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Non sapevo chi fosse, non conoscevo il suo viso, nè il suo corpo. Ma non era importante, conoscevo le sue parole, le sue sensazioni. Nelle lunghe telefonate parlavamo sempre sapendo quali erano i nostri ruoli. Il sesso, nelle nostre chiacchierate era solo un gradevole scenario, nel quale per la prima volta mi venne naturale non ordinare, non comandare, non imporre, io esprimevo desideri, spettava a lei trasformarli in ordini. Grazie a lei stavo uscendo fuori dagli stereotipi di chi vive nel mondo del BDSM. E i termini di riferimento come Master, Padrone, Slave, Schiava si erano trasformati e fusi in un unico termine, "Dominazione". Era giunto il momento di conoscerci realmente, decidemmo la città dove incontrarci e l'hotel dove, separatamente, prenotammo due stanze. Quando arrivai ero sicuro, lo sentivo sulla pelle, che lei fosse una delle persone che vidi nella hall e la tentazione di farle squillare il cellulare per identificarla fu forte, ma la mia curiosità fu fermata dall'idea di poterla vedere più tardi, da solo. Salii in stanza e attesi circa un paio d'ore prima di chiamarla al telefono. Mi rispose una voce intimorita, diversa dalle ultime volte che c'eravamo sentiti, le chiesi di indicarmi il numero della sua stanza e di prepararsi ad attendermi come lei pensava che mi fosse piaciuto vederla. Non era certo la mia prima volta, ma tutta la mia sicurezza costruita in tanti anni, vacillava e un vuoto allo stomaco mi rendeva ansioso e eccitato. Raggiunsi la sua stanza e come d'accordo, la porta era stata lasciata socchiusa, entrai, la luce era soffusa e la vidi in penombra. Inginocchiata con le spalle rivolte alla porta, busto eretto e le mani sulla testa. Mi venne spontaneo far rumore nel chiudere la porta. La vidi sobbalzare ma riprendere subito la sua posizione. Ero un pò deluso per il suo abbigliamento che era composto da un maglione a collo alto e una lunga gonna, ma la delusione impiegò un attimo a scomparire, quando, avvicinandomi, vidi che di fronte a lei aveva posto, sul pavimento, una cinghia di cuoio. Le chiesi di alzare lo sguardo e vidi nei suoi occhi la paura e l'eccitazione, compresi in quel momento la ribellione che passava nella sua mente e la completa sottomissione del suo corpo. Raccolsi la cinghia e la feci scorrere sul suo corpo, le carezzai la testa con l'intenzione di afferrarla alla radice dei capelli, ma infilata la mano nel collo del maglione ebbi la sorpresa di sentire un collare di cuoio. Ora sapevo come si era preparata sotto quei vestiti e vidi il suo sorriso, felice di avermi sorpreso. Il lampo di sfida che vidi nei suoi occhi mi fece riprendere dalla sorpresa e il controllo di me stesso. Le ordinai di sfilarsi il maglione e afferrandola per il collare le spinsi il viso a terra e la frustai sulla schiena. Poi lasciai la cinghia a terra di fronte il suo viso e mi accomodai in poltrona. Lei non si mosse da quella posizione e la sentii piangere. Per la prima volta le parlai chiedendole fino a quale limite voleva arrivare. "fino al nirvana" mi rispose, tirando sù il naso e raccogliendo la cinghia con la bocca per consegnarmela di nuovo in mano. Mi aveva fatto comprendere la differenza tra sottomissione e annullamento. |
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