M. Potier maestro dell’arte BDSM

 

 

 

     In rue de La République n. 50 a Nizza.

 

Gli anni si confondono e non sono molto importanti. Era comunque molto molto tempo fa, internet non esisteva e non docevat come forse neppure oggi.
Conobbi Monsieur Potier quasi per caso. Un conoscente, tal Bruno di Genova mi parlò di lui come di una possibile fonte di informazioni sul mondo SM che in quegli anni stava, in Italia per ultima, nascendo.
“Questo Potier conosce un sacco di belle schiave e ti può essere utile”. Figuriamoci se con questa premessa potevo perdermi di andarlo a conoscere.
So per certo che dopo qualche telefonata, un sabato mattina, molto sul presto partii da Milano. 320 km con un Alfasud non si fanno cosi presto.
Chissà a cosa avrò pensato durante il viaggio. Suppongo le solite cose … chi sarà questo signore … speriamo sia gentile … avrà veramente delle informazioni che mi potranno essere utili (Nota 1) … meglio che accelero non vorrei arrivare in ritardo … dove sarà questa rue de La République …
O forse non avrò pensato a nulla di tutto ciò godendomi solo la musica della radio e la bella giornata. Sì, perchè ricordo che era una di quelle belle giornate di inizio estate né calde né fredde e con l’aria che sa di nuovo.
Ma bando alla ciance e torniamo a M. Potier.

 

La casa, un palazzo apparentemente di poco prima della guerra, è in centro a Nizza. Quattro o cinque piani, ma il portone chiuso che porta il n. 50 ha un solo campanello e nessun nome.
E’ ovvio che suono. Forse avrò anche suonato 2 volte perchè prima che ci fosse segno di vita passarono diversi minuti.
“Oddio ho fatto tutta questa strada e qui non c’è nessuno.”
E invece M. Potier apre il portone. Un uomo asciutto, altezza media, età tra i 60 e 70, ma è difficile dargli una età definita. E non sarà l’unica cosa “indefinita” perchè questo concetto dell’indefinito sarà una costante del mio rapporto con lui e della sua conoscenza.
Prima di chiudere il portone alle mie spalle mette fuori la testa e dà un’occhiata in giro e cosi farà tutte le volte che andrò da lui.
Mi dà il benvenuto e mi chiede se ho “un centime” da mettere nel vaso che c’è ai piedi della larga scala dritta che mena al primo piano dove suppongo lui abiti.
“Un centime” ???
Prima di rispondere un cortese ma chiaro “Mais no, je n’ai pas ” penso per qualche frazione di secondo se “un centime” è veramente la centesima parte di 1 franco francese ossia l’equivalente di 1 lira e mezza. In anni in cui in Italia già la monetina da 5 lire è in disuso sotto la spinta dell’inflazione dell’epoca.
Non ce l’ho e gli spiego che ho cambiato delle lire in franchi ma non mi hanno dato niente di così piccolo taglio.
Dalle sue tasche prende un centime e me lo dà da mettere nel vaso.
E con tono gentile ma che nello stesso tempo non ammette repliche mi dice che se verrò ancora dovrò munirmi di un centime altrimenti non entrerò.
Chiedere un perché?
La domanda mi pare troppo ovvia e banale e non la posso porre a un uomo che vedo da meno di un minuto, ma già mi appare tutt’altro che ovvio e banale.
Alla fine di una lunga e larga scala piuttosto buia si arriva a un atrio (non lo chiamerei mezzanino) dove intravvedo una statua di donna vestita, ma io punto verso l’unica porta che quindi deve essere la porta del suo appartamento. Ma M. Potier si ferma e mi dice di salutare Sophie. In un francese stretto dice alcune cose di questa Sophie che non capisco. Capisco però che è una “persona” importante. In italiano aggiunge che ogni volta che andrò da lui dovrò salutare con gentilezza Sophie.
“Tutti devono mettere il centime e salutare Sophie altrimenti …“ e un gesto eloquente della mano termina la frase
Cosa avrò potuto mormorare davanti a quella statua simile a quelle di cera che si vedono nei musei: un “ciao Sophie, piacere di conoscerti”.
La curiosità è più forte dei mille dubbi che mi stanno assalendo.
In un paio di minuti già tre cose strane di cui non capisco significato: il guardare fuori dalla porta dopo che sono entrato, il centime e ora una statua di cera da salutare sempre con gentilezza.
Cosa mi aspetta oltre quella porta?
Ormai sono pronto.
Ma davvero sono pronto?
La curiosità, il non recedere davanti questi inaspettati ostacoli, la determinazione. O forse più che la curiosità la voglia di sapere.

