Victims
di s8messo

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Suono la fisarmonica, qui sotto. Non so poi... domani, nemmeno stasera. Quanto ancora. Forse mi sposterò, ma non so. La testa è vuota, la testa mi fa male. Suono la fisarmonica, qui sotto. Giro tutte le stazioni, conosco tutte le fermate a memoria, le scritte che si rinnovano sui muri a testimoniare il passaggio delle nuove generazioni. Tutti mi conoscono ormai, qui sotto. Io no. A volte non mi conosco. Mi guardo le mani sporche e non so se sono le mie. Poi vedo le braccia con i tanti segni di sigarette spente... allora ricordo.

Ma non bisogna farne di progetti... Oh nemmeno so da dove arriva questa mia fisarmonica. Non la mollo. E’ l’ unica cosa che ho.
Ricordo che m’ ero svegliato, c’ era freddo sulla panchina. L’ ho vista lì per terra, sembrava messa apposta per farmi compagnia. E così, sì ho iniziato a suonarla. Sempre la stessa canzone. Sempre quella. Ho la testa che mi scoppia. La stessa vecchia canzone, Victims.

Mi rimbomba dentro, facendosi spazio e frantumandosi. La prendo a pugni a volte, la mia testa. E lei prende a pugni me. Suono, allora. Victims. Oh, signori, saprei suonarne anche altre di canzoni. Ma non so... non mi va. Quella! Sempre quella! Così hanno iniziato a chiamarmi Victim. Qui sotto in metropolitana tutti mi conoscono. Mangio coi soldi che mi danno. Ma non mangio un granché. Bevo, quello sì, un po’. Mi sbronzo e mi piego a dimenticare tutto, a passare il tempo... Dormo, allora. Qualche volta sogno.

Quanto tempo è passato? Avevamo un appuntamento nel baretto del centro. Ombrellone, tavolino bianco. C’ era un sole! Un sole come quell’anno non c’ è mai più stato. Mi ero innamorato subito di lei, appena me l’avevano presentata. Mi prepari un progetto ben fatto che vedremo...

Un vestitino giallo, corto, i suoi capelli sciolti sapevano di pulito, delle scarpette tutte aperte, ch’erano una meraviglia. Ero ipnotizzato. Tutto il resto non conta. Sapeva annientarmi. Sì, le bastava uno sguardo. Ti fissava gli occhi mentre parlavi e abbassava un attimo lo sguardo sulle tue labbra, con un’ espressione di sufficienza. Ti metteva a disagio. Mentre ti guardava così il tempo si bloccava, i secondi diventavano dolorosi. Dovevo scappare, vinto e succube, con lo sguardo sui suoi piedi...

I progetti fatti con le sue manine. Deliziose, ben curate, smalto chiaro, smalto rosa. Splendidi progetti, ricchi di creatività, soluzioni interessanti. E come li esponeva! Io le guardavo i piedi, fasciati da quelle scarpette. Annuivo, come a dire sì. Com’era adorabile. E poi quella canzone alla radio. Il cameriere fischietta, i passanti pure. Tremo un po’. Glielo chiedo. Le piace questa canzone? Si ferma. Mi guarda, a modo suo. Sorride. C’è qualcosa di strano nella sua espressione. Qualcosa che ti lascia in sospeso. Tu sarai la mia vittima. Non ci siamo più lasciati, da allora.

Come avesse fatto a capirlo con quella certezza, non so. Quando, tempo dopo, glielo domandai, mi rispose solo che non aveva fatto altro che mettere il guinzaglio a un cagnolino che si era perduto. Era questa la mia padrona.

Fui suo. Ci sposammo. Le intestai il mio prestigioso e avviatissimo studio di architettura. Mi dedicai solo a lei. Completamente. Totalmente. Ho fatto tutto per lei, la mia padrona, la mia regina, la mia dea. L’ho servita, l’ho riverita, ho vissuto alla sua ombra, rinunciando a me per far felice lei.

Ho fatto il casalingo per lei. La mia regina lavorava e guadagnava. I successi, i riconoscimenti, gli onori erano tutti suoi. Avevamo deciso così. Perché lei era la mia padrona ed io ero felice di servirla. A me passava solo i soldi per la spesa. E io la ringraziavo, pendendo dalle sue labbra. Tremando al solo pensiero di fare un piccolo errore.

Me lo ricordo ancora. Cento volte al giorno. Quando tornava dal lavoro, sorridendo, mi chiedeva sempre: cosa mi ha cucinato oggi il mio servetto? Adoravo quella frase. E adoravo guardarla mentre mangiava, servita e riverita da me, suo fedele cameriere.

Come ogni bella, giovane, donna ricca aveva un’infinità di corteggiatori. Solo che lei me lo diceva. Non voleva che ci fossero segreti tra noi. Dei suoi flirt mi raccontava tutto. Com’erano quello e quell’altro a letto, dove le sarebbe piaciuto andare con il bello di turno... Rosso di gelosia mi buttavo ai suoi piedi, implorandola di non lasciarmi. In quelle occasioni, la mia dea mi concedeva di stare un po’ più del solito a venerarla. Ed io ero di nuovo felice.

Lei era così. Stupenda, sincera, dolce e crudele. Voleva che fossi sempre io a vestirla, soprattutto quando doveva uscire con qualche amante.

Come sto? mi chiedeva sorridendo trionfante e sicura della sua bellezza.

La guardavo e la riguardavo incantato. Baciavo le sue scarpe estasiato. Mi riempivo i polmoni del suo delizioso profumo. Lei, orgogliosa, spegneva la sua sigaretta su di me, ed usciva con gli occhi pieni di gioiosa onnipotenza.

Che meravigliosi anni sono stati.

E non è proprio giusto che sia finita così. Dovevo morire io al posto suo. Dovevo fare anche questo per te, mio amore. Certo che l’avrei fatto! Senza pensarci un attimo. Dovevo ammalarmi io.

Il tumore se la mangiò in due mesi. Così bella, così fiera. Dio come la amavo.

Sono senza amore adesso. Non ricordo più quanto è passato. Sono senza Dio. Sto qui sotto forse per starle più vicino.

Ero inginocchiato davanti al suo letto. Mi guardava e mi bastava quel suo sorriso, che sapeva essere dolce per un istante, per ripagarmi di tutte le sofferenze della giornata. Sì, sei un bravo schiavo, mi diceva. Ed io scoppiavo di gioia. Amore, amore mio. Non dovrai fare niente, se non pensare al tuo piacere. Mi occuperò di tutto io. Non solleverai un dito, amore mio. Mi sacrificherò per te.
Farò tutto quello che mi chiederai, anzi ti risparmierò anhe la noia di chiedere. Leggerò nei tuoi sguardi, quello che vorrai da me.

Fossi stato un fiore, mia divina padrona! Mi sarei donato a te e sarei morto io felice tra le tue mani.

s8messo