La violinista
di Hagrid

Perché ti ostini a non comprendere, amico adorato, la mia anima di Padrona? Perché ti stupisce che le stesse mani che traggono suoni divini da un violino, tali da commuovere ed appassionare il pubblico più esigente, siano poi capaci, utilizzando altri mezzi, di generare dolore e passione?

Pensaci bene, quelle che conosci e che vedi totalmente contrapposte, sono in fondo due anime gemelle, due modi diversi ma allo stesso tempo simili di vivere la mia natura. Il sibilo della frusta non è dissimile da quello dell’archetto, ed i gemiti dello schiavo quanto somigliano a certi toni che escono dal mio violino. Non vedi come entrambi sono solo strumenti del mio piacere? Quando io suono, suono per me; anche nella sala più ampia e gremita di gente, quando comincio a suonare esisto solo io, e il violino diventa parte di me, una appendice del mio corpo. Lo sento, vivo, rispondere alle mie sollecitazioni, vibrare in sintonia con la mia mente; certe volte prova a sfuggire al mio controllo, e viene fuori qualcosa di diverso da quello che volevo, ma sono attimi … attimi in cui il dominio della situazione sembra diminuire, per poi riprendere più saldo e sicuro di prima. E cosa è uno schiavo, se non un altro strumento con cui esibirmi?

Cosa dici? che un violino è solo un pezzo di legno mentre lo schiavo è una persona? Amico mio come sei idealista. Ma guardali, gli schiavi adoranti … sono lì ad implorare che Io mi degni di prenderli in considerazione; rinunciano alla loro dignità, al loro essere, pur di servire me, la Padrona. E secondo te uno schiavo è dissimile da un violino? Osservali, non hanno anima, non hanno spirito, prima di incontrare me forse non avevano mai veramente vissuto. Cosa è uno schiavo senza Padrona se non uno strumento senza suonatore, qualcosa di inutile, di superfluo, di inanimato! Ma se in quei corpi c’è ancora qualcosa di buono, io riesco a coglierlo. Li guardo negli occhi e leggo quel che loro stessi non sanno leggere, capisco le loro debolezze e le loro virtù. Mi basta uno sguardo, e per ognuno di loro immagino come mettere a nudo la sua vera identità; capisco come fare per creare ogni volta le sensazioni giuste, per nutrirmi del suo dolore, della sua sottomissione. Intuisco i gesti che faranno di uno schiavo uno Stradivari o un Guarnieri del Gesù, e quelli che lo renderanno simile ad una scatola di sigari travestita da violino.

Perché essere la Padrona vuol dire anche questo, capire i limiti dello schiavo e sfiorarli senza superarli, ma non aver paura di andare oltre rischiando una "stecca" … che non arriverà. Torturare i suoi capezzoli è come pizzicare le corde del violino, striare la sua pelle di rosso è come suonare un movimento "allegro", sculacciarlo è come accarezzare le venature della cassa acustica. Io rispetto lo schiavo come rispetto il mio strumento, lo uso, lo maneggio, lo maltratto forse, ma non lo distruggo, perché alla fine anch’io ho bisogno di lui. Guardalo, dopo una sessione delle più severe, ti sembra sofferente? stanco, certo, e dolorante, ma sul suo viso si mescola l’appagamento della sottomissione e la tristezza perché l’ esibizione è finita. Ha conosciuto il suo momento di estasi, di sublimazione, qualcosa che da solo non avrebbe mai raggiunto, e il suo pensiero è già rivolto a quando verrà di nuovo scelto, il suo unico timore quello di ricadere per sempre nell’ oblio.

Ma non tutti riescono a darsi totalmente, a spogliarsi del proprio io per donarlo a me, non tutti riescono a vivere le emozioni che si generano, perché non vogliono rinunciare alla propria identità ed essere completamente miei. Come se questo contasse qualcosa, come se il loro fingere di essere uomini sia più importante del riconoscere di essere schiavi. Poi capita di scoprire un diamante, grezzo ma sempre un diamante, un violino come tanti che casualmente, per una strana alchimia o forse più semplicemente per un errore del liutaio è "speciale". Lo guardo e capisco che è il complemento della Padrona, quanto di più perfetto potrei mai trovare; lo prendo, lo coccolo, rischio di aver paura, per la prima volta, di perderlo.

Amico mio, quel diamante grezzo, quel violino dozzinale ma miracolosamente unico sei tu, ed io ti voglio. Vieni ai miei piedi, apri la tua anima alla Padrona, e ti porterò in posti che non hai mai osato sognare, ti farò scoprire emozioni che non immagini esistano. Non ti aspettare trattamenti di favore, io sarò sempre la Padrona e tu lo schiavo, sarò crudele quando lo riterrò necessario e dolce quando sarà giusto esserlo. Non aver timore, io so che puoi farcela, riconosco in te qualità che aspettano solo di essere portate alle luce. Vedrai, insieme a te suonerò sinfonie che nessuno ha mai ascoltato, io rinnoverò i miei trionfi ed il mio talento e tu, finalmente, vivrai.

La gabbia - Visioni SM
Homepage