Heavy Metal
di Inquisitore
E’ ormai da quasi un anno che porto avanti un rapporto di sottomissione. Durante questo periodo di sottomissione, ho provato buona parte delle cose che costituisco un rapporto di bdsm, sempre entro i limiti prefissati con il mio maestro, l’inquisitore. Di questo anno, voglio raccontare una esperienza significativa nel nostro rapporto sub-dom, per la sua spietata intensità.
Schiava "cagna"

<Home E’ arrivato a casa, finalmente! Era più di un mese che non ci vedevamo e quasi una settimana che attendevo notizie. E adesso finalmente stava salendo le scale che porteranno il mio maestro per la prima volta a casa mia (gli incontri si sono sempre svolti a casa sua). Ho la testa confusa tra mille pensieri. Una occhiata veloce all’appartamento come per controllare che tutto sia a posto, poi all’abbigliamento, a quel pigiama da uomo rosso porpora che indosso, fatto di camicia a maniche corte e di shorts che mi coprono appena la coscia. A volte l’abbigliamento maschile rende ancora più femminili le donne.

Suona alla porta, vado ad aprire, lui entra senza neanche degnarmi di un saluto o uno sguardo, ma porgendomi l’impermeabile grigio ed appoggiando la sua quarant’otto ore sul tavolo da cucina. Silenziosamente appendo l’impermeabile e mi avvicino a lui. E’ sicuramente stanco morto, dopo quattro ore di viaggio in auto ed alle spalle una settimana passata tra Briançon e Torino.
Lo guardo, è bellissimo come sempre, alto, e le spalle larghe. Il viso molto sottile con poca barba, a ringiovanire ulteriormente il suo aspetto e due occhi azzurri ghiaccio, ma tutt’altro che freddi, a dispetto di quello che possano sembrare ad una prima occhiata.
Mi saluta stringendomi affettuosamente a se e mi bacia sulla fronte come una figlia, poi con cortesia chiede di farsi una doccia. – Hai mangiato? – gli domando.
- No. Ma non preoccuparti di cucinare. Questa sera usciamo. –
Dopo una serata in un piccolo ristorantino sul Po, fatta di conversazioni in un crescendo di allegria a causa del buon vino che accompagnava la nostra cena, rientriamo a casa.

- Sono molto stanco questa sera – ammise. In cuor mio sapevo che difficilmente saremmo andati oltre a quella cena per questa sera. Distrattamente mi accesi una sigaretta senza chiedergli il permesso e dimenticandomi che odiava il fumo, mentre mi spogliavo e mi infilavo il pigiama rosso porpora.
- Lo sai bene che in mia presenza non puoi fumare, vero?-
Senza volerlo gli avevo dato un pretesto per cominciare e ne ero felice, forse avrebbe dimenticato la stanchezza per dedicarsi a me: -Sì, padrone scusami - risposi. Feci per spegnere la sigaretta ma mi fermò la mano con una stretta che rivelava tutta la sua ira.
- A carponi! Voglio vedere il tuo culo all’aria- mi prese la sigaretta dalle mani. Mi misi a carponi, col sedere di fronte a lui. Con un gesto mi tirò giù i pantaloncini del pigiama e le mutandine. Passò una mano sulla vagina, già bagnata. – Non cambierai mai! Sei già bagnata come una cagnetta. Quante volte ti ho detto che non si può fumare con me in casa? –
Con rapidità mi spense la sigaretta sulla natica destra. Non riuscii a trattenere il grido. Bruciava da morire. Istintivamente mi allontanai e mi alzai in piedi, portandomi le mani sulla chiappa ferita. Anche lui si alzo e mi tirò per i capelli verso la porta della camera da letto. Ero incazzata, mi ritrai, ma mi mollò un ceffone in pieno viso che mi fece cambiare idea.

Prese un divaricatore con il quale mi fermò le caviglie ai polsi dietro alla schiena e mi disse: - stanotte tu dormi così, sulle ginocchia!. Poi prese una corda che mi legò ai polsi e che fece passare sopra la porta, legandola alla testiera in ferro battuto del letto dall’altra parte. In questo modo ero costretta a restare inginocchiata e a guardare il pavimento. La corda era così tesa che non riuscivo ad appoggiare il culo sulle caviglie per rilassarmi, ma ero costretta a restare in tensione.

Fatto questo si ritirò nella camera da letto per riposarsi. Dormì almeno 5 ore, durante le quali io passai da uno stato di eccitazione ad uno di angoscia. I crampi si facevano sempre più frequenti e dolorosi, ed inoltre cresceva in me la voglia di fare pipì. Con il passare delle ore iniziai a pregare che si svegliasse, dapprima nella mia mente, poi emettendo silenziosi mugolii che crescevano di intensità e tono minuto dopo minuto.

