Una pizza col cugino
di Andrea

<Home Certo non avrei mai creduto che la mia vita potesse cambiare solo con un incontro.

Avevo quasi dimenticato di avere un cugino fino a quel pomeriggio di metà Agosto quando mia madre ricevette la telefonata di mia zia, tutto normale se non fosse per il fatto che quest’ultima la invitava a convincermi ad andare con mio cugino nel loro appartamento in montagna per sistemare l’arredamento in attesa di trascorrervi il ferragosto.

Che io fossi, anche se giovane, un ottimo architetto d’interni era risaputo ma il fatto che la zia mi chiedesse un intervento così diretto mi lasciava perplesso.

Mia madre tentò di convincermi, mi mostrai indeciso per un paio di giorni poi, mosso a compassione dalle sue richieste, accettai anche se non ero ancora convinto.

Dovevo partire con mio cugino Marcello il giovedì della stessa settimana alle ore 9.30 ma naturalmente lui si fece attendere fino alle 9.50 ;ottimo biglietto da visita da presentare ad un parente che non si vede da più di un anno!

Avevo sempre odiato i ritardi ed i ritardatari ma forse questo odio era un rancore che mi trascinavo dietro dai tempi del liceo quando Marcello mi aveva portato via la ragazza durante uno di quei periodi che loro definiscono di riflessione. Le nostre vite erano un intreccio di rapporti non solo familiari ma anche sentimentali.

Eravamo finalmente in auto, per fortuna la radio era accesa così, almeno per il tragitto, non avrei dovuto sforzarmi di trovare argomenti di cui discutere. Il viaggio fu breve, solo 1 ora per arrivare in quel luogo al quale avrei voluto subito voltare le spalle per fare ritorno a casa.

Scaricammo i bagagli che, per quanto mi riguardava, erano formati solo da un borsone con qualche ricambio e alcuni attrezzi che uso per lavorare.

Non potevo più stare in silenzio era ora di iniziare a lavorare, desideravo solo terminare in fretta ed andarmene. Col passare delle ore però tentavo di convincermi che questo doveva essere solo un banale incarico e che dovevo comportarmi in modo da riuscire a recuperare quel rapporto con mio cugino.

Le cose iniziarono bene: progetti, prove, spostamenti.

Mi sembrava troppo strano infatti Marcello iniziò ben presto a rivangare nel nostro passato al liceo a quel punto anche solo la sua voce mi dava fastidio ma non valeva la pena scendere in campo per una sciocchezza di quasi 5 anni fa. Mi stavo quasi abituando alle sue parole se non fosse per il fatto che, non capisco con quale pretesto, lui iniziò a parlare di donne e sesso.

Il discorso era creato solo da parole sue, non stavo quasi partecipando se non per qualche sporadico intervento che lui neppure considerava.

Iniziò a coinvolgermi nel suo discorso quando arrivò a parlare delle stranezze sessuali che aveva provato, io non mi mostravo molto interessato ma lui continuava ad interpellarmi cercando risposte ai suoi quesiti.

Io che per certe cose avevo sempre provato schifo, mi ritrovavo a parlare con uno quasi sconosciuto di rapporti al di fuori delle mie fantasie e a lui questo mio imbarazzo sembrava piacere.

"Scendo a telefonare" disse. Si trovava su una scala per rilevare le misure di una parete, scese in fretta per recarsi in soggiorno a chiamare un amico col quale poco dopo lo sentii bisticciare: "Pensi solo alle donne quante te ne sei scopate ieri?" mi sorpresero queste parole, avevamo parlato di sesso fino a poco prima ma non era mai stato cosi spudorato nei miei confronti, forse non era un litigio, forse lo aveva fatto di proposito sperando che io continuassi il discorso alla fine della telefonata.

Diede appuntamento all’amico che doveva arrivare di lì a poco.

Ero uscito in giardino, lo vidi arrivare con un fuoristrada, auto adatta per vivere in luoghi come quello.

Parcheggiò di fronte all’entrata. Entrò salutandomi. Era un ragazzo di circa 27 anni, altezza media , fisico atletico e capelli corti scuri.

