccolo comodino di fianco alla poltrona, un tubetto di crema allungandolo verso Orso, il quale si mosse dall’angolo della stanza nel quale era rimasto fino ad allora, per prenderlo. Rantolando con un filo di voce Pauline disse “la inculi Orso, la inculi con forza le faccia sentire che è sua solo sua, esclusivamente sua”. Orso si inginocchiò dietro Uccellino mentre Pauline le teneva la tesa con una mano per non farla alzare, si slacciò i pantaloni ed estrasse il cazzo turgido come il ferro. Lo cosparse di crema e poi, con due dita unse abbondantemente l’intimità posteriore di Uccellino, con decisione puntò il cazzo e con un colpo di reni la penetrò. Uccellino colta di sorpresa non ebbe il tempo di muoversi e gemette il suo dolore con la bocca incollata sulla fica bagnata di Pauline. Orso andava e veniva da Uccellino la quale aveva portato una mano sulla sua fica e si stava masturbando il clitoride con due dita. L’orgasmo li colse quasi contemporaneamente, Orso si liberò di un fiume di seme caldo nelle viscere di Uccellino e Pauline liberò il suo orgasmo nella bocca, Uccellino cadde a pancia in giù sul tappeto tremando per l'intensità del piacere. Pauline si ricompose un poco mentre Orso si ritirava in bagno per lavarsi, Pauline pulì Uccellino con un fazzoletto di lino, levando ogni traccia di crema e sperma anche, e con grande vergogna di Uccellino, dal solco delle natiche, poi la coprì con la pelliccia e rimase seduta per terra accanto a lei ad accarezzarle i capelli come fa una mamma con la propria bambina. Orso rientrò nella stanza e, guardando quella scena, provò un impeto irrazionale di gelosia, Pauline si rialzò facendo alzare anche Uccellino, poi l’abbracciò e la baciò con passione ed ardore sussurrandole in un orecchio “resta per sempre con me, ti prego” Uccellino chiuse gli occhi e la baciò di nuovo schiacciando i sui seni contro quelli di Pauline. La donna si staccò da lei e salutando Orso con una fredda stretta di mano uscì dalla stanza sbattendo la porta ed urlando “sciocco giovane amico, mi ascolti non porti più Uccellino da me anzi .... comunque vada .... non torni più a casa mia .... addio”. Orso infilò la pelliccia sulle spalle di Uccellino e poi, come un bambino ferito nell’orgoglio, la sfilò di nuovo. Uscirono allora, ma non dall’ingresso secondario dal quale erano entrati bensì dalla porta principale facendole attraversare, nuda, il salotto dove una decina di facoltosi clienti si stavano intrattenendo in dolce conversazione con altrettante giovani e bellissime ragazze. Stupidamente, cosa della quale si pentì e vergognò come un ladro più tardi a mente fredda, una volta giunti in albergo, la prese, come per ribadire il proprio possesso, per i capelli trascinandola verso la porta, facendole allungare il passo.


IL SESTO GIORNO
...... Il barone De Mornay era un uomo importantissimo, stimato nel mondo dell’alta finanza per i suoi trascorsi di imprenditore ed amministratore pubblico, sempre presente alle manifestazioni benefiche ed umanitarie; nonostante i suoi ottanta anni, era indubbiamente ancora un bellissimo uomo, ma solo poche persone erano a conoscenza delle sue passioni segrete. Il barone amava guardare non solo perché alla sua età non poteva più avere delle soddisfacenti erezioni ma soprattutto perche da raffinato esteta libertino amava circondarsi oltre che di opere d’arte anche di belle donne e di situazioni particolari. Il barone aveva visto, spiando da uno specchio magico, la scena in cui Uccellino veniva trascinata da Orso per i capelli. Il barone difatti era un assiduo e discreto cliente di Pauline, dietro forti somme di denaro il barone poteva spiare, sempre di nascosto a tutto quello che succedeva nei salottini della maison. Il barone aveva assistito alla scena ed essendosi innamorato di quella meravigliosa creatura aveva rintracciato il nome e l’indirizzo di Uccellino ed Orso dalla vecchia governante di Pauline, sua fidata spia all’interno della maison, ed aveva fatto recapitare un biglietto in albergo. Il biglietto di preziosa pergamena vergata a mano recava solo un indirizzo una data ed un monogramma. Orso amava il rischio ed il misterioso biglietto rappresentava un invito troppo forte al quale resistere, non disse nulla a Uccellino la quale non sospettava neanche cosa contenesse quella misteriosa busta recapitata dal portiere dell’hotel. Fecero tutto con molta calma quella