Giochi di guerra
di MassimoOttimo


“…….però sarebbe bello riprendere più seriamente il concetto di “schiavizzare” gli schiavi (con la loro collaborazione, ok…) anziché quello di “giocare insieme”.

A quanto pare entro l’orizzonte sm si ergerebbero due concetti antitetici “l’un contro l’altro armati”: da una parte la prevaricazione schiavistica, essenza dell’ “autentico” sadomasochismo, dall’altra la simulazione ludica. Questa seconda, artificiosissima, rappresentazione mentale sarebbe adatta alle esigenze dei “professionisti” oppure dei curatori di questo sito (e di altri simili). Inoltre potrebbero farla propria tutti quelli che hanno bisogno di costruirsi “alibi” più o meno elaborati per ingannare la loro “coscienza”; mettiamoci anche chi cerca di movimentare la propria sessualità “vanilla” con qualche “fuoriprogramma” bizzarro.
Una simile interpretazione delle dinamiche sm, estremizzata al massimo, viene sostenuta con brutale energia da Bundy. Siamo di fronte a un vero e proprio “cavallo di Troia” ideologico dentro il quale trovano posto gli atteggiamenti più retrivi e criminalizzanti del “mondo esterno”, insomma i pregiudizi del ragionier Pomponazzi e lo sporco lavoro del procuratore Galerini, quest’ultimo invero assai smaliziato.
Il sottoscritto, indossati gli scomodi panni del Laoconte (si spera con una fine meno tragica), ha “denunciato” (senza schiamazzi) questa operazione “disfattista” e ha cercato di confutarne i fondamenti teorici; con quali risultati difficile dirlo. Numerosi post sparsi nei vari forum testimoniano codesta tenzone dialettica.
Fortunatamente il sottomesso “lumbard” ha intuito che nelle sue idee si può vedere una convergenza “oggettiva” con le posizioni oscurantiste.
Posso aggiungere un’ulteriore spunto di riflessione. Ma signori miei in fondo cosa vieterebbe di accostare concettualmente i “giochi di dominazione” ai “giochi di guerra” (tra cui gli sport individuali e a squadre) con i quali la civiltà occidentale simula, ritualizza il “conflitto” allo scopo di introiettare ed eternizzare nelle coscienze individuali la sua essenza antagonistica?
La guerra (tra individui, tra stati, tra classi) produce dominio che è a sua volta fonte di altre guerre. Forse tutti noi ci portiamo veramente dietro, “nell’intimo dei precordi”, il vagheggiamento borghese di una “violenza civilizzata”, asettica (come una death room), piena di regole, davvero fotogenica e scenografica. Così quell’opinionista del “Corriere” si compiaceva di distinguere tra pugilato e rissa, tra “guerra” (così pulita che ci si può mangiare dentro) e “terrorismo”. La realtà “effettuale” è diversa. Ma qui non si tratta solo di di violenza simbolica; gli sport individuali e collettivi basati sullo scontro fisico di genuina brutalità ne contengono a iosa, non meno che una “sessione” standard, perdipiù i rischi e gli inconvenienti ad essi legati sono maggiori.
Si prenda la raffinata e patriotticamente gratificante scherma: ricordo uno schermidore sovietico mortalmente infilzato in un’olimpiade di qualche anno fa. E non parliamo della “noble art,” dei suoi sottoprodotti più trendy, delle arti sino-nipponiche, di quelle furibonde battaglie “campali” che sono gli sport “pallosi”, discendenti dell’harpastum, dura esercitazione guerresca dei legionari Romani: botte da orbi e schizzi di sangue dappertutto, una violenza niente affatto accidentale (sottolineo ciò) che ci offrono da mane a sera “galli da combattimento” allevati in batteria con le più moderne risorse della biochimica.
“Ma che discorsi sono? Lì abbiamo scene di abbietta sottomissione qui un’aperto e leale(leale?!) confronto”. Beh, ho gia detto che le due cose si implicano a vicenda. Però, come si adattano bene questi inni alla dignità umana a quel colossale giro di fantastiliardi prodotto dal quinto settore dell’economia postindustriale, ossia “l’industria dello spettacolo”, di cui le pratiche sportive costituiscono l’architrave.
L’accoppiata sesso-violenza o sesso-sottomissione sarebbero dei disvalori, la competitività esasperata in ogni settore dell’esistenza che ci inculcano fin dai pimi anni, (e di cui l’sm potrebbe considerarsi una scoria riciclabile), ricorrendo adesso a un gergo disgustosamente aziendalistico, non lo sono.
Dunque sembra proprio la natura erotica dei giochi sm a risultare inaccettabile come ogni altro orientamento sessuale, primario e secondario, non conformista, anche se SCC. “Dipende, da che dipende? Da che punto guardi il mondo dipende”
Un’ ottica meno comune permette di mostrare la natura “convenzionale,” storicamente determinata, dei più consolidati abiti mentali, persino del rassicurante senso comune.
L’uomo di spettacolo che procura cocaina nell’ambiente è un cinico “mercante di morte”, il produttore e commerciante d’armi un industriale illuminato.
Chi va con le prostitute è sempre complice dello “schiavismo” (bello questo zelo antischiavista con appena due secoli di ritardo). I nutellomani, che si rimpinzano con un prodotto che solo lo sfruttamento dei campesinos rende relativamente accessibile, sono innocui consumatori. Potrei continuare all’infinito.
Inutile, non c’è via di scampo... “anche se non ve ne siete accorti siete per sempre coinvolti”. In questo magnifico sistema siamo tutti vittime e complici, tranne forse gli eremiti che vivono di bacche e qualche ascetica talpa rivoluzionaria. Ma allora, dannazione per dannazione, ci si lasci baloccare con i nostri “squallidi giochi”, in definitiva i meno mistificanti di tutti.
Gli esempi citati riconducono al ruolo essenzialmente manipolatorio-propagandistico svolto dagli operatori mediatici (in qualsiasi regime politico conosciuto). Non è questione di “scarsa professionalità” (anzi il contrario), di “inspiegabile” livore verso una certa categoria; non si tratta nemmeno di vendere più giornali (non principalmente) o di sapersi proporre ai mass media in una versione più accattivante.
I margini di “tolleranza” verso un certo fenomeno sono definiti a un livello più alto e dipendono da molte variabili (momento storico, mobilitazione movimentistica, pressione di lobby).
Giudici e giornalisti non sono che funzioni regolamentatrici della “macchina”, privi di sostanziale autonomia anche quando sembrano assumere atteggiamenti “controcorrente” (il populismo giustizialista ha liquidato un’ammuffita classe politica in favore di un’altra ugualmente disonesta ma più ignorante, così come richiedevono i supremi interessi economici).
Certo, scendendo dal generale al particolare, è meglio doversela vedere con un giudice meno sadico di un altro, o con uno che “sa” distinguere un coltello da un fallo. Invero è tutta questione di fortuna: per l’innocente nel mirino della “collega ambiziosa” un giudice borbonico-maschilista, che tende a dare automaticamente torto alla donna, è preferibile a un magistrato illuminato e “progressista”, che poi "si porta" per R.C. (i paradossi della vita!). Meglio trovare sulla propria strada un cronista svogliato, quasi costretto a seguire le orme paterne entrando in redazione (mentre magari sognava di fare il parrucchiere come il killer Leone in "Tutti gli uomini del deficiente"), piuttosto che una carogna rampante, pronta a vendere sua madre per uno scoop.

