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Quelli che sto per narrare sono due episodi che mi capitarono tempo fa con Anna. Il primo è un ricordo d'autunno, un ritorno a casa dopo giorni di lavoro fuori. Come già detto in passato, Anna veniva spesso in stazione a ricevermi, una finezza alla quale sono abituato da tempo, che fa sempre piacere ricevere e che ho imparato anch'io a farle. D'abitudine, è sempre messa per benino, senza esagerare, e per me era una gioia immensa, in quanto sapevo che essendosi fatta già la doccia, e dovendo camminare per un tragitto per arrivare in stazione, mi si presentava al meglio delle condizioni igieniche, profumata, ben vestita, perfetta fino alle unghie dei piedi, ma le cui suole celano un fetore a me familiare, le cui essenze si sarebbero ben presto dischiuse fino a giungere alle mie narici.
Arrivati a casa, ci mettemmo comodi ed io giocai un po' con la nostra cagnolina, che aveva l'abitudine di portarsi in giro i giochi di gomma un po' per tutta la casa, mentre Anna preparava la tavola. Prima di cena come d'abitudine, volli portare fuori il cane per la passeggiatina, e mi misi a cercare il guinzaglio, senza successo. Andai a frugare dappertutto fino anche nel bagno, inutilmente. D'improvviso, pensai che il cane spesso si porta dei piccoli ossi sotto il letto matrimoniale, che a quel tempo era di quelli a zampe alte, di modo che la cagnetta ci si rifugiava senza fare molto sforzo. Quella era un'abitudine consueta per lei, tanto che delle volte ci dormiva per ore anche di notte, alternando quella posizione alla sua cuccia di fronte alla porta-finestra della cucina. Nella camera c'era la moquette, non nuova ma in buone condizioni. Il pensiero che il guinzaglio fosse lì era quello giusto: difatti era appena sotto un lato del letto. Nonostante fossi impegnato in tutt'altra faccenda, come sempre, certe fantasie scorrelate dalla realtà ti vengono per chissà quale legame di biochimica dentro l'ipofisi: fui cioè ossessionato di vedere subito i piedi di Anna. Come potevo fare, visto che lei stava facendo tutt'altro? Cosa inventare? Di colpo, presi il guinzaglio e lo piazzai ben in centro al pavimento sotto il letto, cosicché nessuno tranne il cane lo potesse vedere senza doversi chinare molto. A questo punto chiamai Anna, chiedendole dove era il guinzaglio. Lei, un po' spazientita, accorse in mio aiuto. Fino a poco prima aveva indosso delle scarpe che a me arrapavano molto, di tela di jeans ai lati e rinforzate di cuoio in punta e sul tallone. Gliele avevo viste spesso indosso, anche nella stagione più calda, quando Anna ama calzare a piede nudo (non vi dico l'effetto che hanno le Superga su quei cosi! A proposito di Superga: leggete dopo). Conoscevo bene l'effetto che quelle scarpine davano ai suoi stupendi piedi senza calze. La suola interna di colore azzurro si riempiva di costellazioni sideree di depositi del piede, puzzolenti noduli bruni in corrispondenza degli alluci, di altre due dita e sulle piante; alcune placche erano talmente grandi da aver impressi i segni del polpastrello del piede! Spesso le avevo odorate ed adorate, con magno gaudio. E quella sera le indossava con l'attenuante di un collant azzurro, sormontato da una gonna di media lunghezza dello stesso colore. Ero bramoso di conoscere gli effetti del martirio del collant dentro quelle povere scarpine, deturpato dallo sfregolìo di quelle piante dure contro il nylon elegante e sottile. Non dimeno, le scarpe stavano di lì a poco per abbandonare la sgradita presenza delle incursioni senza respiro di quei piedoni, così carini e curati, ma con due suole dure, perentorie e decise a logorare qualunque scarpa Anna portasse, in quanto poco avevano ancora da sperare sotto quei picconi demolitori che sono i mitici piedi di Anna. Ella arrivò quindi in camera, con una vestaglietta a giorno di quelle che le donne potano spesso in casa. Indossava ancora il collant azzurro, mentre aveva cambiato le scarpe, ed ora calzava i Pescura. Le dissi che non trovavo il guinzaglio del cane, e feci finta di cercare altrove chinandomi, mentre allo stesso tempo facevo di tutto per lasciare a lei l'onore di trovarlo sotto al letto. Dopo poco, Anna trovò il guinzaglio, ed io mi allontanai un poco da lei facendo finta di essere intento a cercare più lontano. Fu a questo punto che la mi astuzia ebbe il premio meritato. Lei si inginocchiò senza aspettare che io lo facessi per lei, tanto era ed è ancora abituata a doversi chinare coi bambini all'asilo dove lavora. I Pescura però ostacolavano un poco la posizione inginocchiata, l'unica posa naturale per recuperare il guinzaglio senza sforzo. Con perizia, prima di posare le ginocchia sulla moquette verde, sfilò con mossa molto femminile (arcuando prima un piede poi l'altro) rimanendo per un attimo a piedi scalzi sulla moquette, per poi inginocchiarsi immediatamente. Nel mentre lei compiva il gesto, mi soffermai sugli aloni scuri lasciati da Anna sulle zeppe lignee dei suoi Pescura, perché dopo avrei voluto godermi la visione delle suole callose, velate da un sottile strato di nylon rinforzato sulle punte, ondulato come un mare azzurro sulle grinze dure che dal tallone all'alluce formavano un crescendo di solchi. Su questo mare su cui penso chiunque di voi avrebbe voluto essere Ulisse, 'navigavano' qua e là dei relitti stupendi presi a prestito dalle saporite scarpine che prima avevano tentato di tenere a bada i due monelli odorosi che ora mi si presentavano in tutta la loro gloria in un'accoppiata di sensualità feticista, tentandomi con la larghezza delle piante accoglienti e robuste, con la sinuosa forma delle copiose pieghe della pelle dura delle suole, con l'aroma delle calze, col sorriso di quelle dita così armoniosamente unite in una corona di pieghe come per meglio raggiungere il mio naso o la mia lingua, mostrandomi lo smalto luccicante delle dita sotto il nylon. Il tuffo non tardò a venire: senza che lei se ne accorgesse, respirai profondamente e mi inebriai del suo nettare più segreto. (Continua) |
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