mattina, uscirono circa a mezzogiorno e si concedettero un ricchissimo brunch da “Orpheus Et Euridice” in place des Vosges poi, verso le tre camminando lentamente, si diressero verso il Quartiere Latino. Orso comprò un bellissimo anello a Uccellino, una larga fascia d’oro con mille piccoli diamanti incastonati. Uccellino era felicissima e stringeva Orso a se con tutte le sue forze. Visitarono anche la mostra di Magritte al centro Pompidou quel pomeriggio e poi si fermarono al Cafè Costes in place des Innocents, il bar più di moda a Parigi disegnato da Philippe Starck. Bevvero molto, perlomeno un paio di cocktails a testa mangiando anche molti piccoli snacks, alle sette e mezza, sempre con il passo molto lento si diressero verso l’albergo. Fecero la doccia insieme facendo anche furiosamente all’amore due o tre volte, sotto l’acqua tiepida. Orso adorava piegarsi ai piedi di Uccellino e poi leccarle la fica ed il culo spingendo molto in avanti la lingua quasi come per penetrarla. Ad u tratto Uccellino gli disse “Orso smetti per cortesia devo uscire dalla doccia, devo .... insomma sì .... devo fare pipì. Orso la sorprese quando le rispose “fammela i bocca” Uccellino trasalì e disse “ma sei pazzo, fammi uscire dai .... “ “fammela i bocca” ripetette Orso, Uccellino era confusa ma ancora eccitata dai precedenti orgasmi, con calma si appoggiò con la schiena allargò un poco di più le gambe e poi tentò di rilassarsi. Orso continuava a leccarle la fica con passione e trasporto Uccellino non riusciva più, nonostante il bisogno, a liberarsi. Fu molto lunga e difficile ma infine Uccellino fece colare tutta la sua rugiada d’oro in bocca ad Orso il quale restò immobile per non perdersene neanche una goccia. Uccellino per la prima volta stava pisciando in bocca al suo padrone, il liquido caldo e salato aveva riempito il cavo della sua bocca ed ora stava uscendo dai lati delle labbra mischiandosi all’acqua calda. Uccellino si svuotò fino in fondo Orso, quand’ella ebbe finito si svuotò la bocca assaporando però alcun gocce dell’aspro liquore dell’amante, poi si sciacquò la bocca e la baciò. Il taxi li lasciò davanti ad un magnifico Hotel Particulier tardo seicentesco, costruito in calcare rosa, Orso suonò il campanello mentre Uccellino gli stringeva contro timorosa come sempre. Dopo aver fatto lungamente all’amore, Orso e Uccellino avevano dormito un poco poi al risveglio lui le aveva fatto indossare un corto vestito di gomma lucida, tanto corto da coprire a malapena il tanga nero, completavano la mise da perfetta feticista un paio di calze aderentissime ed un paio di guanti lunghi fino al gomito entrambi di gomma, le solite scarpe con il tacco a stiletto. Per fortuna che il lungo mantello di cuoio copriva il tutto molto discretamente. La porta si aprì ed un’anziana signora negra con il viso scavato e rugoso apparve nello specchio della porta. “I signori desiderano?” disse la negra, Orso non parlò ma porse il biglietto ricevuto in albergo. La governante li pregò allora di entrare, Precedette Uccellino mentre la porta veniva richiusa alle loro spalle. Per maggior sicurezza avevano portato con loro un bastone da passeggio antico acquistato da un rigattiere, al cui interno era celata una corta ed affilata spada, il cosiddetto “bastone animato”. La governate negra si fermò davanti ad una parete rivestita di radica di legno premette un pulsante sopra un telecomando che portava nel palmo della mano e, come per incanto si aprì una porta invisibile da chiusa. “Seguitemi, il barone vi sta aspettando” disse la donna scendendo una lunga scala che precipitava verso i sotterranei. Orso scendeva dietro la donna mentre Uccellino si appoggiava a lui perché in difficoltà con i tacchi alti. La scala terminava in una sala molto grande con il soffitto a volta in mattoni, la scarsa illuminazione faceva intravedere delle starne figure che si aggiravano con discrezione. Tutti, o quasi erano vestiti di gomma, lucido latex o cuoio, alcuni erano nudi o con pochissimi indumenti ed il loro ruolo era molto chiaro visto che, perlopiù, camminavano a quattro zampe tenuti al guinzaglio dai loro padroni e padrone. La negra li guidava con passo veloce attraversando il salone Uccellino non era spaventata bensì incuriosita, ma provò un grande imbarazzo quando un misterioso personaggio a torso nudo, con il viso coperto da una maschera antigas e con dei pantaloni che lasciavano