 

M. Potier mi dà il benvenuto nella sua casa e mi chiede del viaggio e da quanto conosco Bruno che per lui è un caro amico e si duole che lui mai venga a trovarlo.
La prima impressione è di una casa buia, polverosa, sporca.
Passando da un corridoio, una sala, una cucina è tutto un caos dove dominano ritagli ingialliti di giornali messi con puntine o scotch sulle pareti, sui mobili, sulle finestre. E poi tanti sacchetti di plastica appesi alle maniglie delle porte, a chiodi nei muri.
Mentre ora sto scrivendo mi affiorano alla memoria particolari, visuali, pensieri come se tutto fosse avvenuto da poco tempo.
In questa cache della memoria anche il senso di tranquillità avvertito pur in un posto simile. Da fuori non giunge alcun rumore, le finestre tutte chiuse e l’unica luce ed aria giunge in cucina dove una porta dà su uno spazio all’aperto come un grande terrazzo ed ivi intravvedo qualche sedia e un tavolino.
Il dialogo è sciolto ed è lui a farmi tante domande soprattutto sulla attività editoriale, sulle riviste, sul perchè della cattiva distribuzione “Je vais a Ventimiglia pour acheter Club mais il y a un seul chiosk ou je trouve la revue”. Insomma una giusta doglianza per trovare Club solo in una edicola e se lì è esaurita non c’è nulla da fare. Gli spiego che io ho il mio lavoro ben lungi dal campo SM e l’attività editoriale SM è per me solo un hobby che porto avanti alla sera e nei week end. Altri si occupano di amministrazione e distribuzione.
Anch’io gli pongo qualche domanda, peccato che lui mi risponda sempre come se io gli avessi fatto una domanda del tutto diversa.
In breve capisco che la conversazione è in suo potere. Una conversazione anche buffa perchè se io parlo in francese lui mi risponde in italiano e se io parlo in italiano lui mi risponde in francese.
Che voglia destabilizzarmi? Ma dai !
I miei occhi girano senza sosta posandosi sui mille oggetti sparsi, su quei ritagli di giornali messi lì come se lui avesse preso un articolo da ogni singola pagina di un quotidiano che, come si sa, è fatto a tematiche, posandosi sui sacchetti di plastica usati come se fossero dei cassetti dove infilare cose, posandosi su vecchi mobili, su qualche pesante lampadario che si alterna a semplici lampadine appese a un filo, posandosi sul tavolo della cucina ingombro di piatti, bicchieri, pentole, sul tavolo di una stanza (salotto) dove carte, pile di giornali, vasi e tanto altro. E fra tanto altro un magnetofono che per chi non sa era un apparecchio bello grande con due bobine a nastro oppure in altri modelli a filo che è il capostipite dei registratori della voce.

 

