CARA LADY D...
di Leopold

gabbia.com
Cara Lady D.,

è passato più di un anno dal nostro ultimo incontro e ancora porto gelosamente su di me il Tuo segno.

C’eravamo incontrati quasi per caso, ma contrariamente alle altre esperienze il feeling era stato subito forte e profondo.

Le prime sedute domestiche mi hanno insegnato a conoscere e sopportare i Tuoi Stivali, il loro peso, la punta che si insinuava dentro di me. L’imposizione interminabile del grosso fallo in lattice che Ti legavi in vita e mi facevi succhiare è stata la seconda fase del mio addestramento, i tuoi sospiri e lievi gemiti mi facevano sognare che anche Tu godevi per la mia umiliazione e per lo sfregamento sul Tuo pube. Solo molto più tardi mi mettevi a quattro zampe penetrandomi a fondo con inesorabile determinazione. A volte mi concedevi, seduto sul pavimento con il fallo ancora infisso nell’ano, di masturbarmi sotto il Tuo sguardo attento e compiaciuto.

Poi un giorno decidesti che ero pronto per uscire: eccomi così obbligato a indossare una bardatura di cuoio che impediva l’espulsione del notevole fallo sistemato nel retto, strazianti pinze ai capezzoli con lunga catenella, stretto cinturino di pelle ai testicoli collegato al guinzaglio. Sopra solo un camicione e un paio di pantaloni di leggera tela con il cavallo completamente scucito. Così mi ha portato in pizzeria tirandomi in strada per il guinzaglio e tormentandomi al tavolo con continui strattoni alla catenella collegata ai capezzoli. Oltre il dolore e il fastidio di essere seduto su un corpo estraneo che mi dilatava ero timoroso che tutti si accorgessero del mio stato anche perché non riuscivo a reprimere un continuo stato di erezione. Ma Tu sapevi bene amministrare la situazione conoscendo i luoghi e i tempi adatti tanto da abituarmi ad essere abitualmente condotto in strada e in luoghi pubblici in quel singolare e imbarazzante stato.

Quando ci era possibile sono stato anche Tuo domestico: Ti preparavo con amore la cena, Te la servivo in ginocchio con la coda di crine fissata dietro, e poi aspettavo gli avanzi nella ciotola da ripulire con la sola lingua. Ero diventato completamente Tuo e Ti ho confidato che mi sarebbe piaciuto portare il segno del Tuo potere su di me: mi sono depilato col rasoio un rettangolo di epidermide sul pube come un’etichetta pronta da essere scritta, l’ho tenuta a lungo ben liscia estirpando con costanza con le pinzette anche i peli più piccoli. Una sera tornado da una nostra "passeggiata" mi hai fatto fermare la macchina in un parcheggio nei pressi dell’autostrada, mi hai fatto completamente spogliare, abbassare il sedile e chiudere gli occhi. Ho sentito lo scatto metallico dell’accendino e dopo alcuni secondi un bruciore al ventre: avevi realizzato per me delle lettere con il filo di ferro e adesso portavo le Tue iniziali. Per quella speciale occasione hai voluto ricompensarmi facendomi sentire per la prima volta i tuoi dolci capezzoli.

Nei giorni seguenti mi sono affannato a trovare le lettere metalliche per una marchiatura più profonda e visibile, ma non ti ho più trovata, il telefono muto, la tua casa vuota. Ancora oggi non passa giorno che non Ti pensi e ripercorra quel camino cosi tormentato e meraviglioso; se Ti capiterà di leggere queste righe sappi che sono rimasto Tuo per sempre come le Tue lettere impresse su di me. Ti aspetto Tuo slave Ugo.

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