libero il cazzo eretto, la seguì con lo sguardo per tutto il tempo che lei impiegò ad attraversare il salone. “lei venga con me, mentre lei signora si tolga il mantello ed aspetti qui” disse la negra allungando una mano per prendere il mantello “Uccellino prendi il bastone ed aspettami, non ti muovere, se succede qualcosa prima colpisci con la spada poi domanda” le disse baciandola in fronte e poi sparì dentro ad una porta apertOrso Uccellino non era turbata viso che nessuno la importunava anzi, tutte le persone presenti o camminavano senza curarsi di lei oppure parlavano sommessamente tra di loro. Uccellino era incuriosita dal luogo, in lontananza vedeva una porta dalla quale entravano ed uscivano tante persone, contravvenendo a quanto le aveva detto Orso decise di andare a vedere tanto che le poteva capitare, in fondo, aveva sempre un’arma tra le mani e allora sguainò la piccola spada e cammino lentamente verso le altre stanze. Il barone De Mornay ricevette Orso nel suo boudoir erotico, un grande locale con le pareti rivestite di velluto rosso cupo, era seduto sopra una grande poltrona antica, vestito molto elegantemente da vero signore d’altri tempi, accanto a lui, in piedi, Nora la domestica di colore che aveva aperto la portOrso Da una prima impressione Orso poté capire senza ombra di dubbio che un profondo rapporto di fedeltà e complicità legava quelle due persone. Il barone fece un cenno ad Orso invitandolo ad accomodarsi su di un’altra poltrona accanto a lui. Solo quando si fu accomodato e dopo che la governate gli servì un bicchiere di cognac il barone incominciò a parlare “dunque voi venite da Milano e la vostra fidanzata da ..... ?” “anche lei da Milano Signore” rispose Orso “ma ... con chi ho il piacere di parlare?” “giovane amico non mi chiami Signore, ciò mi rammenta di continuo la mia età, io sono Marc Philippe De Mornay barone di Marignac ma lei, la prego, mi chiami solo Marc” “sarà per me un grande onore” rispose Orso” il barone chinò la testa in un gesto di ringraziamento e poi continuò “vi ho visto ieri sera da Pauline, non ho potuto fare a meno di notare la sua gelosia quando ha trascinato .... Uccellino .... mi pare, lontano da Madame, la gelosia a volte è un pessimo vizio ma solo le persone che hanno vissuto a lungo come me lo hanno potuto infine capire, in lei caro e giovane amico è un tollerabile difetto dell’età, ma poi chiunque veda Uccellino giustificherebbe il suo comportamento, i miei antenati custodivano gelosamente i loro tesori nei loro palazzi e solo loro ne potevano apprezzare la bellezza.” “Pauline è una buona donna, purtroppo l’aver frequentato uomini che, seppur potenti e ricchi, non possiedono un gran carattere, le hanno fatto pensare di essere anche lei potente e rispettata. Mi basterebbe un gesto della mano per spazzarla via ma questo non mi interessa, non ho mai combattuto i più deboli bensì persone più forti ed influenti di me, riuscendo, sempre e comunque ad uscire vincitore, anche se questo non servirà a niente quando l’angelo nero poserà la sua mano sulla mia spalla e mi accompagnerà verso il cammino sconosciuto oltre il buio.” Il viso del barone era ora pervaso da un velo di tristezza, stette un attimo in silenzio poi riprese a parlare “la mia adorata consorte mi ha lasciato partorendo due gemelli inetti, un maschio morto in un incidente stradale a seguito della sua sciocca passione per i motori e la velocità, ed una femmina che ha sposato un ambasciatore, uomo zotico e di poca cultura. I miei quattro nipoti sono ragazzi senza qualità e spessore solo capaci di spendere le loro rendite bancarie. Alla mia morte li diserediterò tutti e lascerò tutto in beneficenza, forse non salverò la mia anima pero allevierò le sofferenze di qualche infelice, i miei quadri no, non li lascerò a nessuno, ho fatto costruire una grande tomba ed i quadri orneranno la mia ultima camera da letto, ho già dato disposizione testamentaria che solo il giorno del mio compleanno ed il giorno dell’anniversario della mia morte si aprano le porte del sacello e si permetta a tutti di godere della bellezza dell’arte, forse così qualcuno mi renderà omaggio con il pensiero accompagnando la mia anima nel suo vagare incessante .... ma forse mio giovane amico la sto annoiando con questi discorsi da povero vecchio, beva ancora un poco di cognac e poi le spiegherò perche ho fatto di tutto perché voi arrivaste