E lì davanti a quel registratore in funzione passerò molte ore, alcune quella prima mattina e poi nelle mie successive visite.
A sentire chi?
Ecco che un primo anello, almeno in parte, si chiude. La voce di Sophie che parla. Sono registrazioni di sessioni dove Sophie risulta essere una Mistress nell’atto di dominare qualcuno o qualcuna.
Quindi ecco chi è o chi era Sophie, quella della statua all’ingresso. Una Mistress e dal tono appassionato con cui M. Potier ne parla capisco la sua stima nei confronti di quella donna.
Ed anche uno struggente ricordo di una persona che, ho l’impressione, non ci sia più perchè morta.
Ma la sua è solo stima o qualcosa di molto più profondo ha legato e ancora lega queste due persone, entrambe Dominanti?
E M. Potier con lei è forse stato schiavo devoto?
Sophie, l’algida Padrona con ai piedi uno schiavo speciale, un Padrone che riconosce in lei una forza superiore e a lei dunque si sottomette.
A suo tempo, troppo acerbo nel mio sapere di SM, non feci questi ragionamenti.
Ed invece io lì ad ascoltare M. Potier che chiosava ogni frase della sua Dea che usciva dagli altoparlanti del magnetofono.
“Ecoute, écoute come Elle ….” “écoute ancore …” “Ascolta … ascolta bene .. “
Agendo sul tasto avanti/indietro del magnetofono ogni frase la dovevo ascoltare più e più volte per penetrare il tono, il sillabare, la velocità oppure la lentezza, l’imperiosità, la dolcezza, l’ironia, il dare o negare speranza, l’irraggiungibilità, la crudeltà, il distacco o l’amorevolezza.
Ascoltare queste diversità e capire, aiutato dalle sue spiegazioni, perchè lì, in quel frangente della dominazione, in quel preciso momento ciò era giusto che una Padrona dicesse.
M. Potier trasfigurato nel declamare una lectio magistralis ad un allievo attento perchè come ipnotizzato.
Forse il termine ipnotizzato non è quello corretto. Ancora una volta l’incontro tra 2 Dominanti (questa volta lui e me) si risolve con 1 solo gallo nel pollaio. Ha impiegato appena qualche ora perchè io faccia ciò che lui vuole.
M.  Potier Dominatore a 360 gradi.
E a proposito di Sophie potrei fare ancora un passo avanti. Potrei ipotizzare un M. Potier suo schiavo perchè da lui scelta per fargli capire, attraverso la sottomissione, come dominare.
Non una dominazione dal basso, per carità.
Ma lui che si consegna a Lei totalmente e Lei faccia ciò che crede. Lui ubbidirà sempre e senza discutere.
Schiavo per erigersi, quando Lei non c’è, a Dominatore che sa dominare con estrema sicurezza ed autorevolezza perchè sa cosa pensa, desidera, prova una persona sottomessa.

 

Riflessioni queste dell’oggi perchè gli insegnamenti di un Maestro spesso non si capiscono al momento e comunque non svaniscono con la morte del Maestro. Penso avvenuta verso la fine degli anni ’90.

Il pensare brucia energie più che l’attività fisica, almeno per me. Ora di pranzo e ci si trasferisce in cucina non prima di avere salutato Sophie la cui voce ora tace dentro il magnetofono.
Io propongo di scendere e andare a mangiare qualcosa da qualche parte lì vicino, anche un semplice panino.
Non è la sua idea, però. E se non è la sua idea …
Dal frigo prende una gran quantità di ostriche e le mette in due grandi piatti. Come se si trattasse di fettine di salame.
Poi una bottiglia di chamapagne. Come se fosse un Tavernello.
Gesti semplici e nessuna roboante parola come “ecco brindiamo a …”
Che sia ciò che lui mangia e beve ogni giorno? Ormai ogni ipotesi, con lui, è possibile.
A fatica si trovano 2 spazi sul tavolo della cucina per mettere i piatti.
Ma la mia gioia per quel inaspettato prezioso mangiare svanisce di botto quando lui, con impeccabili gesti e tenendo la bottiglia con il pollice infilato nell’incavo sotto (dicasi culo della bottiglia), versa le bollicine nel mio bicchiere che penso sarà stato lavato l’ultima volta quando lì a Nizza nacque, come tutti sanno, Giuseppe Garibaldi.
Chissà che faccia avrò fatto. Darei non so quanto per potermi vedere in una registrazione. E lui si sarà gustato il mio disgusto e la rassegnazione dipinta sul volto.

 

Dopo mangiato un pizzico di orgoglio viene fuori. Inizio con il dire che di lì a poco devo tornare indietro e che mi piacerebbe fare un reportage su di lui sempre che possa avere delle foto con le quali costruire l’articolo.
La risposta non è né “si” né “no” e passa a parlare d’altro. Ma forse ha capito.

 

“Vieni, mon cher ami .. forse questo ti può interessare”.
Scopro che la casa è ben grande e tutta contraddistinta dalla stessa aria decadente.
Lui apre una porta delle tante, accende le luci. Dopo avere scostato una pesante tenda entro.
Dante, uscendo dall’inferno, è passato dal purgatorio prima di arrivare in paradiso. Io ho saltato il purgatorio.