Marcello mi chiamò dentro "Ti presento Davide" disse. Mi strinse la mano con vigore quasi a voler dimostrarmi la sua già evidente forza. Discutemmo un po’ sul da farsi poi iniziammo.

Si vedeva che erano amici, erano molto affiatati lavoravano bene insieme, avevano un intesa che io non avevo mai trovato in nessun mio collaboratore. Si conoscevano fin troppo bene.

Erano quasi arrivate le20 e decidemmo di fermarci.

Mi propose di farci una doccia ed uscire a mangiare "Offro io" disse. Accettai anche perché in casa non c’era praticamente nulla. Feci la doccia per primo. Le perplessità iniziarono quando, mentre mi stavo insaponando, Marcello entrò in bagno senza bussare: "Non ti da fastidio se mi faccio la barba intanto che aspetto che finisci, vero?". Come avrei potuto rispondere di sì? Con quale coraggio lo potevo cacciare dal suo bagno? Continuai a lavarmi come se nulla fosse, intanto Marcello continuava radersi ma non smetteva di tanto in tanto di rivolgermi delle domande, talvolta stupide, che usava come pretesto per girarsi a guardarmi dandomi da intendere che cercava solo risposte e nulla più.

Il suo comportamento era equivoco, non me la dava a bere, c’era sotto qualcosa e dovevo saperne di più prima della fine dei lavori.

Ci recammo alla pizzeria dove ci stava già aspettando Davide, si c’era anche lui e il bello è che mio cugino non me lo aveva neppure detto, non che fosse tenuto a farlo, ma tutto stava prendendo la piega dell’appuntamento. Seduti al tavolo parlammo dell’appartamento ma solo per poco, infatti la discussione finì subito per essere incentrata sul sedere della cameriera che ci aveva appena servito.

Mi resi ben presto conto di quanto fossero affamati di fica quei due o almeno era quello che vollero farmi credere.
Eh si! Mi ero convinto ormai che quelli non fossero troppo a posto e poco dopo ne ebbi la conferma.

Proposero di andare da Davide non avevo capito bene per cosa ma so solo che decisero loro anche per me. Era poco distante la sua casa dal paese, solo pochi minuti. Arrivammo subito.

Era un piccolo trilocale ma davvero delizioso. Lui ci fece accomodare nel piccolo salottino su di un divano blu che non scorderò mai.
Marcello, dopo pochi minuti, uscì dicendo che aveva dimenticato a casa il telefonino.

Finse di recarsi a prenderlo ed io rimasi solo con Davide.
Le uniche parole che uscirono dalla sua bocca in tono normale furono: "So che ti piace giocare!".

Non osai neppure rispondere e, probabilmente, ciò fu per lui motivo di credere che io fossi pronto al suo gioco. Mi ordinò di inginocchiarmi e baciargli le scarpe, ero spaventato da quel suo tono imperativo, ma allo stesso tempo curioso di conoscere ciò che mi aspettava, non avevo idea di cosa mi avrebbe chiesto, fu questo l’unico motivo per il quale fui spinto a seguire i suoi comandi. Sicuramente non ero attratto da lui ma la situazione mi intrigava e fu per questo che eseguii accuratamente il suo comando.

Mi seguiva con lo sguardo vigile, attento a come mi muovevo, pronto a bastonarmi come si fa con un cane poco ubbidiente. Preferii domandargli cosa avesse in mente prima di giocare, come diceva lui, la sua risposta fu uno spintone che mi fece indietreggiare di qualche passo.

Non so perché decisi di rimanere, cosa mi trattenesse là, certamente non ero attratto da lui in quanto uomo ma semmai, come scoprii più tardi, come padrone.

Era successo qualcosa che mi aveva fatto provare per quello sconosciuto una voglia irrefrenabile, forse il suo modo di fare senza pudore, forse invece lo desideravo fisicamente, proprio ciò che fin d’ora avevo sempre scartato. Forse queste cose non mi piacevano perché non le avevo mai cercate, nessuno me le aveva proposte, e neppure ordinate.