qui a casa mia” Orso bevve il prelibato liquore e poi ascoltò quello che il barone desiderava da lui ma ancor di più da Uccellino. Uccellino vagava per i salottini che si snodavano, uno dietro l’altro, nei sotterranei, la prima scena che vide era veramente molto osé. Un giovane ragazzo biondo, efebico e molto magro era stato adagiato a pancia in giù nudo e bendato sopra un lettino medico, davanti a lui un uomo di circa cinquant’anni si era sbottonato i pantaloni e si stava scopando la bocca con un enorme cazzo nodoso. Alle spalle del ragazzo un altro uomo, più giovane del primo ma con i capelli completamente rasati a zero con le mani coperte da guanti chirurgici in lattice dopo aver tuffato la mano in un barattolo di crema era intento a penetrare il culo con quattro dita unite. Il ragazzo si lamentava flebilmente ma i due master non gli concedevano un attimo di tregua anzi l’uomo davanti al ragazzo prese un corto frustino da cavallo ed incominciò a percuotere la schiena dello schiavo. Uccellino passò oltre, stando sempre ben attenta di non sfiorare neanche le persone che si muovevano accanto a lei, giunta nella seconda sala Uccellino assistette ad uno spettacolo di estrema perversità. Al centro della stanza una donna con il volto coperto da una maschera di gomma che le lasciava liberi solo la bocca ed gli occhi era appesa a testa in giù con le caviglie assicurate a delle catene. Il proprio padrone dopo averle perforato con degli aghi sterili da siringa i capezzoli, le aveva infilato una candela nella fica e l’aveva accesa con un fiammifero. Poi aveva collegato dei morsetti alle grandi labbra della fica, dai morsetti si dipanavano dei sottili cavi che terminavano in una piccola scatola che l’uomo teneva in una mano. La scatola conteneva una batteria a 9 volt collegata ad un rocchetto di Rurhkorff un dispositivo elettrico che aumenta la tensione abbassando l’amperaggio con il risultato di produrre scariche molto dolorose senza alcun pericolo per il cuore. Agendo su di un piccolo interruttore l’uomo apriva il circuito facendo urlare la donna, ma lo faceva solo quando la fiamma, sciogliendo la candela, aveva accumulato una discreta quantità di cera fusa sulla punta. Il torcersi del corpo della donna, colpito dalla scarica elettrica provocava la caduta della cera fusa sulle tenere carni della fica aggiungendo dolore a dolore. Uccellino restò alcuni minuti a guardare la scena fino a quando la cera rossa della candela coprì totalmente la fica depilata della schiava, toccandosi il clitoride con un dito ricoperto di gomma dopo essersi scostata le mutandine dalla fica. Nella stanza successiva nella più fitta penombra Uccellino riuscì a capire che sopra un grande materasso molti uomini e molte donne si contorcevano dandosi piacere reciprocamente scambiandosi abbracci, baci, carezze, sessi ardenti e fluidi corporei. La colonna sonora dei gemiti che provenivano dal buio era molto coinvolgente, Uccellino appoggiò la spada sopra una mensola, si rimboccò la gonna di gomma, si tolse le mutandine e si masturbò furiosamente fino a quando due uomini accortisi di lei, si alzarono dal gruppo laocontico che giaceva sull’alcova e si diressero verso di lei tendendo le mani come per invitarla a partecipare all’orgia. Uccellino fu molto infastidita dato che i due uomini molestandola, avevano già allungato le mani sui suoi seni e sulle natiche, le impedivano di darsi il piacere con le dita, allora spintonò i due uomini e, senza neanche rimettere a posto la gonna, si diresse di fretta verso una porta chiusa intravista nell’oscurità, scordandosi di raccogliere la spada dalla mensola. La porta si aprì sotto la pressione di Uccellino la quale entrò in una stanza silenziosa e completamente piastrellata di bianco, la luce al neon molto forte le ferì gli occhi e Uccellino non riuscì bene a vedere cosa stesse succedendo, si accorse solo dell’odore disgustoso di escrementi che aleggiava nell’aria. Un lenzuolo di gomma nera era steso per terra e per terra, sopra di esso, due donne seminude, con il volto coperto da maschere antigas collegate tra loro da un tubo corrugato si rotolavano spalmandosi addosso a vicenda con le mani la loro stessa merda. I due assurdi e grotteschi insetti si rotolavano e sopra di loro altre persone anch’esse ricoperte da bizzarri paramenti di gomma le osservavano a volte partecipando anche loro allo strano rito iniziatico, raccogliendo