Non è possibile che una stanza così possa essere una stanza di quella casa.
Senza parlare osservo la perfezione, la pulizia, l’accuratezza degli arredi, i tendaggi preziosi, i colori delicati, le luci perfette che danno grande luminosità e che vanno al tempo stesso a mettere in risalto qualche particolare, tanti specchi con cornici dorate e senza, vari morbidi tappeti, il profumo di pulito, un trono senza eccessi. E poi fruste, dildi, corde, manette appoggiate su un tavolo antico di legno massiccio. Candele che lui accende. Un paio di catene che scendono dal soffitto decorato.
Non è possibile.
Nella testa mi risuona solo “non è possibile”.
Io guardo e lui parla, racconta. Non prima di essersi messo davanti ad uno specchio e di avere sistemato ogni piega del suo vestito, controllato che la camicia fosse bene dentro i pantaloni e girandosi di lato per avere una visione il più completa possibile di sè. Una donna prima di presentarsi al suo amante ci avrebbe messo meno tempo e attenzione.
E davanti allo specchio la sua figura agile diventa ancora più dritta. Testa alta, portamento eretto, spalle aperte.
In quella stanza ove tutto è perfetto anche lui lo deve essere.
Vedendolo lì, in quel momento mi venne in testa che il suo mestiere di un tempo potesse esser stato quello del ballerino. Mai però seppi nulla di personale di lui nonostante le tante visite a Nizza e qualche mia discreta domanda.
Io guardo estasiato e lui parla, racconta.
Racconta di schiave, le chiama per nome e da come si muove e parla mi pare di vederle là, prone ai suoi piedi, offrendo le terga al morso del frustino da dressage.
Come ora ho scritto “dressage” mi pare di sentire la sua voce che ripete spessissimo “bien dressée”.
Per lui il top è una schiava bien dressée … bien dressée.
Bien dressée … quasi un mantra.

 

Da quella stanza e poi da quella casa esco nel pomeriggio. Ho con me una decina scarsa di foto che lui ha tratto da un mobile-raccoglitore tipo ufficio pieno di buste contraddistinte da un nome.
Anche questo è un altro piccolo supplizio che M. Potier si diverte a infliggermi. Un mobile-raccoglitore pieno zeppo di buste e dentro ogni ben di dio.
Egli prende le buste, apre, fa scorrere veloce le foto, ripone, prende altre, lui mi mostra, le riprende dalle mie mani. Centinaia di immagini passano velocissime sotto i miei occhi, l’acquolina mi esce dalla bocca, schiave splendide riprese in quella stanza, legate, frustate, sodomizzate, messe nelle pose più sconce. Vorrei tutte quelle foto o se non tutte almeno tante.
Ed invece non erano nemmeno una decina e le prendo prima che cambi idea e prometto di riportarle al più presto. (Nota 2)  Anche lì avrà goduto della mia espressione di sconcertata amarezza e per infierire su un uomo morto … “ohh mon cher ami vieni quand tu veux che mi farà plaisir darti delle foto e se puoi pubblicale sur la revue”.

 

Passa del tempo. Non è facile trovare un sabato che vada bene a lui e a me.
Ma arriva. Anzi arrivano, negli anni, vari sabati.
Ogni volta so un po’ di più di cosa mi attende ed elaboro delle strategie per combattere il nemico. Che però sguscia, si ritira per poi avanzare d’improvviso, finge mosse per poi farne altre. La sua arma vincente resta sempre lo sconcertare chi gli sta di fronte.
Lui sa che io anelo ogni volta a un po’ delle sue stupende foto, ma anche lui ha un punto debole: ama che si parli di lui sulla rivista. Sfrutto il mio punto di forza e s’accorcia dunque il tempo in cui devo sorbirmi una Sophie intrappolata dentro il magnetofono e rivisitata ogni volta con pari ardore dal M. Potier suo devoto e fedele … Sì, parrebbe, da come parla di lei, essere proprio devoto e fedele …
Congetture.
E poco importa ciò che è stata la realtà tra di loro.
Mi basta per capire dal vivo qualcosa in più della dominazione/sottomissione le cui dinamiche sono sottili più di un capello e spesso imperscrutabili con l’occhio della ragion pura. E soprattutto sfuggono alla coscienza degli attori direttamente interessati.

