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Non è il massimo per iniziare, ma per capire l’ambientazione della storia sarebbe bene che, il lettore incuriosito da questa seconda storia, si…leggesse la prima.
Non perché sia particolarmente bella, ma descrivo il luogo, i tempi, le situazioni di come si viveva nel 1865 nelle colline romagnole.
Questo perché oggi non sarebbero comprensibili alcune situazioni che, in quel tempo, erano normali e trasformavano le vicende in qualche cosa che oggi è difficilmente assaporabile.
Non c’erano i bollettini meteorologici quotidiani, ma esistevano i “lunarii” che in dialetto ci preannunciavano che tempo avrebbe fatto nei vari mesi a venire, oppure, ad esempio, le campane che suonavano all’alba l’Ave Maria; dopo segnalava il tempo : un tocco era sereno, due tocchi annunciava nuvolo, tre pioggia e quattro neve: scarno ma essenziale.
L’inverno era monotono: la preparazione e la semina dei campi era avvenuta e si attendeva la primavera per ricominciare il duro lavoro.
Serviva, forse, a riprendere le forze che si sarebbero…consumate durante i mesi estivi.
La sera arrivava presto: il sole alle cinque del pomeriggio era già tramontato e la sera era già buia fin dall’inizio; non c’era bisogno di aspettare la notte.
Si cenava al massimo alle sei, e la cena di tutti i giorni era, per lo più, un caffelatte con il pane.
Poi, il mio Trisavolo, andava nel suo studio a leggere o a…scrivere quel diario che ora è la fonte di queste storie.
Scrive il trisavolo:
" 10 dicembre.
Ero appena seduto davanti alla mia scrivania, quando è arrivata Settimia per sapere se doveva mettere altre rondelle ( piccoli pezzi di legno) nel caminetto oppure coprire le braci (si coprivano con la cenere così da smorzare il fuoco e ritrovare alla mattina le braci ancora vive per riaccenderelo)
Ho alzato gli occhi dal registro dei conti ed ho visto le sue tette prosperose.
E’ brava. Sa che mi piacciono ed obbedisce bene: quando si può, me le mette sempre davanti agli occhi.
Le ho detto di sedersi sulla sedia che stà davanti alla scrivania, mi sono alzato e lentamente le sono andato alle spalle.
A due mani le ho preso le tette e le ho strette un poco.
So che a Settimia questo piace e lei me lo dice sempre mugolando.
Ho liberato la pesante camicetta di fustagno dallo scialle di lana che la infagottava e ad uno ad uno le ho slacciato i bottoni…troppi o no… è bella l’attesa quando il premio appaga.
Le tette sono sbocciate nelle mie mani ed i capezzoli erano già turgidi; bello passarci le dita, bello anche con i peli che le crescevano attorno all’aureola.
Gli ultimi bagliori del fuoco la illuminavano con ombre guizzanti ed i capezzoli sembravano quelli grossi delle vacche che si mungono alla sera.
Quei peli, però stonavano e ne ho preso uno con le unghie delle dita per strapparlo.
“ Così mi fa male, signor Padrone” ha gridato Settimia, non molto convinta, però.
Allora le ho legato le mani dietro alla spalliera della sedia ed ho preso la mia pinzetta per i baffi.
Lo ho fatto vedere bene l’arnese e le ho detto che le avrei strappato, uno ad uno, tutti i peli delle tette.
Mi ha detto di non farle male, come fa lei quando sa che tutto questo mi eccita ed eccita lei.
Le ho preso un grosso pelo fra le pinzette ed ho tirato piano, senza strapparlo, in modo che la pelle attorno si tirasse.
Lei ha urlato. Urlato di gola come fa quando qualche cosa le piace.
L’ho tenuto teso a lungo, poi allentavo per poi ritenderlo e quando ho visto gli occhi umidi di Settimia ho strappato.
Con il pelo è uscito dalla sua gola un grido di dolore e di liberazione.
Le gambe erano libere e l’ho vista prima stringerle, poi allungarsi e tendersi, quasi all’unisono con la tensione che esercitavo sul pelo ed allo strappo ha avuto uno scatto in avanti con il bacino, quasi ad aggrapparsi con le gambe a qualche cosa che non poteva afferrare con le braccia legate.
Allora ho avuto un’ idea balzana.
L’ ho slegata ed ordinato di spogliarsi.
Le lingue del fuoco del caminetto danzavano sulla sua pelle e, nuda, mi sono beato a guardare le fiamme sul suo corpo.
Mi ha eccitato ancora di più e lei, ubbidiente come sempre, mi guardava con il timore, la curiosità e la voglia (desiderio) che ha quando non riesce a capire quale sarà la mia fantasia che le imporrò.
L’ho fatta sedere sulla scrivania e nuovamente le ho legato i polsi dietro alla schiena.
Settimia mi diceva, come fa sempre quando la prendo, di stare attento e non farle male anche se con un tono ed una voce che sembra volermi solo invitarmi a farlo.
Ero pronto e lei pure, così l’ho infilato tra le sue gambe.
In quella posizione lei si è avvinghiata a me e le ho ordinato di non mollare le gambe e tenerle strette alla mia vita.
Poi ho preso le pinzette, le ho chiesto se le avessi fatto male ed al suo “ Orca, Sgnor Patron” (Molto Signor Padrone) le ho sorriso, l’ho baciata e le ho detto che avrei tolto tutti i peli che aveva nelle tette, ad uno ad uno, lentamente e che non avrebbe potuto ribellarsi.
Ho incominciato ed ho goduto dei suoi strilli, dei suoi “basta”, dei suoi gemiti e delle sue lacrime che sono arrivate copiose e dense.
Ad ogni strappo lei spingeva il bacino in avanti con un grido che si faceva sempre più profondo ed ansimante.
L’ho baciata ancora più volte ed ogni volta sembrava che volesse bere dalle mie labbra quell’acqua che la dissetasse dall’arsura del piacere che stava provando e che mi stava donando.
Le ho accarezzato le tette, i capezzoli, la sua schiena con le mie unghie ed il sudore che imperlava la nostra pelle non era il frutto del fuoco del camino.
Ed ho continuato con molto piacere a strappare un pelo e poi un altro ed ancora un altro e lei si dimenava, inarcava la schiena, e mi diceva di smetterla con la voce roca e colpendo più forte e più intensamente con il bacino sino a distendersi sulla scrivania ed allargando allo spasimo le gambe.
Le ho dato una serie di schiaffi alle tette e stretto tra le dita i capezzoli, per poi succhiarli e baciarli, ed ancora strizzarli e baciarli ancora.
Poi, …dopo…ci siamo seduti sulla poltrona e l’ho voluta fra le mie braccia per accarezzarle il viso e baciarla dolcemente: il suo sorriso ora era dolce e si confondeva con il mio, illuminati da qualche guizzo di fiamma che l’ultimo ciocco del camino ci donava nello spegnersi.”
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