con le mani guantate la merda da terra e poi schiacciandola addosso alle due troie. Altri umiliavano ulteriormente le vittime di quel sacrificio pagano estraendo i cazzi o sollevando le gonne per poi pisciare lungamente su di loro, trasformando la già disgustosa materia in una palude nauseabonda. Uccellino resistette fino a quando l’odore nauseabondo le colpì troppo i sensi, riaprì la porta ed uscì di corsa ma quando giunse alla luce, superando la camera della grande orgia, si trovò di fronte Nora la quale con sguardo torvo e tono severo l’apostrofò dicendole “le avevo detto di non muoversi, ora presto si ricomponga e mi segua senza parlare, avanti faccia presto.” “Buonasera Uccellino” disse il barone “oggi è veramente molto bella e provocante ma ieri sera era ancora più bella” Uccellino impallidì gettando uno sguardo interrogativo verso Orso che era seduto a fianco del barone, Orso con un cenno del capo le fece capire di non preoccuparsi allora il barone continuò “spero che abbia apprezzato ciò che avviene qui nel mio rifugio segreto, tutte queste persone non mi conoscono ma io conosco loro tramite indagini ed amicizie altolocate, loro entrano da un ingresso secondario a bordo di furgoni senza vetri così che non possano conoscere l’indirizzo preciso presso il quale daranno sfogo, tutti insieme, ai fantasmi che li ossessionano. Non mi giudichi male bellissima ragazza, sono solo i passatempi di un vecchio gaudente che ama la vita e che, probabilmente la perderà presto. Ho chiesto a suo marito di concedermi il piacere di vederla per chiederle se vuol dare gioia a questo povero vecchio esibendosi per me, ho già spiegato ad Orso cosa accadrà e lui mi ha dato il suo permesso ora voglio che anche lei sia d’accordo amica dal dolce sguardo.“ Uccellino si avvicinò al barone dicendo “Orso è il mio padrone, mi fido ciecamente di lui, se lui ha detto di sì io non posso rifiutare nulla” il barone pensieroso esclamò “quale amore vi lega, che grandezza di sentimento, siete molto fortunati, non sprecate mai quello che il destino vi ha regalato. Caro Orso le ho già anticipato del mio pudore che mi impedisce di restare accanto a chiunque non sia Nora mentre osservo certe cose, quindi le chiedo il regalo di uscire da qui, se per lei non è un problema, Nora le regalerà una docile ragazza somala di circa vent’anni la potrà usare come vuole nel frattempo, è già addestrata e sopporta molto bene la frusta si diverta con lei” Orso replicò “le sarei più grato se invece potessi vedere la sua pinacoteca” il barone sorrise e comandò “Nora conduci il mio ospite nella galleria dei quadri, sveglia il maggiordomo e comanda che faccia strada e compagnia al mio giovane amico che ama l’arte” Orso si congedò dalla stanza seguendo la governante. Nora, dopo essere ritornata nella stanza, spogliò completamente Uccellino, profumandola con alcune gocce di essenza. Uccellino era in piedi e si coprì il pube con le mani, il barone le parlo con voce dolce “ora le chiederò di risvegliare i miei sensi, ma non si preoccupi io non la toccherò neanche con un dito resterò a guardare mentre lei darà piacere e si prenderà piacere da tre bei giovanotti. Il mio autista li ha rimorchiati ed il mio medico personale li ha sottoposti a test clinici completi per essere sicuri della loro salute. Nora falli entrare, sappia cara amica che potrà smettere quando vorrà lei non ha nessun obbligo.” La governante aprì una porta e fece entrare tre ragazzi, uno di colore e gli altri due con la carnagione olivastra forse arabi. Erano bendati e quasi nudi, coperti solo dei un piccoli perizoma che facevano fatica a contenere gli enormi falli. Nora tolse loro le bende dagli occhi e gli sguardi si illuminarono quando videro quella meravigliosa dalla pelle di ambra nuda ed abbandonata davanti a loro. Il barone esortò i tre ragazzi “avanti fatemi vedere come vi sbattete questa troia, avanti vi ho pagato profumatamente fatemi divertire.” I tre ragazzi non aspettavano altro, anche se poi avrebbero ricevuto qualche centinaio di Euro per quella notte il loro pensiero era rivolto a quella bellissima creatura. Si tolsero i perizoma liberando i cazzi che, ormai duri ed eretti, erano di veramente grosse dimensioni. Afferrarono Uccellino e la sollevarono trascinandola sopra un mucchio di cuscini al centro della stanza. Uccellino tremava per la paura e l’eccitazione, incapace di reagire e