 

Le foto. Ma per fare le foto ci vogliono le donne e hanno da essere tutte belle, giovani, disponibili a venire lì, in rue de La République 50, in quella stanza magica.
Inutile porgli la domanda su chi sono, da dove arrivano, perchè arrivano. Tanto mai mi risponderebbe e gli darei solo la soddisfazione di non rispondere a una mia domanda.
E allora mi faccio le mie masturbazioni mentali. Lui è vecchio, loro sono belle e giovani, devono essere disponibili a farsi fotografare e anche frustare. Non c’è che una spiegazione possibile: lui le paga e anche profumatamente.
Forse anche tutto quell’edificio di 4 piani in centro a Nizza è tutto suo, non ci sono altri inquilini. E forse Sophie come prodomme avrà guadagnato tanto e lasciato tutto a lui alla sua morte.
Ben per lui che ha tutti questi soldi e si può permettere di pagare tutte queste deliziose fanciulle.
Come è facile tirare conclusioni.

 

Un giorno mi son stupito di sentire suonare il campanello che mai prima aveva trillato. Anche lui si è stupito. Va, lo seguo a distanza incuriosito e assisto ad un’esplosione di rabbia.
“Allez … putain … allez …”
“Via … via … puttana …vattene via … chi ti ha detto di venire … “
Sulle scale una giovane ragazza a dir poco bellissima.
Rientrato si sfoga con me che queste ragazze ogni tanto vengono senza appuntamento .. e che lui … e che lui non è sempre a loro disposizione … che ha tante cose da fare …
Io avanzo un timido “ma io l’avrei fatta entrare anche senza appuntamento” e sono parole che si perdono nel suo silenzio di disapprovazione di ciò che ho detto.
Ecco che qualcosa non mi tornava più con la mia ipotesi del vecchio che paga le ragazze.
Inutile fargli domande più dirette.

 

Un giorno suona ancora il campanello e lui tranquillo mi dice che sta arrivando Mademoiselle Tal dei Tali.
Bellissima, incantevole, da copertina di un giornale di moda e per giunta elegantissima.
Ora, come ben ricorda chi sta leggendo questo lungo raccontar di vecchie cose, la casa di M. Potier era ciò che in fatto di sporcizia e disordine ho descritto sicuramente solo per difetto.
Eppure lei è a suo perfetto agio, sembra non vedere, non essere neppure sfiorata da ciò che di brutto la circonda.
Tra loro un chiacchierar sciolto e con me affabile come si conviene essere con chi si incontra nella casa di chi è padron di casa.
E’ ora di pranzo e ancora il frigo sforna ostriche e champagne. Io mi scuso per una mia indisposizione intestinale che mio malgrado non mi consente purtroppo ahimé né di mangiare né di bere vino. Scelta sofferta, ma i bicchieri e piatti sono ancora più sporchi della volta precedente. Poco importa se non avrà creduto ed immaginato il vero di cotal rifiuto.
Ma ciò che mi incanta è la sua perfetta educazione nello stare a tavola, busto eretto, gomiti serrati, gesti lenti, uso del tovagliolo prima di bere, posate usate come il più rigido galateo insegna. Insomma adatta anche ad una cena dalla Regina Elisabetta.
Lo sporco non è affar suo. La sua educazione non scalfita dal contesto.
Helmut Newton avrebbe fatto degli scatti memorabili incidendo sulla pellicola quel contrasto così stridente e nello stesso tempo non visto dai protagonisti. O almeno uno dei protagonisti e questo non è certo M. Potier, furbo ben più di una volpe.
Poggiata giù la tazzina del caffè e la voce di M. Potier cambia. Severo quanto basta. Autorevole. Conciso.
“Vai nella stanza, preparati e aspetta”.
Io, poco incline ai baciamani, mi viene spontaneo tale gesto nel salutarla.
E’ ora che io tolga il disturbo, ma M. Potier non è di quell’avviso. “Elle peut attendre”.
E per farla attendere ancora di più, oltre a chiacchierare a lungo, lui mi accompagna alla macchina. Mentre salgo vedo che annota la targa su un foglietto. Questa volta la domanda diretta ci sta tutta.
“Per giocare questi numeri al lotto”.
Bizzarrie come quando uscendo una volta lo vedo mettere con cura un fogliettino di carta sull’apparecchio telefonico posto su un tavolino dell’ingresso.
“Come mai quel fogliettino?”
“Così so se qualcuno mi ha chiamato perchè la vibrazione lo fa cadere”
“Si però non sai chi ti ha chiamato …”
Sintesi di un dialogo inutile.