Volle ch’io iniziassi a togliermi le scarpe da ginnastica, i calzini e subito dopo la camicia bianca a manica corta, a seguire i jeans. Rimasi con addosso solo lo slip bianco che lui sembrò apprezzare particolarmente, forse anche attirato dalle mie evidenti doti fisiche.

Tutto questo strip si era svolto sotto i suoi seri e cadenzati comandi quasi mi dovesse dirigere in un film.

Mi ordinò di sedermi per terra, si avvicinò divaricando leggermente le gambe in modo che la patta dei suoi pantaloni premesse sul mio volto.

Mi rivolgeva domande di qualunque genere in modo che io, rispondendo, avessi sulle mie labbra aperte il suo prominente affare, del quale si vantava spesso e volentieri.

Si levò la T-shirt, si sbottonò i pantaloni e se li fece calare fin sulle scarpe dandomi un ben preciso ordine. Non portava nulla sotto.

"Cosa ne pensi? Su rispondi, presto".

Cosa avrei potuto rispondere? La vista di quel pene alquanto grosso mi turbava, ma mi piaceva, non lo avevo mai visto sotto questi occhi.

"Sono stufo di aspettare" diceva, si tolse completamente i pantaloni, ora era nudo. Dovetti togliermi anch’io lo slip.

Mi ordinò di sdraiarmi a terra a pancia in su, si sedette su di me e accese il televisore. Guardava la partita mentre io, che già mi stavo eccitando, lo fissavo negli occhi.

Era stanco del calcio, si alzò e si diresse in cucina, tornò con uno spago fra le mani. Dovetti alzarmi così lui potè legarmi i polsi.

Mi mandò sul divano blu. Stavo a guardarlo mentre fumava una sigaretta, l’aveva accesa tramite una candela che continuava ad ardere li sul tavolo.

La prese, faceva cadere la cera liquida sul mio petto e sul ventre che si contraevano sotto quel piacevole dolore, "Stai godendo eh! Ti piace vero! "

Si la situazione mi piaceva, godevo tramite quelle sofferenze che mi infliggeva con tanta maestria, sapeva come fare, nessuno avrebbe potuto insegnargli nulla era esperto, riuscì addirittura a conquistare me.

"Ti piace o no? Se per tè è poco posso fare di più servo".

"si mi piace fammi godere ancora"; mi rispose con tono di comando: "Si dice fammi godere ancora padrone, hai capito?".

Mi minacciava ma lo volevo più di prima.

Mi fece scendere dal divano, dovetti mettermi a quattro zampe sul tappeto mentre lui mi sculacciava, aveva preso ad accarezzami ogni tanto, si vede gli piaceva giocare con uno inesperto, amava i miei errori così aveva spesso occasione di punirmi colpendomi con forza sulle natiche.

Al ritorno dalla cucina aveva portato con se anche qualche molletta, quelle che si usano per il bucato, e aveva iniziato ad applicarmele ai capezzoli, con un'altra mi stringeva la pelle sopra la cappella.

Mi era salito sulla schiena a mò di cavallo e seguitava a schiaffeggiarmi il culo, gli piaceva avere un servo a cui comandare, a cui impartire punizioni, anche a me però la situazione non dispiaceva affatto, mi sentivo al centro delle sue attenzioni, mi desiderava ma non poteva dirmelo perché l’orgoglio di padrone glielo impediva. Lo adoravo lo stesso, mi piaceva come mi trattava.

Sentii la porta chiudersi, era ritornato Marcello, o forse non se ne era mai andato, aveva solo voluto darci il tempo di iniziare tutto.

Si sedette sul divano e guardò Davide con sguardo complice, chiese al padrone di potersi unire al gioco, Davide rispose di si, naturalmente, aspettava solo quello, voleva qualcuno che gli desse una mano a chiavarmi li, sul posto.

Mi disse "Che aspetti spoglia il tuo cuginetto, non vedi che voglia che ha!"

Non aspettavo altro, volevo averli tutti e due per me, subito, volevo che mi facessero conoscere qualcosa di nuovo, quella sera.

Anche Marcello aveva un discreto fisico, non fu difficile per me abbandonarmi ai due, era una situazione imbarazzante ma nessuno se ne era vergognato.