di pronunciare anche solo una parola. I tre toccavano Uccellino, palpandola duramente ed infilandole le dita dappertutto. Nora, la governate aveva detto che tutto era consentito tranne che baciare quella donna. Il ragazzo negro si portò ad un tratto di fronte a Uccellino, e tenendo il cazzo in mano la obbligò a prenderlo in bocca mentre gli altri due le stavano leccando i seni, la fica ed il culo. Uccellino leccava e succhiava il cazzo che aveva un gusto forte e selvatico, mentre uno dei due arabi la prese da dietro rompendole la fica, dandole dei colpi fortissimi che Uccellino sentiva fino all’utero. L’altro arabo aveva raggiunto il ragazzo negro e porgendo il cazzo obbligava Uccellino a leccare e prendere in bocca alternativamente ora l’uno ora l’altro bastone di carne. I tre si scambiarono per lungo tempo i favori di Uccellino la quale incominciava a godere come una cagna in calore. Uno dei ragazzi si sdraiò sotto di lei, gli altri due la sollevarono e la calarono con la fica aperta sul cazzo che svettava dal basso, uno le si parò davanti spingendole con forza il cazzo fino in gola mente il ragazzo di colore dopo essersi sputato sulla mano e dopo essersela passata sul cazzo le allargò le natiche. Le puntò il cazzo dritto sul culo e con precisione e decisione la squartò facendola urlare di dolore. Per più di un quarto d’ora i tre pomparono Uccellino nei suoi orifizi facendola godere come una vacca una vera troia da monta, poi godettero inondandola di denso sperma. Uccellino era spossata, riversa sui cuscini, i tre ragazzi furono fatti allontanare poi Nora la raccolse con l’aiuto dell’autista del barone e la condusse in bagno. Lo sperma le usciva copioso dalla bocca, dalla fica e dal culo dilatato, Nora la lavò con delicatezza, praticandole anche una imbarazzante lavanda ed un ancora più imbarazzante clistere che la purificarono e lenirono le sensazioni di fastidio. Poi la pettinò e la profumò di nuovo facendole indossare una meravigliosa vestaglia in seta bianca foderata di pelliccia. L’autista la prese di nuovo in braccio e la portò nella stanza dove il barone ed Orso l’attendevano in piedi. Uccellino vide Orso e corse ad abbracciarlo. Lui la strinse forte a sé e la baciò con ardore, fu allora che il barone prese la mano di Uccellino, la baciò e poi infilò sull’anulare un anello con uno zaffiro coronato da piccoli diamanti “un piccolo tributo alla sua meravigliosa bellezza lunare, non cambi mai, non invecchi mai dolce amica, continui a donare al mondo il suo triste e delicato sorriso, io mi ricorderò di lei così ed i miei inverni rimasti saranno scaldati dal suo ricordo. Addio amica, addio Orso si ricordi le mie parole su Uccellino e su di voi, ora è tardi la mia macchina via attende.” Il barone baciò ancora la mano di Uccellino mentre l’autista la prendeva in braccio poi diede un piccolo pacchetto ad Orso e poi disse “voi alloggiate presso l’hotel de Lutece non è vero .... disporrò che il direttore vi faccia pervenire i bagagli rifatti e poi non preoccupatevi il mio amministratore provvederà a mia saldare il vostro conto” Orso cercò di protestare ma il barone lo redarguì dicendo di sentirsi in ogni caso in debito, poi si girò e, accompagnato dalla fida governate si diresse verso i suoi appartamenti. L’autista adagiò Uccellino sull’ampio sedile posteriore della Mercedes del barone poi chiuse la porta una volta che anche Orso fu entrato non prima di aver tirato le tendine nere a protezione dei finestrini. L’auto partì rombando e prese subito la strada del mare verso nord verso dove si chiedeva Uccellino ma ormai il sonno stava vincendo la sua battaglia sulla volontà di rimanere sveglia a farsi accarezzare i capelli come Orso amava fare nei momenti in cui rimanevano in silenzio, chinò il capo sulle ginocchia del proprio amante, il padrone crudele ma tenero, perverso ma premuroso. Gli spiriti benevoli della notte fecero schiera, unendosi come una larga e sottile nuvola ed accolsero come un grembo materno i pensieri di Uccellino che precipitavano a braccia abbandonate verso l’incoscienza. Li depositarono infine sul fondo del mare della ragione dove i raggi del sole attraversando la spessa coltre d’acqua sempre in movimento, mai uguale a se stessa, giungono privati di forza e calore. L’auto correva sulla strada deserta, Uccellino dormiva, la catena che univa i due amanti si era fatta più corta e sempre più spessa.