“Non dico che si debba andare tutti a fare i cortei con le bandiere SSC come a San Francisco, però varrebbe la pena di separare nettamente i sadomasochisti “sani” della Gabbia dai cretini e dai violenti che con la scusa dei frustini e dei tacchi a spillo scatenano i loro istinti criminali che niente hanno a che fare con le nostre attività.”

La linea di condotta seguita dai curatori della Gabbia mi sembra molto cauta, secondo alcuni tale cautela è addirittura eccessiva. Il dibattito sull’ “ammissibilità” di certi racconti è stato uno dei più vivaci degli ultimi mesi.
Da parte mia ritengo giusto che “l’affabulazione letteraria” goda di una certa “franchigia”. Solo chi è in malafede può sostenere che un “normale” sadomasochista non sappia distinguere la realtà dalle sue fantasie più sfrenatamente antisociali. Già 30 anni addietro circolavano in Italia(!!) per caserme e alcove adolescenziali certi campionari a fumetti delle più sanguinolente mostruosità da far sfigurare l’american splatter di anni più recenti (l’sm c’entra poco, ma mi sembra una similitudine azzeccata). Era roba che veniva disinvoltamente lasciata negli scompartimenti dei treni e sugli scaffali delle librerie domestiche, altro che “baveri Alzati”. Ritengo che, se solo il 10% delle persone che si dilettavano in tali letture avesse tentato di metterle in pratica, la nostra società sarebbe sprofondata in un caos “lovcraftiano”.
Come ho già detto a Ted è normale che in molti racconti e “sceneggiature” non ci sia traccia del “canonico” SCC. La “sospensione dell’incredulità” è un processo difficile e talora gradisce tali tipo di “rinforzi”. E’ chiaro che c’è un limite a tutto e posso capire le particolari preoccupazioni di coloro che hanno la responsabilità giuridica di questo sito.

Tratto dai Forum della Gabbia

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