Gli sfilai i pantaloni della tuta, solo dopo avergli tolto le scarpe, intanto lui si levò la canottiera rossa e la buttò per terra.

Indossava un paio di deliziosi boxer bianchi, che Davide mi chiese di togliergli.

"Non vedi che Marcello vuole che tu lo spogli? Avanti, levaglieli e faglielo diventare duro con la bocca! Muoviti poi tocca a me!"

Forse non rispondevo mai perché non ero abituato a ciò, o forse perché mi trovavo d’accordo su quello che mi facevano fare.

Levai ciò che restava e presi a succhiare il cazzo di Marcello.

Gli era già venuto duro quando Davide mi disse "Avanti che ne dici di cambiare cazzo? Mettiti giù come prima così Marcello può provare a infilartelo in culo mentre mi spompini".

Esitai un attimo ma dandomi una botta sulla molletta del capezzolo destro mi disse subito "Non è una richiesta ma un ordine".

Anche il pene di Davide si difendeva bene in quanto a misure.

Lo avviluppavo con le labbra e lui chiudeva gli occhi dimostrandomi di apprezzare il mio lavoro pure se era la prima volta per me.

Intanto Marcello mi accarezzava il culo e appoggiava la sua cappella sul mio buco ancora candido, lo sarebbe rimasto per poco ma non ero pentito, oramai ero in ballo e loro non volevano lasciarmi andare.

Sentivo il cazzo premere sul culo sempre di più, credo fosse difficile anche per Marcello andare a fondo, non era riuscito neppure ad infilare anche solo la cappella; credo stesse per arrendersi quando Davide iniziò ad incoraggiarlo "Sei arrivato fin li e adesso devi piazzarglelo in culo tutto, fallo soffrire".

Mi spaventava sentirlo parlare così ma ero sicuro che Marcello avrebbe fatto il possibile per farmi soffrire poco e godere tanto.

Non credevo fosse così difficile penetrare un uomo da dietro, e per me che ero dall’altra parte era ancora più difficile accogliere la verga di mio cugino che da parte sua ce la stava mettendo tutta.

Non riuscivo a comprendere per quanto fosse riuscito ad entrare, benché il culo fosse mio.

Iniziavo a lamentarmi ma Daniele fu rapidissimo nel riempirmi la bocca col suo cazzo che avevo per un attimo dimenticato a causa del dolore che proveniva dal mio culo.

Oramai Marcello era entrato tutto, almeno questo fu ciò che disse a Davide.

Si muoveva dentro di me scivolando senza problemi, si divertiva, godeva, mi stringeva ai fianchi sempre più forte, aveva preso a darmi schiaffi sul culo, mentre Davide mi dirigeva, con la mano sulla testa, durante il mio primo vero pompino.

Le mie mani erano ancora legate da davanti, così mi potevo appoggiare a terra,

Proseguirono così finché Davide si rese conto che stava per venire, tolse il cazzo caldo dalla mia bocca e iniziò a menarselo fino a schizzarmi il volto di sborra, preso dall’eccitazione Marcello lo seguì riempiendomi di sperma all’interno e sulle cosce.

Erano esausti, si fecero ripulire il cazzo dalla sborra rimasta, naturalmente dovetti farlo io con la lingua, e andarono a prendersi due birre in frigorifero.

Tornando in salotto li sentivo vantarsi, fra di loro, di ciò che avevano fatto, si congratulavano l’un l’altro, fieri di essere riusciti a sodomizzarmi. Loro due passarono la notte nel letto di Davide mentre io rimasi solo e abbandonato sul tappeto. Ero stanco, il culo mi doleva ma ero soddisfatto, li avevo accontentati, e per uno schiavo questa è una ricompensa molto generosa.

Felice del mio lavoro desideravo riprovare ancora, volevo rendermi conto di come io uomo potevo far godere un’altro uomo.

Oramai da quel giorno è passato qualche anno. Ricorderò per sempre questa esperienza, aiutato dal fatto che io e mio cugino Marcello siamo divenuti ottimi amici, e perché Davide ci aspetta sempre da quelle parti per mangiare una pizza.

Andrea