Si svegliò che era da poco passata l’alba e mi liberò che ero ormai sul punto di perdere l’autocontrollo ed iniziassi a gridare "svegliati ti prego, padrone liberami". Mi osservò dall’alto e andò in bagno. Quando uscì mi liberò da quella posizione ed io caddì a terra stremata. Cercai di riprendermi quanto più in fretta per andare a baciargli i piedi in segno di ringraziamento.
Mi fece alzare. Il dolore alle gambe era solo apparentemente passato. Quando mi alzai, non riuscii subito a tenermi dritta sulle gambe, ma assumevo una posizione gobba.

Il padrone mi aprì uno ad uno, con studiata lentezza tutti i bottoni della camicetta del pigiama, poi tirò fuori dalla 48 ore una piccola catenella con due morsetti alle estremità che mi applicò ai capezzoli. Con un nastro da pacchi assicurò la catena alla maniglia della porta e mi legò le braccia alte dietro alla schiena, in modo tale da lasciare scoperte le natiche. Mi stavo eccitando.

Il morso che mi stringeva i capezzoli era molto stretto; sentivo il dolore propagarsi per tutto il corpo e raggiungere il cervello in una estasi di piacere e dolore. Senza che avessi il tempo di accorgermene, l’inquisitore stava ritto alle mie spalle con un frustino in mano.
La prima sferzata mi raggiunse sulle natiche; fu dolorosa.

"Ahi!". Istintivamente mi scostai, tendendo la catenella e dandomi una altrettanto dolorosa strappata ai capezzoli. Il dolore cresceva e con esso l’eccitazione. Potevo sentire come un brivido crescere dalle natiche e dai capezzoli, sconvolgere la carne per arrivare al cervello, dove esplodeva in un’estasi di piacere.

Dovevo stare più attenta, non avrei dovuto spostarmi sotto i colpi del suo frustino. Mi riportai in posizione, ritta davanti alla porta, pronta a ricevere nuovamente la frusta sulle natiche. La mente aveva incominciato a correre: Ma cosa fa? Non continua. Adesso mi giro e guardo cosa sta facendo. No, non mi è permesso.

Una mano passò sulle curve del sedere, per assicurasi che non tendessi i muscoli. Rilassai le natiche, quasi sospirando dalla tensione mentre lo facevo.

- Ahi! -. La seconda sferzata era arrivata con la stessa intensità della prima. Ancora una volta feci l’errore si scostarmi, tirando i miei poveri capezzoli già arrossati, fino a quando il dolore al seno, divenuto più intenso di quello alle natiche, mi convinceva a riassumere la posizione.

- Ahi! -. La terza era ancora più forte. E con altrettanto impeto io mi discostai, tirando la catena fino a quando il morso che mi stringeva il capezzolo sinistro saltò. - Oddio! Adesso cosa farà?. – restavo in attesa di una più crudele punizione visibilmente eccitata.

Arrivò un’altra catenella, questa volta un po’ più lunga della prima, con due morsetti identici che mi legò alle labbra della farfallina. Anche questa catena fu assicurata con del nastro adesivo da pacchi alla maniglia della porta. Poi mi risistemò il morso sul capezzolo sinistro.
Ero pronta. Rilassai nuovamente i muscoli del sedere, pronta a ricevere la punizione.

- Ahi! -. Era la quarta. – conta puttana, voglio sentirti contare. - Mi disse. Il dolore adesso mi arrivava anche dalla fighetta. L’inquisitore eseguiva i suoi gesti con studiata lentezza. Le frustate arrivavano a ritmo irregolare, inaspettato, tuttavia con pause tra l’una e l’altra né lunghe né corte, giuste il tempo necessario che il dolore crescesse fino a raggiungere il cervello, dove si trasformava in piacere.

"Ahi!" orami era solo più pensato. Un mugolio precedeva la conta – cinque -.

- Sei! – il dolore cresceva. Sentivo la carne del sedere lacerarsi sotto i suoi colpi.

- Sette! – avevo già voglia di buttarmi in ginocchio e pregare che smettesse, no che continuasse. La mente era avvolta in un turbinio di pensieri, sconvolta dal piacere prima che dal dolore: No, non c’è la faccio già più, smettila ti prego. Continua fino ad arrivare alle ossa.

- Otto, nove, dieci, undici – il dolore al culo era sempre di più accompagnato da quello ai capezzoli ed alla figa.

- Dodici, tredici – ancora ti prego! I morsetti potevano essere saltati tutti quanti, non sarei potuta accorgermi di nulla.

- Quattordici, quindici – stremata mi appoggiai alla porta, mentre ricevevo le ultime frustate.