SETTIMO ED ULTIMO GIORNO
L’alba sul mare li accolse, l’autista fermò la Mercedes proprio sotto la scalinata di ingresso di una casa in pietra con il tetto spiovente, una tipica casa bretone. Un solerte maggiordomo accompagnò Orso ed Uccellino in una grande camera da letto tutta bianca, dove il pallido sole stava già entrando dalle finestre dato che, come spesso succede al nord, le finestre non avevano imposte o tapparelle. I due amanti riposarono un poco sul letto tenendosi abbracciati stretti destandosi solo quando da dietro la porta il maggiordomo annunciò che la colazione era pronta, Orso precedette Uccellino nella veranda dove una cameriera era intenta a servire. Si sedettero e rimasero molto tempo seduti al tavolo a guardare il mare grigio da dietro i vetri, Uccellino mangiò qualcosa svogliatamente bevendo te caldo, teneva con due mani la tazza di sottile porcellana bianca, Orso le carezzava il volto e lei piegando la testa imprigionava a tratti la mano tra la guancia e la spalla come avrebbe fatto un gattino per paura di perdere la propria mamma. Uscirono per fare una breve passeggiata e per respirare l’aria fresca del mattino profumata di sale, Uccellino era ancora vestita con la vestaglia bianca di seta e pelliccia della notte precedente ai piedi calzava delle morbide babbucce di foggia marocchina, il vento del mare le scombinava i capelli e lei, la piccola Principessa pallida, non si curava di riordinarli. Orso la prese per mano e la fermò contro di se per farle guardare il mare e per farle risplendere i grandi occhi di luce solare. Una grossa macchina nera si fermò, ormai lontana, davanti la casa, l’autista aprì la porta e fece scendere un signore alto che salì rapido i gradini della casa, scomparendo nella porta seguito da una donna in abiti da infermiera, l’autista corse verso Orso e Uccellino dicendo “Messieur, Madame .... il professore vi attende nel suo studio. Orso le disse “andiamo Uccellino” e lei lo seguì docile verso la casa. Il Professore Xavier du Carouge, grande cattedratico era il medico personale del barone e poiché essendo in grande confidenza, gli rendeva molti favori aiutandolo nei suoi “piaceri segreti”. Il professore fu molto freddo accogliendo Orso ed Uccellino disse soltanto che il barone lo aveva pregato di informarli che l’auto personale li avrebbe attesi, per portarli all’aeroporto da dove sarebbero rientarti in Italia alla sera la sera stessa, poi disse ad Orso di consegnargli il pacchetto dato dal barone la notte prima. Orso tirò fuori dalla tasca la piccola scatola di cuoio blu e la posò sulla scrivania. Il medico con tono professionale disse alla sua infermiera ”Chantal metta gli anelli nell’autoclave e poi prepari la signorina. La donna era un vero colosso, alta circa un metro ed ottanta, bionda con grandi occhi celesti, il vestito da infermiera era di foggia antiquata quasi ottocentesco l’unico particolare non in stile era che non portava velo o cresta sui capelli. Chantal apri l’astuccio prese due piccoli anelli d’oro e li mise a sterilizzare in autoclave poi disse a Uccellino tendendole una mano “venga a lavarsi signorina”. Uccellino fu condotta nella sala da bagno dove l’infermiera le lavò il monte di Venere e le labbra con del sapone disinfettante, poi le fu fatto indossare un camice bianco ed infine fu ricondotta nello studio medico. Il professore aveva già indossato dei guanti sterili in lattice, Orso prese Uccellino per le spalle e la condusse verso il lettino ginecologico, facendola sdraiare e facendole appoggiare, divaricandole, le gambe sui supporti. Uccellino era pallida in volto, temeva per quello che le sarebbe stato fatto, guardò Orso e disse “amore mio cosa succede ....?” “dolce Principessa adesso e per sempre mi porterai sopra il tuo corpo, ho chiesto al professore di forarti le grandi labbra e di infilare i due anellini d’oro” “ma io non voglio” disse Uccellino “ti prego non voglio, ho paura, non potrò mai più toglierli, ti prego Orso non voglio” Orso rispose “amore mio basterà solo tagliarli con un piccolo tronchese e sarai libera il giorno in cui vorrai farlo, l’oro non è un materiale molto tenace te lo assicuro” Uccellino continuò “ti prego mio Padrone non farmi questo, fammi fare perlomeno un poco di anestesia” Orso le sorrise, fece un cenno al medico ed all’infermiera e poi si chinò su Uccellino incollando la propria bocca alla suOrso Il professore prese dalle mani di Chantal una lunga pinza con un sottile ago in