 

Qualche altra ho incrociato in altre volte. Belle, bellissime, giovani, eleganti, educate, pazienti nell’attendere il Maestro.
Quanto avrei voluto che il Maestro non le facesse attendere e mi dicesse di mettermi in un angolo di quella stanza, in silenzio, senza disturbare. Ma ciò non avvenne mai.

 

I circuiti elettrici del mio cervello andarono presto sotto pressione per far quadrare i conti.
Chi era dunque M. Potier? Chi erano queste donne? Perchè lì?
Non c’è, come ovvio, una versione autentica, ma il mosaico fatto di osservazioni, qualche parola di M. Potier, qualche parola di qualche ragazza ed ecco che il quadro finalmente mi diventa chiaro.
Lì, in rue de La République 50 di Nizza c’è una scuola di formazione per giovani Mistress.
Maestro: M. Potier.

 

Spesso lui mi parlò di una cara amica, una Prodomme di Parigi che a quei tempi era quella con la clientela più raffinata e che godeva di appoggi influenti nel mondo politico. Di certo le sue nuove reclute, se volevano lavorare nel suo Studio, abbisognavano di un opportuno training. Che fare? Spiegare loro come si impugna la frusta e quali parole usare? … Beeehhh
Meglio un training pratico chez M. Potier che evidentemente era famoso negli ambienti SM della Francia.
Un training per divenire Dominatrice partendo dalla sottomissione, ossia da dentro il sottomesso, capire cosa prova, quali i suoi pensieri, le sue paure. Insomma un training dal basso, dai primi gradini di una lunga scala come la scala che dal portone n. 50 portava alla abitazione di M. Potier e attraverso stanze polverose fino alla stanza magica.

 

 

Ohhh che bel racconto, grazie Fulvio, forse un po troppo lungo, potevi condensare, raccontarci di più di quelle schiave, di come venivano punite, sarebbe stato più interessante …”

 

Certo certo, ma …
Ma ciò che volevo scrivere viene ora. Un po’ come fanno nei concerti, in India o Nepal, certi birbanti maestri di musica che prima delle 3 o 4 della notte fanno finta di suonare i loro sitar, gli surbahar, le tampure, l’harmonium, le table, ma la vera musica arriva dopo, quando chi non è convinto è già andato a dormire.
La mia non è musica, né pillole di saggezza e men che meno verità. Solo mie riflessioni che mi par di vedere uscire, come piccoli folletti, da quelle vicende di rue de La République.

– Il “centime”: un rito, un rito che si ripete di volta in volta. Ma tutto l’SM è ritualità per i gesti, le parole, le attese, le modalità della sottomissione, ma soprattutto della Dominazione. L’SM vive di rituali e non di colpi di frusta.

– Il saluto a Sophie, un segno di rispetto nell’entrare in una casa altrui. Dominante o dominato, il rapporto con l’altro è entrare nella di lui casa, nei suoi fantasmi, nei suoi sentimenti. Si entra con rispetto a maggior ragione chi domina.

 

– Il “centime” come biglietto di ingresso che ha il suo costo perchè trovare una monetina ormai in disuso non è semplice. L’SM non è gratis, ma qualcosa di prezioso. Si sa che spesso dare gratis una merce vuol dire svilire l’oggetto. L’SM è oggetto prezioso. Ma che non va pagato con i soldi perchè il centime è tutt’altro che tale. Il costo può essere la fatica. La fatica che annulla la differenza tra poveri e ricchi.

 

– La ricerca del “centime” è pensare prima di arrivare al portone. Lì nei pressi del portone è difficile trovarlo. Ogni gioco SM va pensato prima.

 

– Sophie, già il nome stesso (Sofia in greco antico vuol dire sapienza) è un programma. Sophie sa e agisce in conformità al suo sapere. L’SM è sapere, l’SM necessita di conoscenze e non basta il buon senso.

 

– Sophie attraverso il magnetofono comunica il suo sapere e Potier ne amplifica i contenuti. La tradizione del trasmettere il sapere da generazione in generazione (Sophie è morta e rappresenta una passata generazione) ha il suo valore assoluto che si applica anche all’SM perchè il buon senso, l’improvvisazione, il fare per sentito dire sono pessime strade. Se il sapere va cambiato si può solo partire dal conoscere quel sapere.