Smise di frustarmi. Mi lasciò appoggiata alla porta giusto il tempo di riprendermi poi, liberatami dai morsetti, mi trascinò davanti allo specchio della camera, dove mi fu concesso di ammirare i segni della frusta sul mio sedere ed osservare i capezzoli e le labbra della vagina rosse dal tanto tirare dei morsetti.
Era soddisfatto del lavoro fatto fino ad ora, ma non aveva ancora finito.

Con pochi ed ordinati gesti, mi trascinò per i capelli fino alla testiera in ferro battuto del letto, dove mi fece inginocchiare. Davo le spalle alla testiera. Mi mise al collo un cinturino in pelle, che legò ad essa. Non potevo muovermi. Le braccia restavano legate dietro alla schiena.
Mi legò fra loro le caviglie e mi mise un grosso pene di gomma sotto la rosetta anale, che aveva precedentemente lubrificato.

Quella in cui mi trovavo non era sicuramente la posizione più comoda per ricevere un fallo di così grosse dimensioni. Restavo, con l’ano leggermente aperto, appoggiata sul fallo, di cui solo la punta aveva iniziato a penetrarmi. Sarebbe stato molto doloroso procedere nella penetrazione con le cosce chiuse.
Potevo osservare l’inquisitore mentre mi costringeva a reggere in bocca una spessa ma corta candela e ne accendeva lo stoppino. Cercai di mantenere la testa alta, per impedire che la cera bollente mi colasse addosso ma, il collarino mi impediva, pena la mancanza del respiro, di volgere lo sguardo verso il soffitto. Nonostante tutti i miei sforzi, di voltarmi a destra piuttosto che a sinistra, capii presto che non sarei riuscita ad impedire a quelle gocce bollenti di straziarmi la carne.

Non ci volle molto che gocce di cera rossa bollente iniziarono a cadermi sul petto. I primi contatti furono dolorosi.
Morsi dal dolore la candela, piantando in profondità i denti nella cera mentre, senza accorgermene, abbassavo il mio petto impalandomi con il fallo. La cera scendeva lungo il profilo dei miei seni e cadeva sulle gambe, dove tuttavia arrivava avendo già perso gran parte del suo calore.

L’inquisitore era seduto di fronte a me. Era sicuramente compiaciuto, anche se al momento ero troppo annebbiata per potermene accorgere.
Mi osservava mentre cavalcavo il fallo di gomma, prima adagiandomi sopra per cercare di allontanare inutilmente il petto dalla cera che cadeva sempre più frequentemente, poi rialzandomi sulle ginocchia nel tentativo di dare sollievo al buco del culo, ma esponendo così ancora di più il petto alla cera calda.

Continuai in questa cavalcata credo per almeno un quarto d’ora, con il mio maestro che ogni tanto mi grattava via con un coltello la cera che si solidificava sui seni e che mi avrebbe reso via via meno doloroso il supplizio, impedendomi di percepire tutto il calore liberato dalle gocce di cera che mi scorrevano sul seno e, una volta raggiunto il capezzolo, cadevano come una cascata sulle cosce sottostanti.

Mi stavo eccitando. Il fallo era ormai giunto quasi a metà del suo percorso, mentre davanti a me potevo vedere il rossore della cera ricoprirmi i seni.

Quando il mio torturatore decise che avevo patito abbastanza, mi tolse la candela dalla bocca e ci infilò il suo pene. Mentre gli facevo un pompino, mi spingeva sulle spalle costringendomi a penetrarmi sul fallo. Nel momento stesso in cui venne (ci volle qualche minuto) mi spinse con forza sulle spalle, sfondandomi il culo con il fallo. Fu in quel momento che raggiunsi il piacere più travolgente che ebbi mai provato.

Non potevo accasciarmi, ma l’avrei fatto volentieri se ne avessi avuto la possibilità. Il mio maestro mi ricordò tirandomi all’indietro i capelli che avrei dovuto finire il lavoro ripulendolo. Mi ripresi, ingoiai il frutto del mio maestro e lo ripulii con la lingua così bene come non avevo mai fatto. Al piacere stava subentrando nuovamente il dolore. Il buco del culo mi bruciava intensamente, mentre i crampi si facevano sentire lungo le gambe. Mi lasciò in quella posizione ancora per qualche minuto prima di liberarmi. Mi appoggiò delicatamente sul letto e mi coprì con le coperte. Mi ero meritata il riposo.
Mi baciò la fronte.

Mi svegliai che era quasi mezzogiorno, lui era già andato via, ma prima di andarsene mi lasciò un biglietto sul tavolo della cucina con scritte si suo pugno le indicazione per il futuro incontro. Potrò mai resistere due settimane?

Il mio maestro gradirebbe molto ricevere commenti sul racconto. Ogni mail o commento ricevuto lascerà il segno sulla carne di una umile schiva come me. Quindi vi prego scrivete i vostri commenti a: mercyinquisitor@yahoo.it