punta, l’infermiera con un piccolo forcipe stirò verso il basso le grandi labbra di Uccellino permettendo così al medico di forarle con un gesto veloce e preciso. Uccellino sobbalzò per l’improvviso dolore ma Orso la tenne ferma e così non le resto altro che mordere il labbro superiore del suo amante. Il professore infilò i due anellini nei rispettivi buchi e poi li chiuse a scatto con l’aiuto di un piccolo attrezzo chirurgico, poi pulì le poche piccole gocce di sangue uscite dalle ferite e disinfettò il tutto con acqua ossigenata. Buttò in un catino di acciaio i guanti di lattice e poi rivolgendosi ad Orso disse “lavate la parte con un sapone medicato, disinfettate spesso e muovete ogni giorno gli anelli perché non si attacchino alle carni, la mia assistente ha già preparato il necessario e lo ha fatto aggiungere al vostro bagaglio, ora scusatemi ma mi devo recare in ospedale vieni Chantal ordina al maggiordomo di condurre la signorina in camera a riposare” poi uscì di gran carriera infilandosi di nuovo nella grande macchina nera. Orso fece appena in tempo a coprire Uccellino con la vestaglia quando il maggiordomo entrando nella stanza prese Uccellino in braccio portandola sul letto nella stanza bianca al primo piano. Si sedette in silenzio accanto alla sua Principessa quando il maggiordomo se ne fu andato, restando in silenzio ad accarezzarle i capelli ed asciugandole il sudore freddo dalla fronte con un piccolo fazzoletto. Uccellino guardava il suo dolce e crudele Padrone ed Orso guardava con adorazione la sua bambina distesa sul letto. Uccellino si addormentò scordando il bruciore che saliva dal suo grembo, lui la vegliò per ore, uscendo all’aperto solo quando il sole incominciava lentamente a morire, tuffandosi nell’acqua. Quando Uccellino si svegliò fu colta da timore per non trovare Orso accanto a se ma poi, guardando dalla finestra lo vide in piedi accanto al bordo della scogliera, sul tavolo accanto al letto qualcuno aveva portato i loro bagagli e Uccellino con cautela, anche se il dolore era quasi del tutto sparito si vestì scegliendo una larga gonna non indossando però le mutandine per non premere sulla parte ferita. Orso era immobile, in piedi sulla scogliera, aveva incrociato le braccia sul petto ed aveva piegato la testa sulla spalla sinistra, sorreggendosi il mento con il pollice destro, l’ombra della tristezza che da sempre lo accompagnava sulle strade della vita aveva posato le sue ali sulle sue spalle, Uccellino camminava piano stretta in una coperta per ripararsi dal vento teso che veniva dal mare, si avvicinò silenziosamente ad Orso e quando gli fu giunta vicina appoggiò la faccia nella sua schiena. “Ti ricordi amore quella volta che ti ho parlato del cielo del Nord” le disse “qui il cielo è più grande, non lo puoi contenere con gli occhi, la luce radente crea ombre lunghe ed ambigue, questa incertezza contribuisce a formare il carattere degli uomini che vivono qui. Tutti i giudizi sono più discreti e sfumati, qui non c’è passione ma riflessione, i rapporti umani sono più laschi e non conoscono la violenza dei sentimenti, a volte è un bene ed a volte può essere un male.” Ora le nuvole correvano, trascinate dal vento mutando forma e dimensione man mano che si inoltravano sulla terra ferma, ad Orso scendevano grandi lacrime dagli occhi, Uccellino alle sue spalle non lo poteva vedere ma lo immaginava e per questo infilò una mano sotto la giacca di Orso serrandosi ancor di più. Lui le parlò di nuovo “se tu ora mi spingessi giù nel baratro verso il mare in tempesta saresti libera per sempre, libera da me e forse libera anche da te stessa, nessuno potrebbe contraddirti se tu parlassi di un incidente, di una tragica fatalità” chiuse gli occhi ed aspettò la decisione di Uccellino. Uccellino si portò davanti a lui prese il suo volto tra le mani ed asciugò con le dita le lacrime, Orso cadde in ginocchio davanti a lei abbracciandole le gambe. Uccellino passò le dita nei capelli dell’amante rincuorandolo aveva sollevato la testa ed aveva spinto lo sguardo verso il grande cielo, Orso capì allora di aver sempre saputo di non poter più vivere senza di lei. Una grande mano spingeva le nuvole nel cielo ora compattandole ora sfrangiandole come fiocchi di cotone i due amanti erano in cima alla scogliera, per loro non esisteva più il trascorrere del tempo il vento, per rispetto del loro amore, aveva deviato dolcemente la sua corsa evitando di ferire la loro anima con la sua fredda voce.

OdP