 

– Lo sporco, il disordine, i bicchieri non lavati, una casa fatiscente . Solo chi è determinato a conoscere il padrone di quella casa supera quelle difficili prove e ha in premio l’ingresso nella stanza magica. Una stanza conquistata con molta fatica e sofferenza. L’SM non ha un ingresso facile. Molti lo pensano ossia pensano che tutto sia semplice. E le delusioni abbondano se manca la determinazione che è frutto della voglia di superare gli ostacoli.

 

– Nemmeno una decina di foto. La mia nel volerne di più era solo ingordigia. Ogni cosa a suo tempo. Ogni cosa va assaporata e capita. Mai indigestione che vuol dire non metabolizzare quel cibo prezioso. I progressi sul cammino SM han da essere lenti e non da ingordi. Appunto … metabolizzazione.

 

– Nella stanza magica vedo come se fosse oggi M. Potier curare la propria immagine davanti allo specchio. Poco importa che lui sia Padrone e quindi tutto (?) gli sia concesso. Vero no.
La cura di sé, la pulizia, la preparazione fisica e mentale tappe obbligate per ogni gioco SM.

 

– Passare attraverso. Mademoiselle Tal dei Tali e le altre passano tra grandi brutture e non perdono la loro flemma né la direzione verso l’obiettivo. Senza questa capacità di schermarsi e passare oltre, il rischio di soccombere tra le lordure – che ci sono – della scena SM, è alto. Soccombere o perdersi o abbandonare. Ciò che succede abitualmente perchè contaminati da un ambiente troppo simile al corridoio, alla cucina di quella casa.

 

– Donne e non poche che d’improvviso si materializzano sulla scala di casa Potier. Altra allegoria per chi la vuol vedere anche se scomoda. Le donne ci sono e sono tante e cercano un Padrone che sappia essere tale ovverosia uomo e anche Dominante. Gentile e fermo nello stesso tempo. Ostriche e champagne non per acquisire benevolenza, ma segno di nobiltà e gentilezza. Pugno di ferro in guanto di velluto come chi è sicuro molto di sé. Rarità mentre rare non sono le donne.

 

– Attendere mentre M. Potier parla con me. L’attesa – da non confondersi con i pochi minuti di lei (o lui) bendata e legata sul letto – è parte precisa dell’SM perchè l’attesa attiene al concetto del tempo. Nulla ha da essere veloce. La lentezza vuol dire avere il tempo per capire.

 

– Io sottomesso a M. Potier. Non fisicamente né cerebralmente in un gioco SM. Ma di fatto è lui che ha condotto sempre il gioco come fa un Padrone.
Ma anche un M. Potier, grande Maestro Dominatore sottomesso a Mistress Sophie.
Ruoli che cambiano perchè è impossibile che restino come scolpiti nella pietra. E’ una questione di energie e non di non essere sicuri del proprio ruolo. Il confronto e non la divisa determina, come nel mondo animale, la gerarchia.
Per tanti/e questa è pura eresia. Lo so. Forse hanno avuto occasione di pochi confronti. O forse nessuno con una persona più forte dentro. O forse non hanno voluto riconoscere con se stessi – sempre pericoloso e dannoso – la realtà.

 

                                                                              *** *** ***

 

Qui si chiude questa lunga veritiera “favola” che favola non è. E ove si parla di un vecchio misterioso e di un giovane curioso. Con sullo sfondo una casa del tutto strana e fanciulle regali.

 

Forse un caso, forse una mente malata come la mia, forse l’intuito di quella volpe di M. Potier fatto sta che io ritrovo in questa vicenda una miniera di significati, di ammaestramenti che ho scritti – ma non tutti – poco più sopra.
La vera lezione non era davanti al magnetofono, ma ciò che viene fuori dai fatti stessi, dall’azione.
Il trionfo dell’azione sulle parole.

 

Ed i fatti non sempre parlano subito. Talvolta accadono, restano nella memoria e poi dopo anni ecco che il significato di quel fatto insignificante diventa significante.
E come regista di questi fatti, lì in rue de La République 50, a Nizza, una persona con grande passione e tanto intuito come dote naturale.

 

Nota 1
Foto utili per la preparazione delle riviste Club ed SMStories edite dalle Edizioni Moderne (1980 – 2002)
Nota 2
Le foto a corredo di questo articolo sono state donate da M. Potier in occasione di una visita. Ora sono state corrette nei colori ormai sbiaditi con Photoshop

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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